IGINIO UGO TARCHETTI, STORIA DI UNA GAMBA E ALTRI RACCONTI FANTASTICI

ERETICA, BUCCINO (SA) 2022

 

Tra gli esponenti più radicali della Scapigliatura milanese, si deve senz’altro annoverare Iginio Ugo Tarchetti (San Salvatore Monferrato 1839-Milano 1869) che, sia negli scritti teorici, sia nelle poesie e nelle opere narrative, seppe interpretare le istanze più radicali di questo movimento letterario, attivo per un ventennio nella seconda metà dell’800. In primo luogo per il gusto della ribellione antiborghese e della dissacrazione delle convenzioni morali e sociali dell’epoca, secondariamente per l’interesse a indagare gli aspetti crudi e patologici dei comportamenti umani, con una predilezione quasi ossessiva verso il macabro e la malattia. Suo capolavoro fu il romanzo Fosca pubblicato nel 1869, e ancora oggi ristampato e analizzato criticamente soprattutto per la penetrante rappresentazione della personalità della protagonista, donna colta e intelligente che riesce ad affascinare e turbare la psiche del coprotagonista maschile nonostante – o proprio a causa – del suo infelice aspetto fisico, al limite dell’anormalità.

Anche i racconti di Tarchetti, nella recente edizione proposta da Eretica, risentono dello stesso clima aderente all’ideale estetico della decadenza, scisso tra morbosità e grottesco, iperrealismo e illusione fantastica, che in quegli anni ebbe tra i massimi rappresentanti E.T.A. Hoffmann, Heinrich Heine, Charles Baudelaire, Mary Shelley ed Edgar Allan Poe.

Dei sei racconti presentati in questo volume, i più famosi sono il primo e l’ultimo, Storia di una gamba e La lettera U, entrambi incentrati su una fissazione maniacale del personaggio principale. Nel primo caso, il ventiquattrenne Eugenio, amputato della gamba sinistra (forse pretestuosamente) da un amico chirurgo cui era legato da un complicato rapporto di rivalità amorosa per la stessa donna, mantiene con l’arto asportato un legame angoscioso: non solo perché continua a viverlo attraverso assillanti sensazioni psicofisiche, ma anche perché non riesce a staccarsene nemmeno materialmente, e lo conserva in una teca con devozione abnorme. Sofferente di “ipocondria inguaribile” e di tetra malinconia, il giovane si sente parimenti vivo e morto, tormentandosi nell’osservazione ansiosa della parte vitale del suo corpo e di quella scheletrita. “Quella gamba? Io mi sento attratto continuamente, incessantemente verso di lei; è impossibile che io possa sottrarmi un istante a quella attrazione. Di giorno la vedo, di notte la sogno. E spesso anche la notte devo balzare dal letto, accendere la mia lampada, guardarla e ricoricarmi più tristo e più atterrito di prima”. Quando gli viene proposto di liberarsi dal suo incubo e di sotterrare “la reliquia”, preferisce lasciarsi morire.

Se in questa novella perturbante è la corporeità offesa e ferita ad avere il predominio nella psiche del protagonista, ne La lettera U è invece la follia psicotica, ammessa fieramente dall’io narrante già nel sottotitolo (manoscritto di un pazzo), ad annidarsi tra le righe del narrato, coinvolgendo nelle sue spire ipnotiche lo stesso lettore. Perseguitato dalla visione nefasta della vocale U, cui attribuisce la negatività che pervade l’intera umanità, già dall’infanzia combatte una sua personale e sanguinosa battaglia per cancellarla dall’alfabeto: “Ho io scritto questa lettera terribile, questa vocale spaventosa? L’ho io delineata esattamente? L’ho io tracciata in tutta la sua esattezza tremenda, co’ suoi profili fatali, colle sue due punte detestate, colla sua curva abborrita? Ho io ben vergata questa lettera, il cui suono mi fa rabbrividire, la cui vista mi riempie di terrore? Sì, io l’ho scritta… Quella linea che si curva e s’inforca – quelle delle due punte che vi guardano immobili, che si guardano immobili – quelle delle due lineette che ne troncano inesorabilmente, terribilmente le cime – quell’arco inferiore, sul quale la lettera oscilla e si dondola sogghignando – e nell’interno quel nero, quel vuoto, quell’orribile vuoto che si affaccia dall’apertura delle due aste, e si ricongiunge e si perde nell’infinità dello spazio… Sentite ora l’U. Pronunciatelo. Traetelo fuori dai precordii più profondi, ma pronunciatelo bene: U! uh!! uhh!!! uhhh!!!! Non rabbrividite? non tremate a questo suono? Non vi sentite il ruggito della fiera, il lamento che emette il dolore, tutte le voci della natura soffrente e agitata? Non comprendete che vi è qualche cosa d’infernale, di profondo, di tenebroso in quel suono? Dio! che lettera terribile! che vocale spaventosa!!”. L’infelice si allontana dalla scuola, dai luoghi di lavoro, da tutte le donne di cui si innamora non appena scopre la mefistofelica traccia di una U nei loro nomi (Giulia, Ulrica, Susanna, Lucia…), e solamente il ricovero e il successivo decesso in manicomio lo liberano dalla sua angustia.

Anche gli altri quattro racconti presenti nel volume (Le leggende del castello nero, Un osso di morto, Uno spirito in un lampone, I fatali), calibrati con intelligenza tra atmosfere metafisiche e realistiche, sarcasmo e comicità, evidenziano la compenetrazione esistente nell’individuo e nella società di vita concreta e apparenza, salute e malattia, partecipazione e marginalità. Nell’approfondita postfazione di Daniele

Palmieri (che introducendo il libro offre una visione d’insieme della Scapigliatura milanese), Iginio Ugo Tarchetti viene definito un anticipatore delle angosce novecentesche espresse da Sartre, Camus e Cioran: “la perdita di senso, la morte dell’anima che rende l’uomo un involucro vuoto schiacciato tra due dimensioni, quella della vita quella della morte”. L’assurdo inspiegabile, insomma, che attanaglia le menti degli esseri umani, con interrogativi privi di risposta.

 

© Riproduzione riservata                 «Gli Stati Generali», 6 agosto 2023