KEATS

JOHN KEATS, LA VALLE DELL’ANIMA. LETTERE SCELTE 1815-1820 . ADELPHI, MILANO 2021

Di John Keats (Londra,1795 – Roma,1821), unanimemente considerato uno dei massimi poeti romantici, Adelphi pubblica, con il titolo La valle dell’anima, la più ampia scelta delle lettere mai edita in Italia, a cura di Alessandro Gallenzi.

Cinque anni, dal 1815 al 1820, di vertiginoso, febbrile epistolario, che – oltre a documentarci nella maniera più completa e veritiera sull’esistenza quotidiana del poeta – ci fornisce preziose indicazioni sulla sua produzione poetica, e sull’estetica che ne è sottesa. In esso Keats rivela, attraverso una prosa contraddittoriamente raffinata e colloquiale, frizzante e ponderata, compita e familiare (talvolta addirittura approssimativa nella sintassi e nella grammatica), ogni emozione, paura e aspirazione, l’amore tormentato e passionale per Fanny Brawne, l’affetto per i fratelli e gli amici, l’arguta considerazione per i poeti coetanei Hunt, Reynolds, Shelley. Ma non si limita a un colloquio circoscritto ai sentimenti, poiché spesso travalica la contingenza comunicativa per affrontare argomenti filosofici, valutazioni di profondo spessore critico, bozzetti satirici e resoconti di viaggi, inframmezzati da poesie di ogni tipo: ballate, sonetti, stralci di tragedie, canzoni, odi, epistole in versi. La grafia, costretta a sfruttare ogni spazio offerto dai fogli onde evitare lo spreco di carta, è fitta e nervosa; lo stile vigoroso, perennemente esaltato, ricco di intuizioni folgoranti. Egli stesso è consapevole di una certa trasandatezza formale, dell’eccitata incoerenza che lo porta ad affastellare vari temi e impulsi, e così se ne giustifica con gli amici: “Continuo a saltare di palo in frasca…”, “Quando scribacchio una lunga lettera, devo essere in grado di seguire i miei ghiribizzi… di essere pesantissimo o leggerissimo per pagine intere… di essere bizzarro e immune da tropi e figure… di poter giocare a dama come voglio…”.

I primi due anni di corrispondenza sono perlopiù dedicati all’esuberante e briosa descrizione dei viaggi intrapresi nel Galles, in Scozia, in Irlanda, nelle isole di Wight e di Staffa, in cui ammirate raffigurazioni naturali di boschi, laghi, brughiere si mescolano a osservazioni pungenti sugli abitanti e sui loro costumi, e all’elenco puntuale di incontri, cene, lunghe camminate. Al culto del sublime si contrappongono commenti più banali e il gusto di battute grossolane, ma anche la consapevolezza che quel lungo vagabondare a piedi avrebbe arricchito la sua anima e la sua scrittura: “Anche prima di vederli, si possono ben immaginare i grandi spazi, la vastità dei monti e delle cascate, ma la loro fisionomia, le loro tonalità spirituali superano ogni potere immaginativo e sfuggono al ricordo. È qui che imparerò la poesia… e d’ora in poi scriverò sempre di più, nel tentativo poco concreto di aggiungere un minuscolo contributo a quella mole di bellezza che le più eccelse menti traggono da questi grandiosi materiali, dando       vita a qualcosa di celestiale per dilettare i propri simili”.

Qualsiasi esperienza vitale serve a Keats da arricchimento e sprono alla produzione poetica. La riflessione sulla poesia è infatti il tema più appassionatamente ribadito, poiché nella sua visione ideologica ed esistenziale, scrittura e vita si identificano completamente; alla propria opera il poeta ha il dovere e il compito di dedicare ogni attimo delle sue giornate, sacrificando qualsiasi soddisfazione materiale, anche pagando con la solitudine, il fallimento professionale, l’incomprensione sociale, la povertà, pur di farsi portavoce dell’Assoluto, della Bellezza, della Verità. Nelle due composizioni in versi che aprono l’epistolario, dirette all’amico George Felton Mathew e al fratello George così scrive: “Potessi dedicare ogni mio istante        /       alla musa restia, vivrei distante / da questa città buia e insieme a lei   /         senza riserve mi diletterei”, “Ma a chi ama l’alloro a volte avviene /   di riuscire a scordare le sue pene: / abbagliato, non pensa che ci sia – / nell’acqua, in terra e in aria – che poesia”. Il poeta, devoto all’immaginario, all’estasi e alla trascendenza, annulla se stesso nell’invenzione. Solo così la poesia può nascere sorgiva, spontanea, naturale: “La mia immaginazione è un monastero, di    cui io sono il monaco”, “Ho pensato così tanto e così a lungo e di continuo alla poesia che la notte        non riuscivo a dormire”, “Sento di non poter esistere senza poesia… senza la poesia eterna”, “La cosa bella della poesia è che rende interessante tutto, tutti i luoghi”.

