SQUIZZATO

 GILBERTO SQUIZZATO, REGISTA E SCRITTORE
Intervista a Gilberto Squizzato, regista e scrittore

Gilberto Squizzato (Busto Arsizio, 1949) ha iniziato la carriera giornalistica dirigendo un periodico del dissenso cattolico della provincia di Varese. Come assistente cinematografico, ha collaborato con Mario Amendola, José Luis Merino in Spagna, Alberto Lattuada e Carlo Lizzani. Laureato in Lettere con una tesi sul surrealismo in Buñuel, ha insegnato nelle scuole superiori, impegnandosi anche in politica nell’area della sinistra. Assunto in RAI, ha lavorato per vari TG, mettendosi in luce come autore di trasmissioni e inchieste televisive, per passare poi alla regia con alcuni importanti docufilm sulla rete diretta da Angelo Guglielmi. Dal 2007 è stato docente sia all’Università Statale sia al Centro Sperimentale di Cinematografia di Milano. Tra i suoi libri: “La tv che non c’è” (Minimum Fax, Roma, 2010), “Libera Chiesa” (Minimum Fax, Roma, 2012), “Il Dio che non è ‘Dio’” (Gabrielli, Verona, 2012); “Un posto in fondo al mondo” (Il mio libro, 2012), “Il miracolo superfluo” (Gabrielli, Verona, 2014) e “Se il cielo adesso è vuoto” (Gabrielli, Verona, 2018).
Gilberto Squizzato si racconta in quest’intervista.

  • Qual è stata la tua formazione culturale (studi, letture, maestri…), e radicata in quale humus ambientale?

Durante il liceo classico (frequentato in una media città di provincia benestante e borghese quasi come un intruso, dal momento che venivo da una modesta famiglia di operai, soffrendo pertanto il disagio dell’inferiorità economica e sociale, a cui reagivo trovando risarcimento negli ottimi risultati scolastici che mi consentivano di primeggiare sui pigri e demotivati figli del ceto dominante) ebbi la fortuna di avere come docente d’italiano uno splendido professore che fremeva di passione civile nell’introdurci al mondo della letteratura. Le sue memorabili ed estasianti (per me) lezioni su Dante, ma anche le emozionanti escursioni che andavano dal Gilgamesh sumero al mondo proto-biblico, fino a giungere alla contemporaneità uscita dalla Resistenza che egli aveva vissuto nelle sue Langhe sature di echi letterari, da Pavese a Fenoglio, mi aprirono all’orizzonte prima neppure immaginato degli studi letterari e, fatalmente, anche filosofici e teologici.
L’altra mia fortuna, da bravo ragazzo di Azione Cattolica che ero, fu quella di non iscrivermi alla Cattolica (allora dominata da una stantia neoscolastica uggiosa e pretesca) per inseguire un amore giovanile risoltosi nel nulla, che mi fece però il dono di precipitarmi un quel crogiolo fervido di passioni che era la Statale di Milano negli anni dal ’68 al ’73. Era la Statale in cui si era dovuto trasferire Mario Capanna cacciato dalla Cattolica, ma era anche un laboratorio superlativo di pensiero critico e di consapevolezza politica e civile: Pochi altri, se non i miei compagni di allora, ebbero la fortuna di avere come maestri, tutti in una volta, e di persona, personalità come Paci, Cantoni, Fergnani, Rovatti, Dorfles, Catalano, Berengo, Salinari, Antonielli, Ferrero, Brizio, Cazzaniga, Gambi, Rosci… Era il gotha della cultura italiana di quegli anni, lì riunito per singolare congiuntura, ma credo anche perché Milano era il territorio fecondato da quel gran seminatore di pensiero marxista (ma critico)
di Banfi. Ma non voglio neppure dimenticare che quelli gli anni in cui si studiavano Sartre, Althusser, il Freud di Musatti, Laing, Levi Strauss, Margaret Mead, Marcuse e Adorno…
Così vissi quella che credo essere stata una delle stagioni più fortunate dell’Università italiana ma anche immerso nel vortice di quel tumultuoso rivolgimento culturale e antropologico che fu il Sessantotto milanese: è in quel contesto che i fermenti di un fervore civile e politico così potente si fusero, in me, con quelli della novità prodotta nel mondo cattolico dal Concilio. Fu in quegli anni che venni in contatto con i miei autentici maestri spirituali: Turoldo anzitutto, che tuonava a Sotto il Monte ma anche con le sue poesie civili e teologiche dalle pagine della rivista Sette Giorni, e con lui Milani, Balducci, Franzoni, Mazzi, Lutte, La Valle, i tanti cattolici del dissenso (Gozzini, Masina…) che trasmigrarono nella sinistra aprendo un fecondo confronto fra le differenti antropologie che provenivano dal marxismo e dalla tradizione cristiana.

