IDA TRAVI, POETICA DEL BASSO CONTINUO. LA SCRITTURA, LA VOCE, LE IMMAGINI

MORETTI & VITALI, BERGAMO 2015

Prima ancora che se ne occupasse con grande consenso di pubblico un’altra poeta italiana, Mariangela Gualtieri, facendo della voce lo strumento principe della risonanza emotiva della poesia, Ida Travi (Cologne, Brescia,1948) già dagli anni ’90 rifletteva teoricamente sull’oralità della scrittura in versi, mettendo in atto materialmente – a teatro, in radio, nei festival, in video – performance recitative di notevole suggestione.

In L’aspetto orale della poesia, edito nel 2000, ristampato più volte, commentato e studiato in numerosi interventi critici, proponeva un utilizzo della vocalità capace di recuperare la tradizione classica, da Omero e dai tragici greci, ampliandosi fino ai suggerimenti della psicanalisi e alle ricognizioni della fisica del suono, per circoscrivere nascita e sviluppo del linguaggio umano tra canto, narrazione e resa poetica.

La riflessione sull’eredità degli antichi veniva approfondita nel testo successivo, Diotima e la suonatrice di flauto, del 2004, in cui la lettura del Simposio di Platone fungeva da avvio per una rappresentazione scenica dell’esclusione della donna dalla storia scritta dai maschi.

Di nuovo, nel 2009, le “Poesie per la musica” di Neo-Alcesti reinterpretavano il ruolo dell’eroina di Euripide, simbolo del sacrificio per amore, all’interno di uno spazio-casa in cui la memoria si faceva destino, il dolore si riscattava nell’offerta di una resurrezione.

In Tà, Poesia dello spiraglio e della neve del 2011, l’idea di confine tra realtà e sogno diventa passaggio, fessura, taglio: tà, tà, tà, come le lancette dell’orologio, che inesorabili trasbordano dalla spiritualità dell’infanzia alla materialità pesante dell’età adulta (“io tenevo il tuo spirito in braccio / tu tenevi il mio viso in mano / oh carità com’era / come eravamo spirituali / quando eravamo piccoli”.

Ma è in Poetica del basso continuo del 2015 che la riflessione di Ida Travi torna a interrogarsi in maniera approfondita sul rapporto tra scrittura e voce, includendovi l’apporto fondamentale delle immagini e del movimento. Vi sono raccolti scritti di diversa natura: articoli, brevi saggi, evocazioni e quattro importanti interviste rese dall’autrice nell’arco di doversi anni. I vari testi approfondiscono l’indagine sulla lingua parlata all’origine, alla ricerca della sorgente del suono, nel suo differenziarsi dal silenzio, dal primo balbettio dell’infante rivolto alla figura materna fino all’innalzarsi solenne che si espande nella rappresentazione teatrale, nella ribellione all’abitudinarietà e alla regola, nell’estasi e nella follia.

Il basso e continuo indica l’andamento ostinato e costante del dire, la sua funzione di sostegno armonico al dettato, quasi un breviario quotidiano umilmente rivelatore del vero: “In basso nel pericolo e nella fragilità comincia la rivoluzione del linguaggio poetico, è il linguaggio del battito cardiaco con qualche inciampo, prima del discorso, è il linguaggio più vicino all’agire, lì succede qualcosa”. Altrimenti verrà detto: “Fa in modo che le parole non facciano / pensare a una poesia, ma lo siano”, compito enorme, esorbitante affidato all’espressione poetica. Secondo il critico Tommaso Di Dio “E così che ogni voce in Ida Travi parla e parla veramente: non parla di cose, non dice del mondo: dice mondo, fa corpo con il fluire del mondo; fa corpo con la scomparsa di ogni mondo che accade nel punto esatto del suo stesso nascere”.

Da dove arriva, quindi, la visione poetica? Forse da “un reperto, il frammento di una lingua perduta, erosa dal tempo, oppure l’annuncio d’una lingua a venire”. Ha origine nella “prima lingua – parlata ‘sul nascere’ – quella lingua tenace, musicale, diretta e soprattutto orale, che non muore mai. Si ritrova per esempio nel gioco, nella lingua amorosa, nell’imprecazione come nella preghiera. L’aspetto orale della poesia si nutre di questa lingua, ma con essa non coincide; è ancora un’altra cosa, perché… la poesia disubbidisce sempre, si discosta”, e “dice qualcosa che non finisce”.

Per riuscire a compiere il miracolo che trasforma il verbo in essere, forse non basta più la voce, ma è necessario affidarsi anche alla forza delle immagini, che arriva da un dovunque spazializzato (dalla storia, dalla pittura, dal cinema), da un ammaestramento evocato e preteso: “Un maestro indiretto non è il tuo maestro, è quello che insegna nell’altra classe. Il suo insegnamento ti arriva da un altrove. Una maestra indiretta non ti è davanti, ma ogni tanto ti arriva la sua voce. Tu fai letteratura e senti che di là stanno parlando di storia, tu fai storia e senti che di là fanno disegno. Tu fai disegno e senti che di là scoppia la musica”. Il linguaggio che si propone come svelamento e profezia di una verità, come assedio e violenza fatta al silenzio, si formula e riordina allo stesso modo delle sequenze visive di un film. E proprio dal cinema, dalla magistrale lezione di Godard, Travi ha tratto materia e disciplina del comporre: a lui sente di rivolgere la sua gratitudine di allieva. Altri maestri indiretti richiamati nel volume sono registi come Bresson e Tarkovskij, poete come Antonia Pozzi, pensatrici come Maria Zambrano, Hanna Arendt, Simone Weil, Chiara Zamboni e la comunità di Diotima, filosofi classici e contemporanei, psicanalisti. La poesia insegna a nominare il mondo, abbandonandosi liberamente a un onirismo nutrito da simboli concreti, ricavati dalla memoria o dall’abbaglio miracoloso dell’osservazione di una casa, di una tazza sul tavolo, del mare in lontananza, di una mosca.

Raccontarla, pronunciarla è farla vivere e rivivere in chi legge e ascolta, nel mistero della genesi primordiale della parola.

 

© Riproduzione riservata              «Gli Stati Generali», 4 maggio 2023