ANTONIA POZZI, MIA VITA CARA – INTERNOPOESIA, LATIANO (BR) 2019

A partire dalla fine degli anni ’80 si sono intensificati studi, convegni, edizioni degli scritti di Antonia Pozzi (Milano, 1912-1938), quasi a voler risarcire il silenzio, l’indifferenza e le censure seguite alla sua tragica fine. I critici ne hanno spesso interpretato tendenziosamente sia l’opera sia la biografia, chi facendone un vessillo di indipendenza femminista, chi decantandone l’ansia di assoluto e di ricerca spirituale. Le sue più importanti commentatrici, Alessandra Cenni e Onorina Dino, le hanno attribuito caratteristiche opposte: la prima una fisicità disinibita e ardente, la seconda un fiero anticonformismo, animato però da una castità misticheggiante.
Coesistevano probabilmente entrambi gli aspetti, nel temperamento e nella produzione letteraria di Antonia, come si può dedurre dalle sue lettere e dai versi, amorosamente appassionati e insieme nobilmente ascetici:
“Guardami: sono nuda. // … Vedi come incavato ho il ventre. // … Oggi, m’ inarco nuda, nel nitore / del bagno bianco e m’ inarcherò nuda / domani sopra un letto, se qualcuno / mi prenderà”, “Io non devo scordare / che il cielo / fu in me”, “Afferrami alla vita, / uomo. Passa la nebbia / e lambe e sperde l’incubo mio folle”, “A tratti le parole si frangevano / in sfumature lunghe di silenzio / e all’anima sembrava di vibrare / nuda nel vento e di sfiorare Dio”, “Ciascuno la propria tristezza / se la compra dove vuole”, “Ma io ardevo / dal desiderio di scattare fuori, / nell’invadente sole…”, “Signore, per tutto il mio pianto, / ridammi una stilla di Te / ch’io riviva”.
Da un lato l’ostilità verso il “velenoso mondo”, dall’altro la brama di aderirvi anche sensualmente.
Poetessa sensibile e raffinata, studiosa di filosofia e di letteratura, appassionata fotografa, nella sua breve vita intrecciò amicizie importanti con Vittorio Sereni, Enzo Paci, Luciano Anceschi, Remo Cantoni, seguendo all’Università Statale le lezioni di Vincenzo Errante e di Antonio Banfi, con cui si laureò discutendo una tesi su Gustave Flaubert.
Antonia proveniva da una stimata e ricca famiglia milanese (suo padre, Roberto Pozzi, era un noto avvocato, podestà in epoca fascista; la madre, contessa Lina Cavagna Sangiuliani, era nipote dello scrittore risorgimentale Tommaso Grossi); trascorse i suoi pochi anni tra il palazzo liberty di via Mascheroni 23 e una villa settecentesca a Pasturo, ai piedi delle Grigne, in provincia di Lecco, dove amava rifugiarsi per dedicarsi alla scrittura. Dopo un’infanzia e un’adolescenza protette e serene, vissute tra attività sportive (bicicletta e alpinismo), viaggi all’estero e studi di lingue straniere, negli ultimi anni di frequenza al Liceo Classico Manzoni aveva intrecciato con il suo professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi, una relazione molto osteggiata e poi interrotta nel 1933 per il severo intervento dei suoi genitori. Si uccise a ventisei anni nel prato dell’abbazia di Chiaravalle, e il suicidio venne fatto passare dai parenti per polmonite; il padre distrusse il suo testamento e arrivò ad alterare le poesie, scritte su quaderni e allora ancora tutte inedite, eliminandone i riferimenti affettivi più espliciti.
Antonia fu sepolta nel piccolo cimitero di Pasturo, i suoi scritti e la stessa casa di vacanza furono ceduti alle Suore del Preziosissimo Sangue di Monza: fu Madre Onorina Dono che con perizia filologica creò un archivio dei manoscritti (con tutte le poesie, i diari, l’epistolario, la tesi di laurea, le fotografie), ceduto poi all’Università dell’Insubria.
Molto si è scritto soprattutto sul suicidio di Antonia Pozzi, che alcuni attribuirono a una cocente delusione sentimentale (dopo l’amore infelice per il suo insegnante Antonio Maria Cervi, patì il doloroso rifiuto del filosofo Dino Formaggio), ma anche il cupo clima politico italiano ed europeo di quegli anni, e le leggi razziali del 1938 che avevano colpito alcuni dei suoi amici più cari, contribuirono ad acuire il suo disagio esistenziale. “Forse l’età delle parole è finita per sempre”, aveva scritto quell’anno a Vittorio Sereni.
L’italianista Maria Corti, che la conobbe all’università, disse che “il suo spirito faceva pensare a quelle piante di montagna che possono espandersi solo ai margini dei crepacci, sull’orlo degli abissi. Era un’ipersensibile, dalla dolce angoscia creativa, ma insieme una donna dal carattere forte e con una bella intelligenza filosofica; fu forse preda innocente di una paranoica censura paterna su vita e poesie. Senza dubbio fu in crisi con il chiuso ambiente religioso familiare. La terra lombarda amatissima, la natura di piante e fiumi la consolava più dei suoi simili”.
