ABRAMO

ABRAMO
 
 
«La parola di Dio è come il fuoco,
come un martello che spacca la roccia».
Perciò quando gli disse: «Parti dal tuo paese,
va’ nella terra che io ti mostrerò»,
come poteva Abramo non partire,
come poteva, lui, disobbedire?
Abramo parte, e non sa per dove.
Lontano, via, fuori di lì: altrove.
Abramo crede. Ascolta.
Si fida e affida a una voce, segue
una mano forte che non vede.
Prende la moglie, i servi,
gli armenti e suo nipote: ed è già vecchio,
è già nella stagione del cuore in cui si spera
di non dire più addio a niente e a nessuno.
Invece porge orecchio alla promessa del Signore:
«Farò di te una grande gente, più numerosa
delle stelle in cielo, più folta
della polvere del suolo».
Non era solo, Abramo: la sua sposa
era Sara, principessa, che ognuno tra i Caldei
riconosceva bella più di qualsiasi donna,
chiara negli occhi e nel sorriso,
fedele anche nei sogni. Ma infeconda,
sterile come un sasso.
All’improvviso il Signore cancellò
il suo smacco, annunciandole un figlio.
Fu uno spasso per i due centenari:
lei si guardava le mammelle vuote,
lui si toccava gli attributi vizzi.
Ma c’è forse qualcosa di difficile per Dio?
E Sara partorì, un maschio che fu chiamato Isacco.
Abramo! Abramo patriarca!
Abramo, padre legittimo a cent’anni!
Non aveva mai chiesto, non si era lamentato:
rassegnato a una progenie serva,
sicuro ormai che non avrebbe visto
lo sguardo di sua moglie in un bambino.
Ma ora: Isacco, riso di Dio,
suo figlio, figlio di Sara principessa,
promessa di una stirpe futura,
Isacco era arrivato, a cui appoggiarsi:
il suo bastone da vegliardo…
Dovettero passare tempi di guerra e di bottino,
stermini e migrazioni, incendi e carestie,
maledizioni: Abramo ubbidì sempre
al suo Signore, anche contro il suo cuore.
Però un giorno, o una sera, o un pomeriggio,
la voce lo chiamò per nome: «Abramo!»,
come venisse da lontano, da oltre il cielo,
o dal fondo di un temibile pensiero.
E lui si guardò intorno,
rispose: «Eccomi!», se pure qualche cosa
gli diceva di sparire, di nascondersi.
«Abramo, prendi tuo figlio, l’unico, l’amato:
offrilo a me, tuo Dio, in sacrificio, dove ti mostrerò».
E lui, impietrito, non disse una parola.
Passò la notte ad occhi spalancati,
vicino a Sara che dormiva ignara,
si alzò a guardare Isacco sprofondato
nel suo sonno bambino: gli accarezzò
i capelli. Era vigliacco dire no al Signore,
o era coraggioso? Poteva rifiutarsi, scappare,
fingersi pazzo… Di buon mattino,
svegliò il ragazzo e i due servi, spezzò
la legna che caricò sull’asino.
Senza fiatare, salutò Sara, trepida e stordita.
Fu un viaggio di tre giorni, silenzioso.
Solo il figlio parlava, contento di ogni cosa
che vedeva: il profilo dei monti, l’acqua
del fiume, il ciglio erboso della strada.
Accanto a un filo, alle piante, a una rosa:
giovane innamorato della vita.
Abramo lo guardava, disperato,
implorando il Signore: «Perché
me lo hai donato, allora? Come puoi
ora chiedermi l’incredibile, l’assurdo?».
Giunti che furono al luogo indicato,
il padre e il figlio salirono da soli:
il suo dolore avanti, a passi allegri,
l’addolorato dietro, lentamente…
Voleva dirgli: «Isacco mio,
il nostro Dio ci chiede un sacrificio…».
Ma lui già disponeva la legna sull’altare;
curioso, ilare, si affaccendava per appiccare
il fuoco, cercava intorno
di trovare un capretto, un agnello…
Abramo benedetto balbettava «Jahvè!»,
e intanto lo legava stretto, poi brandiva
il coltello…
Non guardare, bambino, tuo padre impazzito,
che vorrebbe fare a sé ciò che è stato
ordinato dal suo unico Dio, l’Infinito.
Ma ecco: «Abramo, Abramo!»
Dall’alto l’olocausto fu fermato,
salvando Abramo, Isacco, Dio, la fede,
e quello che nel cuore non si vede.
«Chi ha plasmato l’orecchio, forse non sente?
Chi ha plasmato l’occhio, forse non guarda?».
Abramo sapeva che il Signore non tarda:
nessuno ha mai sofferto per niente.
 
