LA CAPRIA-PERRELLA

 RAFFAELE LA CAPRIA-SILVIO PERRELLA, DI TERRA E MARE – LATERZA, BARI 2018

Silvio Perrella (1959), scrittore e critico letterario palermitano da molti anni residente a Napoli, ha curato i due Meridiani Mondadori dedicati a Raffaele La Capria (1922), e proprio con La Capria firma questa lunga conversazione, Di terra e mare, pubblicata da Laterza. Il dialogo tra i due inizia nel giorno del novantacinquesimo compleanno di Raffaele, che da subito, seduto in poltrona con un gatto grigio sulle ginocchia, mette in luce le sue doti di eccezionale affabulatore: non scrive più, ma ha la mente “abitata da pensieri”, e parla. Parla della vecchiaia, “che essenzializza ogni cosa”, della morte attesa con naturalezza, dell’illusione e del desiderio, del caos e dell’ordine che dominano il mondo. Quasi un secolo di amore per la vita, per la terra e per il mare, quel Mediterraneo “abitato dagli dei”, culla di tutti i miti e di tutte le civiltà che hanno plasmato la sua storia personale (“fui egizio fenicio greco, mi riconobbi nel senso del limite del bello e della forma, nell’aspirazione alla chiarezza e alla felicità”). Poeta in prosa, racconta episodi lontani: di traversate atlantiche che gli fecero scoprire la differenza tra lo spettacolo dell’oceano (grandioso, disumano e tremendo) e l’abbraccio confidente e materno con il mare di Napoli, il cui moto burrascoso, durante una nuotata estiva, gli aveva insegnato ad abbandonarsi attivamente alle onde degli eventi, senza opporre strenue e inutili resistenze, coltivando nell’anima una tranquilla e costante serenità, come quella che può dare una qualsiasi “bella giornata” di sole. La luce, infatti, gli appare tuttora il miracolo più misterioso e affascinante offerto quotidianamente dalla natura.

Affettuosamente incalzato da Perrella, La Capria ripercorre gli anni dell’infanzia e della giovinezza, i primi amori e le esperienze più formative, i rapporti con la famiglia, il sesso, le varie case abitate, gli animali posseduti, la fede e l’impegno civile. I due scrittori confrontano poi le loro passioni culturali (Chopin e Beethoven, Van Gogh e Carpaccio), soffermandosi sulla conoscenza e frequentazione non solo libraria di altri protagonisti della letteratura, del cinema, del teatro (Ortese e Parise, De Filippo, Franco Rosi e Patroni Griffi, l’amatissimo Eliot), discutendo di sport (il nuoto, di superficie e subacqueo, praticato entusiasticamente da entrambi), e di una Napoli sempre splendida, anche nel suo irritante immobilismo sociale. Consapevoli che per comprendere e apprezzare la vita bisogna accettarne anche gli eventi più dolorosi e tragici, affrontano in conclusione il doloroso tema della vecchiaia, del declino delle forze, dell’inevitabile fine di tutto.

Ma forse le cose più interessanti che ci suggerisce questo dialogo, in cui aleggia un profondo e reciproco sentimento di amicizia, sono quelle che Raffaele La Capria afferma a proposito della scrittura. Di come essa possa orientare nel labirinto dell’esistenza, nel confronto assiduo con la saggistica storica e filosofica; di quanto sia fondamentale e arricchente la sua relazione con l’oralità, la voce, e la lettura creativa. “Considero il romanzo la massima espressione della letteratura quando trasmette insieme a una visione del mondo, a dei pensieri, a delle osservazioni sull’uomo, anche l’idea di una invenzione, di una forma in cui tutte queste cose si uniscono e si spiegano. Ogni romanzo dovrebbe possedere una doppia natura, una natura estetica e una natura morale, una verità e una bellezza… Ogni apparizione della letteratura deve essere diversa; deve avere una sua originalità; deve essere guizzante”. A novantacinque anni, questo signore delle nostre lettere sa offrirci con levità parole complici e ancora innamorate della terra, del mare, delle belle giornate in attesa di un nostro sguardo.   

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