Così infatti aveva scritto nel suo biglietto d’addio per i familiari: “Papà e mamma carissimi, non mai tanto cari come oggi, voi dovete pensare che questo è il meglio. Ho tanto sofferto… Ciò che mi è mancato è stato un affetto fermo, costante, fedele, che diventasse lo scopo e riempisse tutta la mia vita… Fa parte di questa disperazione mortale anche la crudele oppressione che si esercita sulle nostre giovinezze sfiorite… Desidero di essere sepolta a Pasturo, sotto un masso della Grigna, fra cespi di rododendro. Mi ritroverete in tutti i fossi che ho tanto amato. E non piangete, perché ora io sono in pace. La vostra Antonia”.
La scelta di finire i suoi giorni sdraiata in un prato era stata adombrata in molti versi giovanili: “Poi restare, a notte, / stesa nel prato, con le vene vuote: / le stelle ‒ a lapidare imbestialite / la mia carne disseccata, morta”, “O lasciate lasciate ch’io mi perda / ombra nell’ombra ‒ / gli occhi / due coppe alzate / verso l’ultima luce”.
La giovane casa editrice InternoPoesia ha da poco pubblicato Mia vita cara. Cento poesie di amore e di silenzio, a cura di Elisa Ruotolo, selezionando le liriche in ordine di composizione, dal 1929 al 1938. Vi sono raccolte le più note ed emblematiche, con la prevalenza di temi sentimentali, dedicate a A.M.C. (dolce mio bene, mio dolce amico, fonte della vita, anima buona) o a un altro amore, più sognato che vissuto: e sono pagine commoventi e accorate, in cui il desiderio di fusione e completa dedizione all’amato si confonde con l’acuta necessità di sentirsi protetta, abbracciata, difesa dai propri incubi.
“Ma vieni: camminiamo: anche l’ignoto / non mi spaventa, se ti son vicina”, “Io vorrei, per te, essere la terra / tepida e molle, che attutisce l’urto”, “Dammi la mano, amore. Attraversiamo / l’ombra di questa porta”, “Accettami così, ti prego. Prendimi / così come ora sono. Non mi chiedere / di più. Sei forte: sii pietoso. Tendimi / la tua mano tenace; fammi credere alla vita”, “Tu sei tornato in me / come la voce / d’uno che giunge, / ch’empie a un tratto la stanza, / quando è già sera”, “Ti do me stessa, / le mie notti insonni, / i lunghi sorsi / di cielo e stelle”, “Non tu, / ma le tue mani giovani / dicono alle mie mani, / a me: Come siete / vecchie”.
Un primo consistente nucleo di versi, scritti negli anni adolescenziali, risente dell’atmosfera crepuscolare, sia nel ricordo di un’infanzia già segnata da una sensibilità ferita, sia nel vagheggiamento di una natura intatta, materna, rasserenante (le montagne, i laghi, i prati fioriti).
Più mature e malinconicamente rassegnate, diverse poesie alludono a un bambino mai nato, e che mai vedrà la luce, nella consapevolezza di una maternità fortemente desiderata ma negata dalle circostanze: “Oh bimbo, bimbo mio non nato, / la tua mamma non sa / che viso avrai”, “Questo è il mio bambino / ‒ vedi ‒ / il mio bambino / finto”, “E perciò il nostro bimbo / unico / sarà quello / che noi sognammo / nei mattini di giugno”, “ma tremo / come una mamma piccola giovane / che perfino arrossisce / se un passante le dice / che il suo bambino è bello”.
Solo la poesia riesce a trasfigurare una realtà che si esibisce aggressiva e ingiusta, e nella poesia Antonia crede come viatico e benedizione. In una lettera aveva scritto: “La poesia ha questo compito sublime: di prendere tutto il dolore che ci spumeggia e ci rimbalza nell’anima e di placarlo, di trasfigurarlo nella suprema calma dell’arte, così come sfociano i fiumi nella celeste vastità del mare”.
La vita troppo amata non si fa perdonare quando tradisce le aspettative: “Per troppa vita che ho nel sangue / tremo / nel vasto inverno”. Eppure, è amata comunque, regalo riconosciuto persino quando la si abbandona: “oh, per averti sognata, / mia vita cara, / benedico i giorni che restano”.
Per accomiatarci dalla figura e dai versi di Antonia Pozzi, mi piace trascrivere quella che ritengo la più intensamente evocativa tra le sue composizioni, Confidare: “Ho tanta fede in te. Mi sembra / che saprei aspettare la tua voce / in silenzio, per secoli / di oscurità. / Tu sai tutti i segreti, / come il sole: / potresti far fiorire / i gerani e la zàgara selvaggia / sul fondo delle cave / di pietra, delle prigioni / leggendarie. / Ho tanta fede in te. Son quieta / come l’arabo avvolto / nel barracano bianco, / che ascolta Dio maturargli / l’orzo intorno alla casa”.

 

© Riproduzione riservata                         «Il Pickwick», 30 maggio 2019