 
 
In Il silenzio e le voci, Nomos, Busto Arsizio 2011
 
 

CONSACRAZIONE DELL’ISTANTE

CONSACRAZIONE DELL’ISTANTE

                                                                         For must of us, there is only the unattended / Moment, the moment in and out of time

                                                                                                           Eliot, The Dry Salvages V, 206-207

 

È qui, presente; o forse sta per nascere.

Segreta ancora, ancora immaginata

solamente. Non certa, non decisa;

potrebbe ripensarci, fuggire,

rinunciare, preferire l’assenza.

O non esistenza, scegli ‒ ti prego ‒

di esserci. Appari come sei:

chiara, evidente.

*

Prova a pesare un pugno di sabbia,

e poi mezzo pugno, così leggero.

Tieni tra le dita solo qualche granello,

e il resto lascialo scorrere, mia mano clessidra.

Non lo fermi, il tempo, e quello che è successo

non puoi fare che non sia accaduto;

ma misura l’istante, la sua sfida

all’eterno. Il solo granello rimasto

fermo tra pelle e unghia:

l’adesso che dura e non si è perduto.

*

Impaziente di essere, diventa vero

e arde e si consuma; improvviso

bagliore, inaspettato pensiero

folgorante (o voce, o battito

di ciglia, o corpo esploso;

corpo in frantumi, incendio).

Abisso dell’ignoto, stella cometa,

lancinante traccia nel buio, nome

appena suggerito:

rivelazione, ascesa, intuito.

Baratro e infinito.

*

L’occupazione dei santi: tendere

(attendere) al punto in cui il tempo

incontra il non tempo, e si perde,

si annulla, conduce all’istante

bloccato nel nero del nulla.

L’aspirazione dei santi: scoprire

nel buio feroce, crudele, severo,

la sua negazione. La luce.

*

Ma quando tutto è immobile,

e non succede niente: l’aria è ferma,

il caldo sopportabile, e un tale silenzio

mi impressiona come fossi morta

senza essermene accorta. Quando nemmeno

il moscerino sull’orlo del piatto si muove,

né l’albero in giardino scuote

le sue foglie. E il cielo è azzurro tutto,

sgombro, terso; il lago liscio,

non c’è bava di vento che lo sfiori.

Allora penso, come una tentazione,

di essere un incidente nel creato,

inessenziale e assurdo; e supplico

un evento qualsiasi, una dimostrazione

della mia esistenza reale.

Ed ecco, accade. Qualcosa accade,

fuori di me e dentro. Un urlo,

un tremito, il merlo che gracchia

tra i rami, e vola via.

*

Affronta l’eterno, vi affonda,

scompare: così inessenziale

e minuto, così puntiforme

e casuale.

Ma in lui, nell’istante,

c’è uno spazio

concreto.

Pensiero, sospiro, offesa, carezza.

Più vero, vivo e reale

di ogni assoluto.

*

Improvviso, l’istante di pace.

Di ordine e tranquillità,

nel sole che scompare al di là

di un muro indefinito di nebbia,

e sospesa la luce non ci offende.

Allora dico no alle parole,

e ripeto no all’istinto

rapace che vorrebbe assorbire

ogni fuori esistente.

Sta buono, mio udito. Mia vista,

abbassati. Lasciate che sia

solo suo, ciò che appare

e attende una resa clemente.

*

Il momento prevale. L’evento.

L’adesso, il qui.

Presente-riassunto del prima, del poi

(degli altri, di noi).

E non te ne andare,

minuto-secondo-istante

del tutto: sii punto.

*

I miliardi di persone che non siamo

– il vecchio cinese curvo sulla ciotola

di riso, la ragazza brasiliana

che cammina sulla spiaggia.

Un bambino londinese, la donnina

messicana al mercato.

Non ci siamo riusciti, a essere

altro, o altri: ma solo la piccola

cosa che viviamo. Qui, e qui;

magari altrove, a volte. Sempre

con le nostre mani, il nostro fiato;

i minimi trionfi del passato,

e un domani previsto e prevedibile.

Gonfi di abitudine,

delusi da tante viltà

che non perdoneremo.

Forse un istante,

uno solo, verrà – in ritardo,

a salvarci.

“Esisto”, diremo,

tagliando un traguardo insperato,

da non condividere.

*

Dall’assenza, da ciò che prima non c’era:

semplicemente, il niente.

Da lì veniamo,

dalla non esistenza. E in essa torniamo,

incoscienti, nemmeno spaventati.

Muti, stupiti del silenzio che ci aspetta,

del moto che rallenta e poi si ferma.

Noi che eravamo presenti

– ad occhi spalancati, a mani tese.

In un istante, assenti.

