ROMAGNOLI

 FERNANDA ROMAGNOLI, IL TREDICESIMO INVITATO – GARZANTI, MILANO 1980

Cosa sappiamo, e cosa sanno oggi i giovani lettori di poesia, di Fernanda Romagnoli? Quasi niente, ovvero le poche notizie che ci tramanda Wikipedia. Autrice di un unico libro importante (Il tredicesimo invitato, pubblicato da Garzanti nel 1980, e riedito da Scheiwiller nel 2003), nata a Roma nel 1916 e morta sempre a Roma nel 1986, diplomata in pianoforte e all’istituto magistrale, moglie di un militare che seguì nei frequenti trasferimenti in diverse città italiane, madre di una figlia. Aveva pubblicato quattro plaquette di versi nel 1943, nel 1965, nel 1973 e nel 1979, ignorate dalla critica (fatta eccezione per la lunga fedeltà dimostratale da Donatella Bisutti, e la stima che le riservò Attilio Bertolucci) e rimaste in pratica senza diffusione. Poche, scarne notizie biografiche. Riservata come persona, trascurata come poeta. Però grande poeta. Dal dettato classico e composto, animato da una malinconia pensierosa e da un’ironia (e autoironia) intelligente e mai sarcastica, attenta alla quotidianità senza diventare noiosamente e minuziosamente prosastica. Si leggano per esempio i versi dedicati agli oggetti minimi e inessenziali di cui ci serviamo nelle nostre abitazioni, di cui non abbiamo bisogno ma da cui temiamo il distacco:

«I piccoli oggetti, i piccoli / amici-schiavi, che tirano / troppo in lungo la vita! Miei cari, / vi licenzio in tronco. È più dura / forse per me: ma chi monco, / chi gobbo, chi spelato da lebbra; / e il mazzo di chiavi risputato / da ogni serratura. // Gli ipocriti inermi! Bisbigliano / Aiuto, pietà. / E s’uncinano a tutti gli appigli, / a tutti i ricordi come labbra / s’attaccano, come vermi. // Giù nel sacco – un tonfo – coraggio! / Non sarà un lungo viaggio. / In cantina, il bel dormitorio. / Col teatrino dei topi, il tanfo / del vino, la grata / (tarlata) del parlatorio / per la piuma, per la foglia di passo. / Tra vecchi fratelli… Diciamo / che a noi padroni va peggio, / quand’è l’ora nostra… ma adesso / muoviamoci, andiamo». (Oggetti)

Il distacco, da persone e cose, è un tema costante nella poesia di Fernanda Romagnoli: “L’arte di perdere” di cui parlava Elizabeth Bishop, diventa in lei quasi un dovere morale, un’abitudine da assumere per evitare l’ansia del possesso, e per imparare ad accettare la rinuncia, e l’addio ‒ più o meno definitivo ‒ da chi si ama. La morte, quindi, come mistero impenetrabile e inaccettabile, conclusione crudele di un ciclo vitale negli esseri animati e inanimati. Nel bruco sbucato fuori da un frutto e finito nel piatto, e qui ucciso con noncuranza; nel ricordo dei gesti della madre, adorata e perduta:

«Tagliato in due col suo frutto / il bruco si torce, precipita / nel piatto, ove un attimo orrendo / sopravvive al suo lutto. / Coperto di bucce, sepolto / fra le dolcezze e gli aromi / che amava in vita, gli accendo / sulla catasta l’incenso / della mia sigaretta. / Morte pulita – ed in fretta. / Ma che ne so della via / che il bruco ha percorso in quell’unico / istante di agonia» (Bruco); «Mia madre celebrava la mattina / con un caffè solitario. / Filtravano dalla cucina / neri aromi in un chiaro di gesso. / Toccavano rumori la parete / per farsi indovinare / da me, che silenziosa / sorridevo nel buio «vi conosco!». / Mia madre la mattina / stava sola di là, come Dio / sta sulla terra e sul mare. / Prendeva il giorno nelle sue mani rosse, / assegnava alle cose il loro posto. / Come farà, che adesso / sola fatica delle sue mani è stare / incrociate sul petto» (Rito); «Morte, se vieni per condurmi via, / lascia che ombra su ombra / io ripercorra la gente. / In quest’incrocio di rotte / casuali, ci siamo incontrati / – fra vivi – così inutilmente. / Per migliaia di giorni, / ogni giorno: / all’andata, al ritorno. / Per migliaia di notti, / ogni notte, coi ginocchi, coi fiati. / Non ci siamo scambiati / niente» (Niente).

Un altro fil rouge che attraversa le poesie della Romagnoli è quello dell’inappartenenza, dell’esclusione, addirittura della doppia identità: quasi che l’autrice di questi splendidi versi non sapesse riconoscersi, non solo nella propria scrittura, ma soprattutto nel teatrino dei rapporti sociali, sul palcoscenico delle relazioni fasulle, della finzione imposta per compiacere il mondo:

«Grazie – ma qui che aspetto? / Io qui non mi trovo. Io fra voi / sto come il tredicesimo invitato,per cui viene aggiunto un panchetto / e mangia nel piatto scompagnato. / e fra tutti che parlano – lui ascolta. / Fra tante risa – cerca di sorridere. / Inetto, benché arda, / a sostenere quel peso di splendori, / si sente grato se qualcuno casualmente / lo guarda. Quando in cuore / si smarrisce atterrito «Sto per piangere!» / e all’improvviso capisce / che siede un’ombra al suo posto: /che – entrando – lui è rimasto chiuso fuori» (Il tredicesimo invitato); «Prima o poi qualcuno lo scopre: / io sono già morta / da viva. È di donna straniera / la faccia tra i capelli in giù sporta / che subito si ritira, / l’ombra che dietro le tende / s’aggira di sera, / il passo che viene alla porta / e non apre. Suo il canto / che intriga i vicini coprendo / i miei gridi sepolti. / Qualcuno / prima o dopo lo scopre. Ma intanto…// Lei a proclamarsi non esita, / lei mostra il mio biglietto da visita. / Io nel buio, in catene, a un palmo / da voi di distanza, sul muro / graffio questa riga contorta: / testimonianza che mio / era il nome alla porta, ma il corpo / non ero io» (Falsa identità).

Una voce forte e assolutamente moderna, quella di Fernanda Romagnoli. Forse troppo intensamente significativa nei contenuti, e originalmente personale nella forma, rispetto al conformismo appiattito di molta produzione poetica attuale, per poter attrarre attenzione e interesse, nei nostri giorni disattenti e disinteressati.

© Riproduzione riservata        «Il Pickwick», 5 gennaio 2018