ALESSANDRO PORTELLI, IL GINOCCHIO SUL COLLO – DONZELLI, ROMA 2020

“I can’t breathe. I can’t breathe”: non posso respirare, ripetuto undici volte dall’afroamericano George Floyd, il 25 maggio 2020 a Minneapolis, mentre l’agente di polizia Derek Chauvin lo teneva per otto minuti bloccato a terra con un ginocchio sul collo. Alessandro Portelli ricostruisce quel tragico episodio e il movimento di protesta di massa che ne è seguito, inserendoli all’interno dell’ininterrotta sequenza di violenze praticata dalla polizia americana negli ultimi decenni, per risalire poi al racconto delle discriminazioni razziali e delle disparità sociali che hanno segnato la storia secolare degli Stati Uniti. Lo fa utilizzando materiali letterari e cinematografici, canzoni di protesta, cronache giornalistiche e giudiziarie, con riferimenti anche all’attualità italiana e al dibattito internazionale sulla cancel culture. Portelli (Roma, 1942), critico musicale, storico e anglista, ha dedicato molti saggi alla letteratura afroamericana e alle tradizioni popolari orali: è stato professore ordinario di letteratura angloamericana all’Università “La Sapienza” di Roma, e dagli anni ’70 scrive su Il Manifesto.  Il ginocchio sul collo non è il suo libro più recente (sono usciti altri volumi in italiano e inglese, tra cui il fondamentale We shall not be moved. Voci e musiche dagli Stati Uniti (1969-2018), con 4 CD-Audio), ma senz’altro rappresenta una testimonianza appassionata dell’impegno culturale e politico dell’autore contro ogni violenza di stato. Facendo riferimento all’omicidio di Floyd, scrive: “C’è qualcosa di mitologico nell’immagine del poliziotto col ginocchio piantato sul collo di George Floyd: san Giorgio che calpesta il drago sconfitto, la divinità purissima che schiaccia il serpente, il cacciatore bianco sull’elefante ucciso in safari. Sono figure della vittoria della virtù sulla bestia, della civiltà sul mondo selvaggio… E del bianco sul nero. Ma in questa immagine il senso si capovolge: l’animale è quello che sta sopra e calpesta, e la vittima calpestata è quella che invoca il più umano e insieme il più simbolico dei diritti: il respiro”.

L’assassinio di George Floyd ha scoperchiato un intreccio di contraddizioni e ingiustizie sedimentate nel tempo, provocando la reazione dei moltissimi uomini e donne di ogni età, neri, bianchi, ispanici “senza parola e senza rappresentanza”, che finalmente hanno urlato la loro rabbia di fronte alla disuguaglianza crescente, alla precarietà, allo svuotamento della democrazia e alla violenza poliziesca diffusa, che solo nel 2020 ha causato più di due uccisi al giorno. Le imponenti manifestazioni che ne sono derivate, protrattesi per mesi, hanno coinvolto milioni di persone, suscitando reazioni solidali e allarmate nell’opinione pubblica mondiale (soprattutto tra i giovani e i militanti per i diritti civili), e interventi legislativi mirati a correggere lo strapotere repressivo, esercitato militarmente, dei corpi di polizia. Davanti all’ingiustizia di tante morti di afroamericani, impressiona rileggere le parole di Huckleberry Finn riportate in epigrafe del libro: “S’è fatto male qualcuno?”. “Nossignora. È morto un negro”, a ribadire che black lives don’t matter.

Il volume segue coerentemente la traccia della denuncia etica e politica, sia negli interventi di taglio più spiccatamente giornalistico e di cronaca, sia nelle documentazioni raccolte dall’autore nei suoi frequentissimi viaggi in America, per risalire infine alla ricostruzione storica degli ultimi due secoli di sopraffazione della civiltà occidentale bianca sulle minoranze e le popolazioni più povere.  Tre sono le vicende esemplari recuperate dal passato, in cui dominio e repressione dei bianchi si sono scontrate con la violenza delle rivolte nere: la ribellione degli schiavi a Charleston nel 1822, la sommossa ad Harlem nel 1943, i disordini esplosi nel ghetto di Los Angeles nel 1992. Alessandro Portelli narra questi episodi con la vivacità e la partecipazione emotiva del romanziere più che del distaccato saggista, interrogandosi sulla discrepanza tra l’intensità e la complessità dalle proteste e “l’inossidabile capacità della cultura dominante di non sentire, non vedere, non capire”.

