MASSINI

STEFANO MASSINI, STATO CONTRO NOLAN – EINAUDI, 2019

Stefano Massini (Firenze, 1975) ha toccato in questo suo testo teatrale del 2019 – dall’impianto vivacemente cinematografico, con un serrato montaggio scenico –, alcune tematiche cruciali della nostra contemporaneità: il controllo del potere sulle vite degli individui, l’abilità manipolatoria dei media, il pregiudizio generalizzato nei riguardi del diverso, la smania di successo e di ricchezza economica, le responsabilità dell’apparato giuridico, e soprattutto l’ambiguità dei messaggi verbali a cui tutti ci affidiamo, per nostra ingenuità o rassegnazione.

Il caso giudiziario narrato è liberamente ispirato a notizie giornalistiche e a controversie processuali autentiche, ovviamente modificate nei riferimenti alle persone e alla località citate. Chi dà il nome alla pièce è Herbert Nolan, direttore dell’unico giornale di Leister, una tranquilla cittadina americana abitata da contadini taciturni e diffidenti. Nolan è imputato in un processo di natura commerciale; co-protagonisti sono un giudice, un procuratore distrettuale, l’avvocato della difesa e sei testimoni. Il giudice Rutherford apre il dibattimento rivolgendosi direttamente alle parti, ed esortando la giuria a dare un significato non puramente legale a quanto verrà discusso in aula, senza farsi influenzare da preconcetti: “Ciò che valuterete in quest’aula ha più che mai un valore superiore al piccolo caso che trattiamo”.

L’antefatto è quasi banale, ma sconvolgente perché circoscritto in una comunità chiusa, in “un posto tranquillo”, come recita il cartello di benvenuto alle soglie del paese. Uno sconosciuto, vestito con abiti logori, appesantito da una valigia legata da uno spago, cammina sulla statale 40 in una torrida giornata del luglio 1956. Assetato, si ferma davanti alla fattoria della famiglia Robichaux per chiedere da bere. Sulla veranda la giovane Else, con il capo coperto da un velo come in uso tra i cristiani anabattisti, si spaventa e urla. Il nonno, anziano e malato, esce dalla casa e spara all’uomo con un fucile Weiss, uccidendolo. Il Leister Telegraph, proprietà dell’imprenditore Herbert Nolan, pubblica per mesi titoli e servizi sensazionalistici, sfruttando e manipolando la notizia per creare panico tra i cittadini, e indurli così ad acquistare i prodotti dalla Weiss & Co. Armi da Fuoco (fabbrica locale di cui Nolan è principale azionista), che in pochi mesi vede triplicare i suoi profitti. Il processo deve quindi deliberare se i numerosi articoli usciti sul Leister Telegraph riguardo al caso Robichaux siano da ritenersi normale cronaca, o invece si configurino come promozione occulta dei fucili Weiss, celando un vistoso conflitto di interessi dell’imputato.

I sei testimoni chiamati a deporre (la giovane Else, il cronista polacco che aveva scritto gli articoli, il titolare dell’emporio di vendita delle armi, la maestra elementare, il pastore anabattista e il proprietario della fabbrica Weiss & Co.) offrono interpretazioni discordanti dello stesso episodio, ostinati nel difendere la loro verità anche contro ogni evidenza, e decisi a preservare la reputazione del loro operato e della collettività nei confronti dello straniero innocente, ma temibile, che aveva turbato la serenità del luogo con il suo solo inquietante apparire.

La causa in giudizio, che in Stato e Nolan rimane senza verdetto finale, verte essenzialmente sul diritto della stampa di conquistare l’interesse dei lettori anche servendosi di metodi poco onesti, falsificando i particolari dell’accaduto, esaltando o denigrando i protagonisti, ingigantendo titoli e fotografie. Più precisamente, si discute sul valore pubblico delle parole scritte. Come argomenta il cronista nel difendersi dalle accuse: “Usare le parole è rischiare: chiunque parla, chiunque scriva, chiunque si rivolga – in qualsiasi modo – a un altro essere umano, accetta di buon grado il pericolo di essere frainteso, usato, distorto… La normalità dei fatti non interessa mai, ma appena la normalità si spezza, lì c’è spazio per scrivere”.

Quando le parole vengono stampate, da umane quali sono, diventano magia, “sono eterne, immobili, nero su bianco, scritte come scritta è la Bibbia, scritte come scritte sono le leggi”. Producono echi assordanti, germogliano nei pensieri della gente, che non desidera altro se non di essere confermata nelle sue teorie e difesa dalle proprie paralizzanti paure.

Le parole sono pietre, possono orientare e disorientare, condannare e scagionare, santificare o distruggere. Lo sa bene Stefano Massini, che dal 2016 collabora al secondo giornale più venduto e letto in Italia, e da mesi firma un’interessante rubrica di successo proprio sul significato etimologico dei modi di dire e dei termini più comuni. La Repubblica, testata del Gruppo GEDI proprietà della famiglia Agnelli-Elkann, detiene il 25% del mercato editoriale nazionale.

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