RITSOS

GHIANNIS RITSOS, PIETRE RIPETIZIONI SBARRE – CROCETTI, MILANO 2020

Di Ghiannis Ritsos è stato ristampato dall’editore Nicola Crocetti (suo traduttore, grande estimatore e amico), il volume di versi Pietre ripetizioni sbarre, che raccoglie un centinaio di composizioni scritte tra il 1968 e il ’69, anni in cui il poeta viveva confinato dal regime dei colonnelli nei campi di concentramento di Ghiaros e Leros, e poi agli arresti domiciliari a Karlòvasi, sull’isola di Samo. Edite per la prima volta a Parigi nel 1969 con una commossa prefazione di Louis Aragon, furono introdotte clandestinamente in Grecia solo due anni dopo, censurate dal potere militare perché ritenute pericolose e sovversive. Anche quando non esplicitamente, quei versi alludono tuttavia (nell’ossessività di visioni plumbee e angosciose), al peso della dittatura, invitando alla ribellione e al coraggioso recupero del mito classico nel suo richiamo alla resistenza e alla libertà.

Ghiannis Ritsos (1909-1990) è considerato uno dei più grandi poeti greci del ventesimo secolo, insieme a Konstantinos KavafisGiorgos SeferisOdysseas Elytīs. Scrittore particolarmente prolifico, fu autore di circa 150 raccolte poetiche, oggi ristampate in quattordici volumi dall’editore ateniese Kedros. Proposto per nove volte, senza successo, al Premio Nobel per la Letteratura, vinse invece il Premio Lenin per la pace nel 1976, onorificenza da lui ritenuta più gratificante perché riconosceva la sua dichiarata e convinta adesione all’ideale marxista e al partito comunista greco (KKE).

Nato nel Peloponneso da una famiglia di proprietari terrieri, Ritsos ebbe un’infanzia e una giovinezza segnata da lutti e malattie: il fratello e la madre morirono di tubercolosi, mentre la sorella e il padre (affetto da una grave forma di ludopatia, che costò alla famiglia la rovina economica) finirono ricoverati in un istituto psichiatrico. Costretto ad abbandonare gli studi universitari ad Atene, svolse diversi lavori per mantenersi (dattilografo, copista, comparsa teatrale, ballerino), continuando negli anni ad alimentare la sua passione per la poesia e l’impegno politico.

Pietre ripetizioni sbarre è un volume diviso in tre parti corrispondenti alle tre scansioni del titolo. Pietre, nel suo rimandare alla dura scabrosità delle rocce di Leros, metafora della realtà aspramente ostile di un ambiente degradato, restituisce un’atmosfera da incubo, piombata in un silenzio lacerato da urla di ribellione, e abitata da figure minacciose. Questa sezione è quella in cui più concretamente si avverte l’incombere del potere tirannico da un lato e l’impotenza dell’individuo esiliato dal mondo circostante (Con queste pietre: “Non restarono che le pietre. Dobbiamo arrangiarci con queste, adesso; / con queste, con queste, – ripete. Quando la notte scende / dall’alto sul monte livido e getta nel pozzo le nostre chiavi, / mie pietre, mie pietre, – dice – potessi scolpire uno per uno i miei volti sconosciuti e il mio corpo”).

Ripetizioni consiste in un sofferto ritorno al mito e alla tradizione dell’antica cultura greca, in una rilettura del passato fattosi strumento di interpretazione e comprensione della contemporaneità: Achille Ercole Penelope Apollo parlano attraverso Ritsos parole ribattezzate dalla sofferenza patita nel presente (Talo: “Ripetizioni – dice, – ripetizioni senza fine; – che stanchezza mio Dio; / tutto il mutamento è solo nelle sfumature – Giasone, Odisseo, Colchide, Troia, / Minotauro, Talo, – e proprio in queste sfumature / tutto l’inganno e la bellezza a un tempo – opera nostra”).

Infine la sezione conclusiva, Sbarre, raccoglie le poesie più pregne della realtà da cui nascono; poesie di prigione, che narrano perquisizioni, isolamento, celle, torture, morti, evasioni senza ricorrere a simbologie o a metafore, (L’ultimo obolo: “Ore difficili, difficili per il nostro Paese. E lui, fiero, / nudo, indifeso, debole, lasciò che lo aiutassero; / hanno fatto ipoteche su di lui; accampano diritti, esigono; / parlano in sua vece; gli impongono il respiro, il passo; / gli fanno l’elemosina; lo rivestono con altri abiti troppo larghi e cadenti, gli legano una cima ai fianchi”; Necessariamente: “Caduto lì, bocconi; il mento nella terra; il collo / serrato tra i ginocchi dell’altro; – quasi cianotico; le vene gonfie sulle tempie. Immobile. / Un movimento; – l’estremo spasmo? Chiudi gli occhi. No, no”).

Il destino del prigioniero, la sua nostalgia di un esterno negato, lo stupore per la persecuzione ingiusta e crudele animano i versi di una delle composizioni più intense del volume, Il crocevia: “Molte volte devia, ingannato di nuovo / da lunghe colonne al sole e dalle loro ombre lunghe il doppio, / da vele triangolari sul mare, ingrandite / nell’infinita trasparenza. E, d’improvviso, il botto / di una briciola che cade sul pavimento o lo spago / appeso alle sbarre d’una finestra, / che stride impercettibilmente,  ̶  un fraterno preavviso / perché rientri per tempo. Guarda intorno stupito, / si guarda le unghie, sbatte le ciglia, tenta di ricordare, / di capire se era stato ingannato allora o adesso”.

Rimane comunque, inalterata e immutabile, la speranza di un futuro luminoso, in cui torni a trionfare “Immensa, estatica orfanezza – libertà”, nel recupero di una tranquillità quotidiana fatta di piccoli gesti familiari, e di una rifioritura augurale dell’habitat intorno. Rinascita: “Da anni più nessuno si è occupato del giardino. Eppure / quest’anno – maggio, giugno – è rifiorito da solo, / è divampato tutto fino all’inferriata, – mille rose, / mille garofani, mille gerani, mille piselli odorosi – / viola, arancione, verde, rosso e giallo, / colori – colori-ali; – tanto che la donna uscì di nuovo / a dare l’acqua col suo vecchio innaffiatoio – di nuovo bella, / serena, con una convinzione indefinibile”.

 

© Riproduzione riservata      «Gli Stati Generali», 9 OTTOBRE 2020