Dal 2013 al 2020 le persone uccise dalla polizia negli Stati Uniti sono state 8264, per il 28% afroamericane, ma molto più numerosi sono state le vittime tra i nativi indiani; vengono uccisi individui considerati “sospetti” in termini di colore, di classe, di genere: si tratta quasi sempre di indigenti ritenuti potenziali criminali, a volte trovati in possesso di armi improprie, a volte valutati come ostili o provocatori. Il pregiudizio razziale è comunque prevalente, e l’elenco degli ammazzati fornito da Portelli, con le circostanze che hanno condotto alla loro eliminazione, è impressionante. Bruce Springsteen ha ammesso in un’intervista: “Incombe ancora su di noi, generazione dopo generazione, il fantasma della schiavitù, il nostro peccato originale e il dilemma irrisolto della società americana”.

Perché i poliziotti sparano in maniera indiscriminata e ingiustificata, contro obiettivi di solito indifesi? Tra le cause elencate da Portelli sono da considerare il disprezzo per il diverso, la certezza dell’impunità (nel 99% dei casi non c’è stata nessuna sanzione nei confronti degli agenti responsabili), lo spirito di corpo, l’incompetenza e la paura. Anche le forze dell’ordine europee e italiane non sono esenti da tali responsabilità, e vengono citati come esempi i nomi di Aldrovandi, Cucchi, Magherini, Sandri…

Il terzo capitolo del libro, polemicamente appassionato, si intitola “Uomini di marmo”, e affronta il discusso argomento della cancel culture e dell’abbattimento delle statue erette in onore di discutibili personaggi storici, che si sono macchiati di crimini contro gruppi di etnie diverse. Negli States sono centinaia i monumenti, le targhe commemorative, le cerimonie e i titoli onorifici celebranti non solo gerarchi e militari sudisti, politici schiavisti, intellettuali che hanno legittimato il razzismo, ma addirittura membri e fiancheggiatori del Ku-Klux Klan, tutti uomini e tutti osannati molti anni dopo la morte, mentre nessun monumento è stato eretto in memoria delle migliaia di neri e nativi sacrificati nelle guerre nazionali e cittadine, pubbliche e private.

Portelli sottolinea con veemenza che “un monumento esiste perché qualcuno l’ha eretto, e l’ha eretto in qualche momento e con qualche intenzione: è un messaggio, un segno di quelle intenzioni… le statue, lungi dallo svolgere una funzione di memoria storica, congelano la storia in un passato monumentale spesso falsificato e negano tutta la storia che è venuta dopo… sono segni intenzionali con cui il potere presente afferma il proprio diritto di definire il significato del tempo storico e dello spazio pubblico”.

La lunga querelle riguardante la distruzione di sculture commemorative intitolate ai conquistatori ha una sua ragion d’essere: se è vero che Cristoforo Colombo appartiene all’immaginario collettivo degli italiani, alimentato da affetto e orgoglio, è anche indubbio che la colonizzazione dei territori americani ha comportato stragi, usurpazioni, oltraggi. Per rimediare all’ingiusta e colpevole parzialità delle varie rappresentazioni culturali (in marmo, carta, pellicole) non esiste solo la soluzione dell’abbattimento: tra iconoclastia e celebrazione si possono individuare altri percorsi di risignificazione, di commento chiarificatore, di accompagnamento critico. Senza aspettare che la polvere del tempo ricopra le testimonianze fallaci e che le statue celebrative si sgretolino da sole.

 

© Riproduzione riservata        «Gli Stati Generali», I gennaio 2024