  • Cosa ti ha spinto a passare dagli studi letterari alla cinematografia?

Non ho mai abbandonato gli studi letterari (e filosofici) per il cinema, ma provai a fondere i due interessi che mi appassionavano così fortemente. Ma mi accostai al cinema non solo sotto il profilo della ricerca teorica: continuando a frequentare l’università decisi di imparare quel linguaggio sul set, diventando prima assistente e poi aiuto regista di diversi maestri, fra i quali, più che Lattuada, Argento e Monicelli, ebbi come maestro anche di politica e d’impegno civile Carlo Lizzani: lo stesso che era stato assistente e sceneggiatore di Rossellini e De Sanctis, che aveva partecipato alla Resistenza Romana, che si era formato nel primo nucleo clandestino del PCI di Trombadori, Alicata, Ingrao, che volendo diventare politico militante di professione era stato consigliato proprio dal partito a impegnarsi nella settima arte. Da Lizzani mutuai non solo la scelta per una cinematografia asciutta ed essenziale, ma anche la passione per la discussione sul linguaggio filmico letta con i paradigmi della politica, l’etica (oggi un po’ desueta) del cineasta engagé, come si diceva allora. Erano i tempi del nuovo cinema brasiliano di Rocha, di Pasolini, di Godard, per intenderci…
Finché la RAI bandì un concorso per registi destinati a operare nella neonata Terza Rete, superai la selezione e fui però assunto come giornalista: un’ottima occasione per imparare la sintesi e la tempestività nel racconto del reale. E da allora, archiviati i tre anni d’insegnamento di lettere nella scuola media superiore, mi diedi al servizio pubblico, provando a coniugare la lotta politica e la ricerca di nuovi linguaggi (docu-fiction, real-movie, fiction storica con documenti filmati autentici, ecc.)

  • Com’è nato il tuo interesse per la teologia, e in che modo ritieni di poterti definire cristiano?

Altra immensa fortuna: da ragazzo, all’oratorio, incontrai un giovane prete che piuttosto che buttarci nel campo di calcio preferiva metterci in mano la “Bibbia” e ci insegnò a studiarla.
Un’emozione violentissima e inestinguibile, che accese in me non solo l’interesse per la teologia (Kung, Moltmann, la teologia della Liberazione, Kaspers, Cullman, Schillebecx, per citarne solo alcuni, ma anche la lettura marxista del Vangelo di Belo e di Gutierrez, la demitizzazione di Bultmann, e poi via via la scuola americana di Altizer e Hamilton, il Jesus Seminar di Crossan, la teologia e l’ecclesiologia critica di base dei movimenti popolari del dissenso cattolico, per non dire di quel continente fascinoso che furono (e sono per me) gli studi biblici che incrociano antropologia, analisi delle forme, psicanalisi, storia, nuova archeologia… Un vero peccato che Massoneria italiana dell’Italia riunificata nel Regno abbia bandito dalle università italiane gli studi teologici e biblici, con il beneplacito del Vaticano che li volle rinchiudere e proteggere nei propri seminari e nelle proprie accademie (mentre in Germania, Francia, Svizzera, Stati Uniti, Olanda, paesi nordici, questi studi hanno fatto progressi enormi e abitato in profondità generazioni di coscienze. Così oggi abbiamo, in Italia, il popolo di fedeli più ignorante al mondo in fatto di Bibbia e i ceti culturali laici (di livello universitario) più digiuni di queste discipline, capaci solo di balbettare quando si cita una pagina del Vangelo e di chiudersi dentro gli schemi di un neopositivismo ottocentesco… Un disastro.
Da questo mio studio frenetico e da questo intensa esperienza dentro il laboratorio della teologia elaborata dalla base nel movimento dei cristiani critici ha preso forma il mio modo di credere, da cui sono scaturiti i tre volumi in cui ho provato, nell’ordine:

  1. a tradurre il Credo di Nicea (scritto con un armamentario concettuale e filosofico greco, ormai incomprensibile) in un linguaggio significativo oggi per i miei figli, nati e cresciuti nella cultura post-moderna, scientifica, tecnologica, digitale, nichilista;
  2. a indagare il senso più autentico della parola ambigua, abusata, maltrattata (Dio) di cui ignoriamo il significato originario, in direzione di una fede (apofatica) che rinuncia a ogni immagine del divino e preferisce il silenzio davanti al Mistero esistenziale che Gesù chiamava il Padre;
  3. a dimostrare possibile e liberante una fede laica che archivia l’immaginario religioso ormai inservibile dei millenni passati. Se sono cristiano. Sì, ma non essendo ebreo, e dunque non attendendo alcun Messia (Unto, Cristo in greco) preferisco oggi definirmi gesuano.

