LULJETA LLESHANAKU, LA MISERIA DELLE PARTICELLE

TRANSEUROPA, MASSA 2026

 

Luljeta Lleshanaku è nata nel 1968 a Elbasan (Albania) in regime di libertà vigilata, provenendo da una famiglia perseguitata durante il vecchio regime totalitario. Ha studiato Lingua e Letteratura Albanese a Tirana, e attualmente vive a New York. Proclamata “Poeta Laureato dell’Albania”, è autrice di una decina di libri di poesia in lingua albanese tradotti in tutto il mondo, e premiati in diversi concorsi letterari internazionali. La miseria delle particelle è il suo secondo volume pubblicato in italiano, edito da Transeuropa con testo a fronte nella collana “Cittadini della poesia”, che raccoglie scritti di esuli, migranti, expat, autori italiani “marginali” e periferici rispetto agli standard culturali tradizionali.

In realtà Lleshanaku non ha nulla dell’intellettuale marginale, inserita e apprezzata com’è nel contesto culturale del mondo occidentale, e ben lo dimostra questo volume, aperto a una sorta di indagine più sociale che individuale. Le sue poesie, che rifuggono da ogni ambizione di ricerca linguistica fine a sé stessa, appaiono lineari, di facile interpretazione, e affidano la loro peculiarità quasi esclusivamente alla potenza del messaggio trasmesso.

Raramente la poeta parla di sé e del proprio vissuto, indulgendo a una confessione autobiografica che pretenda commiserazione o approvazione. Quando lo fa, utilizza frasi lapidarie senza alcuna volontà di ulteriori approfondimenti o spiegazioni: “Sono nata da una speranza morta, / come il filo d’erba / tra le lastre sconnesse del marciapiede”; “Anche se più astratto che mai, / il corpo è la mia patria senza inno”; “Ora la mia gravità è zero. La libertà non ha più senso. / La mia presenza pesa quanto un capello sul colletto pulito della camicia”.

Molto più spesso si sofferma sulle sue vicende individuali attraverso la raffigurazione di persone a lei vicine (nonni, genitori, abitanti del paese d’origine), degli ambienti o degli oggetti circostanti. Ripercorre la tormentata storia nazionale e quella familiare senza concedersi pietismi o recriminazioni, semplicemente affidandosi alla icasticità delle immagini, registrate con severa asciuttezza documentaristica, con l’inflessibilità dell’occhio cinematografico.

Il grigiore del paese è la “CONDIZIONE DA TENERE PRESENTE” (come suggerisce il titolo di una poesia) per penetrare nell’humus da cui è generata la sua vocazione letteraria.  Pioggia e neve nei cortili, strade fangose, gatti randagi e puzza di pesce nei vicoli; tetti di lamiera e bar fumosi; giocattoli rotti e libri sfasciati; il cimitero dove il guardiano gioca a scacchi con sé stesso; la stazione semideserta (“Salgono in pochi; ancora meno scendono. //… saranno il nostro alibi per non arrivare puntuali o non / arrivare affatto”) sono lo sfondo su cui la poeta fa muovere i propri personaggi-pedine.

Consapevole che “I miti locali hanno solo due scelte: / andarsene o morire, / per permetterci un passato perfetto da raccontare”, li descrive senza retorica. Padri che odiano i figli e viceversa, mariti e mogli che si tradiscono con indifferenza, lavori tramandati per generazioni (macellai, pescatori, contadini), operai che si alzano indolenti la mattina (“La saliva ancora amara di caffè / e sui baveri – barriere di forfora”, “la riga netta dei capelli con la brillantina, / a disagio, / come dentro una vita in prestito”). E le donne, soprattutto, logorate dalle gravidanze e dalla fatica, che “si possono descrivere con altrettanta semplicità, in una sola riga”, e quella riga contempla un destino di lutti, malattie, rinunce, sfruttamento.

Giustamente il prefatore della raccolta Michael Hofmann avvicina la scrittura di  Luljeta Lleshanaku ad altri famosi poeti dell’Europa Centrale e orientale (Szymborska, Brodskij, Zagajewski) per l’ oggettività di sguardo sulla realtà, ma eccede forse in severità quando le rimprovera la  recente apertura riflessiva e filosofica su temi scientifici, mitologici, storici e politici complessi, perché comunque anche l’ultima produzione rimane ancorata a spunti descrittivi di evidente concretezza, insieme a implicita ironia, sospensione del giudizio e affilata razionalità.

A questo proposito si deve rilevare che oltre alla peculiarità dei versi lunghi, descrittivi, lontani da artifici retorici, Lleshanaku utilizza in modo insistente le similitudini, spiazzanti, originali, bizzarre. Introdotte dal tradizionale “come” (si contano più di cento occorrenze di tale congiunzione comparativa), non usa la semplice apposizione di simboli tipica delle metafore. Nella sola poesia Lost in translation ne elenca ben tre: “case abbandonate, / che si spaventano come neonati nel sonno”, “lettere scivolose / come il burro”, “L’autunno si ritira, / come uno sciacallo sazio”, evidenziando in tale pratica stilistica la volontà esplicita di comunicazione anche nelle figurazioni immaginative.

 

«L’Indice dei libri del mese», n. XI, novembre 2026

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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