Sacerdote di un esperire visionario, di una verità archetipica nell’ombra, Keats si dichiara pronto a immolarsi sull’altare della poesia (“Ammiro la natura umana, ma non mi piacciono gli uomini… voglio scrivere cose che facciano onore all’uomo, ma su cui non possano mettere le grinfie gli uomini”). Lo anima ed esalta un ardente desiderio di gloria e fama immortale, nella compiaciuta consapevolezza della propria grandezza: “Considererò sempre gli altri   debitori verso di me per le mie poesie, non   io verso di loro per la loro ammirazione… cosa di cui   posso fare a meno”. Eppure, le difficoltà della vita materiale e la fragilità fisica spesso minano le sue sicurezze, angosciandolo: “Dentro di me spunta di tanto in tanto un terribile temperamento morboso… Sono convinto che se ne avessi avuto la possibilità sarei stato un angelo ribelle”.

Fonte principale d’ispirazione è l’amore per Fanny Browne, cui indirizza trentasette lettere, tra il luglio del 1819 e l’agosto del 1820, ribadendo ossessivamente i suoi sentimenti di dipendenza affettiva, di ansia di possesso e fusione, di gelosia: “Non avevo mai conosciuto un amore come quello che mi hai fatto provare. Non       credevo che esistesse: lo immaginavo con terrore, te mendo che potesse consumarmi del tutto”, “Non riesco a vivere senza di te. Dimentico ogni altra cosa… penso solo a rivederti… Mi assorbi del tutto. Sarei pronto a morire per te. Il mio credo è l’amore, e tu sei il suo unico dogma”, “Mia adorata, io ti amo di un amore eterno, senza riserve. Più ti conosco e più ti amo… Persino la mia gelosia è un tormento d’amore: persino quando ne ero accecato avrei dato la mia vita per      .te…Tu sei sempre nuova ai miei occhi. Il tuo ultimo bacio è sempre il più dolce, il tuo ultimo sorriso il più splendente, il tuo ultimo gesto il più    grazioso”, “Rassicurami, amore mio. Se non avrò qualche rassicurazione, morirò di dolore. Se è vero che ci amiamo, non dobbiamo vivere come gli altri uomini e le altre donne”. L’ultima commovente missiva così si conclude: “Il fatto è che non posso lasciarti, e non potrò mai assaporare un minuto di gioia se il destino non mi consentirà di vivere insieme a te per sempre… Nonostante questo, sono contrario a incontrarti. Non posso sopportare di essere abbagliato e poi tornare di nuovo nelle mie tenebre… Vorrei tanto stare fra le tue braccia pieno di fiducia o essere colpito da un fulmine. Che Dio ti benedica, J.K.”.

Sentimenti di profondo affetto, stima e confidenza uniscono il giovane letterato agli amici più cari: Brown, Bailey, Haydon, Taylor, Dilke, Severn (“Ho molti buoni amici disposti ad aiutarmi… e quindi sono tenuto ancor di più a stare attento ai soldi che mi       prestano”). Degli amatissimi fratelli George, Tom e della sorellina Fanny scrive: “L’amore per i miei fratelli, a causa della prematura perdita dei nostri genitori e anche di sventure precedenti, si è trasformato in un sentimento più dolce dell’amore delle donne”.

Altro motivo affiorante con la stessa trepida insistenza e affezione è quello della morte, percepita come vicina e inevitabile. Struggente ci appare l’ultima lettera diretta all’amico Charles Brown da Roma, il 30 novembre 1820: “Ho la costante sensazione che la mia vita reale sia già passata e che stia vivendo un’esistenza postuma… continuo a pensare che moriremo tutti giovani… Se dovessi guarire, farò il possibile per rimediare a tutte le cose che ho mancato di fare durante la malattia… in caso contrario, mi verrà tutto perdonato…. Riesco a malapena a dirti addio, persino per lettera. Sono sempre uscito con un goffo inchino. Che Dio ti benedica!”

Queste lettere, che T.S. Eliot definì “le più straordinarie e importanti che siano mai state scritte da un poeta inglese”, costituiscono secondo il curatore del volume Alessandro Gallenzi “un’autobiografia spirituale”, da cui emerge “la figura di un giovane generoso, socievole, in continuo fermento e in costante trasformazione, insoddisfatto e consapevole dei propri limiti, incessantemente alla ricerca del bello e della perfezione poetica”. Il letterato classicheggiante, solenne, marmoreo dell’Endimione e dell’Iperione, trova in esse una dimensione più profondamente umana e spontanea, ricca di sfaccettature, incongruenze e idiosincrasie. Un epistolario privato che, forse aldilà delle intenzioni dell’autore, ha assunto in due secoli la levatura e l’importanza di capolavoro, al pari della sua celebrata produzione in versi. Tanto maggiormente opportuna, quindi, la proposta di Adelphi, che ha saputo valersi dell’ottima traduzione (particolarmente felice nelle versioni poetiche) di Gallenzi, che in sessanta pagine di note puntuali e scrupolose ha fornito al lettore vitali strumenti di conoscenza e interpretazione.

 

© Riproduzione riservata              «L’Indice dei Libri del Mese” n. 5, maggio 2022