RICORDANDO LUIGI TENCO

RICORDANDO LUIGI TENCO

 

 I

Conosci il vuoto,

ore lente a passare

e l’insonnia la notte.

Speravo di incontrare

qualcuno, uscendo,

ascoltare parole.

Grazie prego grazie:

almeno.

Invece silenzio,

ombre, sguardi altrove.

Forse solo per questo

ho deciso.

Non avevo niente da fare,

niente da perdere.

Più nessun desiderio speciale.

Mi sono innamorata

per questo motivo

solamente. L’amore

c’entra poco, o niente.

 

 

II

 

È bastato un tuo ritardo,

la scorsa settimana,

per farmi tremare.

Così, improvvisamente,

ho capito, con paura di capire.

Poi una frase,

buttata lì come un saluto

del tutto indifferente,

e uno sguardo

quasi fosse una carezza.

Ho capito, e nel capire

mi sono fatta tenerezza.

 

 

 

III

 

Non mi hanno insegnato

(quando mi hanno insegnato

a parlare) a dire di te

le cose giuste (a chi di te

voleva sapere), che giusto

ti facessero apparire.

Non mi hanno insegnato

parole diverse

per fare diverse le sere

le mattine. Nostre.

Sono rimaste

di tutti e di sempre,

le mie parole.

Come le storie

e gli amori di tutti.

 

 

 

IV

 

Probabilmente non lo sai

o non vuoi confidarlo

nemmeno a te stesso.

Hai bisogno di me.

Sempre, e adesso.

Per questo sono qui, stasera:

pena di noi, oppure

un cuore troppo tenero.

Timore che perdendomi

tu finisca per perderti.

Eccomi, allora,

e non è stato facile.

Scalare una montagna

per chiederti «Lo vuoi,

il mio bene, ancora?»

 

 

 

 

V

 

Proprio non mi hai capito,

forse mai.

Sei lì che aspetti sempre.

Fermo, zitto. Non so

se insofferente.

Aspetti che sia io a parlare,

a fare il primo gesto.

Murato nel silenzio,

incementato.

Mi costa tanto

riuscire a non abbatterti

a colpi di bazooka.

Se non mi chiami adesso:

ti detesto.

 

VI

 

Tenaci a sperare

per pura abitudine,

senza scopo o ragione.

Domani uguale a ieri

(così sfocato

che non lo ricordiamo,

il nostro passato di nebbia);

un giorno, un altro giorno,

il giorno prima.

Un’ora, o l’ora dopo,

il nuovo anno.

Continuiamo,

solitudine in due;

ma non vale la pena.

 

 

VII

 

Io sì.

Non quell’altra

che alla fine ti sei scelto.

La poverina, la noiosina.

Io sì.

Non lei ubbidiente.

Dolce, silente.

La cagnolina, la cinguettina.

Io sì.

Non una brava in cucina.

La cucitrice, la stiratrice.

Donna in cornice.

Io sì.

Lei che sbadiglia,

che ti somiglia.

La sorellina, la cuginetta.

Io sì.

Ti ho consegnato,

con lei,

la mia vendetta.

 

 

VIII

 

Stanca distratta distrutta

non ho nemmeno voglia di parlare.

Mi fa fatica anche solo guardarti.

Vedrai che piano piano tornerò

quella che ero.

Non essere però troppo paziente;

non sei mio padre, non sono una bambina.

Vedrai che se mi sgridi

qualche volta, (mio severo)

ce la farò a cambiare.

Non ti deluderò

per sempre.

 

 

IX

 

Ti verrò in mente quando

mi avrai perduto.

Improvvise torneranno

a stupirti

le frasi che suggerivo,

incantate, sospese.

«Noi siamo il cielo»,

dicevo. «Siamo gli alberi».

Ricorderai

di come sorridevo,

di come sorridevi «Anche le nuvole?»,

chiedendo.

«Anche», mentivo.

 

 

X

 

E lontano in due dimensioni

ti ho nascosto nelle nove

restanti.

Sparso ovunque. Sperso

come sempre sei stato.

Ma riaffiori, ogni tanto,

imprevedibile inatteso,

a guardarmi

con la tua timidezza

di offeso, benché innamorato.

Lontano irraggiungibile,

tempo e spazio nemici.

 

«Il Pickwick», 12 gennaio 2020