  • Ci puoi illustrare brevemente in cosa è consistito il tuo lavoro alla RAI? Che giudizio dai della programmazione televisiva attuale?

Prima il giornalismo, laboratorio efficacissimo per imparare a essere curiosi e preparati a indagare tutto, a provare a interpretare in tempo reale gli eventi, a costruirne una narrazione ipersintetica che obbliga a un linguaggio (visivo e verbale) preciso ed efficace. Poi il reportage e la direzione di un settimanale (Europa) che mi consentì di indagare gli ambiti più diversi (politica, storia, ambiente, società, cultura, arte…) del nostro continente. Più tardi, invitato da Guglielmi, mitico direttore della nuova RAI Tre, il “racconto del reale” in forma cinematografica, sperimentando di volta in volta anche forme di fiction sempre fedeli al reale e al dato storico. Sul collasso delle motivazioni e delle regole di un autentico servizio pubblico radiotelevisivo scrissi un saggio molto critico dieci anni fa che non bastò a mobilitare i dipendenti dell’azienda, i suoi sindacati e le aree più attente e consapevoli del Parlamento a una rifondazione dalle fondamenta della RAI, per sottrarla al livellamento verso il basso della qualità dei programmi e dei linguaggi, al servizio di una malintesa concorrenza con la TV commerciale. Se vuoi fare servizio pubblico NON devi inseguire il degrado e gli stilemi delle altre emittenti che hanno come scopo il profitto economico, ma fare ricerca, sperimentazione, innovazione (e informazione autenticamente libera e indipendente). Non vedo traccia, se non in qualche raro frammento dei palinsesti RAI, di queste logiche e finalità diverse e antitetiche.

  • Dopo anni di impegno come regista sei tornato alla scrittura. Con quali esiti, e quali obiettivi?

Senza mai rinunciare, in segreto, a coltivare saltuariamente le mie velleità liriche e/o di poesia civile, con il tempo mi sono reso conto del fatto che l’immagine può mostrare moltissimo, ma non riesce a dire tutto. Ci sono continenti del vissuto umano che solo la parola può provare a esplorare e raccontare. Un’affermazione forse ovvia, banale, ma è così, a pensarci bene. Pasolini (maestro supremo nella narrazione per immagini) non abiurò mai alla parola del verso, del romanzo, del saggio.
E così, sempre in segreto, mi sono scoperto bisogno di racconti romanzati, che mi hanno dato la soddisfazione di scoprire anche l’amore per la parola narrativa. Se e cosa valgano questi miei romanzi, proprio non lo so. Ci sarà pur un motivo se sono tuttora inediti.

  • Attualmente insegni al Centro Sperimentale di Cinematografia di Milano. Pensi che esistano in questo ambito possibilità concrete di lavoro e di successo per le generazioni più giovani?

Oh, certo, se vuoi diventare un ciarlatano (o un prestigiatore) del video, le occasioni sono immense. Le TV e la rete non chiedono (quasi) altro. Se poi teniamo conto delle prodigiose possibilità espressive fornite oggi dalle camere digitali ad alta definizione e dai programmi di montaggio che offrono un repertorio illimitato di effetti digitali, allora le chance risultano sconfinate. Se invece vuoi indagare seriamente il reale, scrivere cinematograficamente un racconto dignitoso, sperimentare nuove scritture, gli spazi di manovra si restringono enormemente.
Soprattutto si è persa, in Italia, un’autentica scuola di sceneggiatura filmica e televisiva. La TV del talk show è diventata in sostanza radio filmata in diretta, e il nostro cinema non può che guardare con rimpianto allo spessore narrativo e alla sapienza di altre stagioni che fecero la grandezza suprema del nostro cinema (anche quello di serie b, commedia all’italiana compresa). Oggi vediamo sullo schermo quasi solo commediole generazionali o pretenziosi esercizi di calligrafia. Ma chi sa scrivere oggi (se non pochissimi, rari autori) le sceneggiature di De Sica, Antonioni, Visconti, Petri, Scola, Rosi, Pasolini…
Sopravvive, a fatica, qualche vecchio maestro (Taviani, Bellocchio, Bertolucci). Per il resto (con l’eccezione di pochi come Sorrentino e Tornatore) chi sa scrivere cinema oggi in Italia all’altezza di quella scuola che ebbe sceneggiatori immensi (Zavattini, Sonego, Age, Scarpelli, Pirro, Benvenuti, Guerra…)?

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