*

Ci apparirà, come dicono,

tutta la vita che abbiamo

vissuto, e sprecato,

nell’istante finale, oscuro;

nel necessario momento

dell’unico giudizio,

del solo tribunale.

Perché

da soli ci condanneremo

o ci perdoneremo,

quando il futuro intero

svanirà nel passato.

*

Avvicinarsi,

stringere il cerchio.

Puntare dritto al bersaglio,

sforzando la vista.

In prossimità della meta,

del dichiarato impenetrabile:

sia buio respingente

o intollerabile luce.

Verità intravista appena,

il niente che acquieta.

*

Furtivamente arriva,

quasi ladro,

approfittando di un’assenza, di difese.

Gli basta una fessura, e penetra

nel tempo, nel silenzio; tacito irrompe

luminoso, violento. Schiarisce

l’angolo più buio della stanza,

della mente: impone la sua folle

danza in un istante.

Imploso

dentro un colpo di vento,

poi sparisce.

*

Intercettare dio,

il dio della pazienza e del conforto,

il dio che aspetta, e sa, e non ha fretta;

fermo nella potenza,

a sé risorto; visibile

in una chiara, arresa

trasparenza. Così arpionarlo,

con dita scorticate

tremanti, innamorate:

pretesa indifferibile

dopo una vita avara.

*

Qualsiasi momento si ribella;

anche il più insignificante è sovversivo,

dichiara guerra al nulla

e al sempre, è vivo,

arrogante e fiero

della sua unicità:

pronto a sparire,

ma attento a sé,

presente.

L’istante, il vero.

 

 

In Nazione Indiana, 2 ottobre 2018

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

COSE

COSE
 
 
Non sanno come rifiutare, gli oggetti; dire di no
alle pretese indelicate di noi che li afferriamo, li consumiamo
senza ringraziare, senza scusarci, abusandoli.
La sedia (ad esempio) ci sopporta, materna accoglie
la nostra stanchezza, non si lamenta del peso
impassibile sorretto. Coi piedi strusciamo
i suoi piedi, dondolandoci, e lei rimane solida
paziente, fedele al posto in cui viene abbandonata
quando – stanchi di fissità – decidiamo di alzarci, andiamo via,
ingrati. Ci seguirà con il suo sguardo cieco,
col suo pensiero immobile, sottomessa
al destino che le spetta: per cui è stata
costruita. Prona alla nostra padronanza
presuntuosa e indifferente.
 
*
 
In cucina sta il tavolo, sgombro o apparecchiato,
agghindato per le feste in famiglia, lercio
di briciole macchie di vino avanzi di cibo
dopo notturne bravate di commensali
allegri: ma stabile tollerante ospitale,
disposto a fare da paciere nei litigi,
a glissare su bugie, su tradimenti. Ci si sono
appoggiati gomiti di uomini piangenti,
di spose che aspettavano trepide un ritorno
pentito; mani unte di operai, volumi spalancati
su lezioni da imparare, ricevute cambiali telegrammi
biglietti d’addio… Più antico degli avi di casa,
encomiabile modello di dedizione e ascolto.
 
*
 
Sul tavolo le chiavi, che ci portiamo dietro
nelle borse, o in tasca, tutto il giorno:
garanzia di ritorno e accoglienza,
nostro apriti sesamo scongiuro, ancora di salvezza,
certezza della porta che ci aspetta e si aprirà,
docile balia, approdo, mettendoci al sicuro
dal fuori tenebroso. Chiavi di serrature
blindate perché non ci fidiamo, temiamo
sfondamenti violenze ruberie: vorremmo catenacci,
fili spinati, allarmi, ronde notturne,
e brandiamo le chiavi come armi, freddo metallo
dentato, in difesa di noi e del possesso.
 
*
 
I libri amici aspettano di essere riaperti, sorpresi
con tremore da chi riconoscente li ha imparati, sfruttandone
le righe, gli affettuosi tormentanti insegnamenti. Stretti vicini,
si sostengono sugli scaffali, offrono titoli incisi sul dorso
allo sguardo curioso che li interroga, e cataloga ordinato
nel pensiero, ritrovando entusiasmi di memoria. Uno a caso
è sottratto all’esercito uniforme, indagato nei segni a matita,
nelle pagine sgualcite, a spiare una traccia intuita e poi
persa, stupidamente dimenticata. Ecco la frase, il verso,
la parola: punge il mattino, consola la notte irriducibile
al sonno, fa compagnia al silenzio. Non sa tradire, un libro;
rimane – identico a se stesso, disponibile, discreto.
 
*
 
Il fuori che ci è dentro alimenta pensieri e nostalgie,
la voglia di tornare a quello che non siamo: attraverso
i vetri trasparenti invadono la stanza i colori del giardino,
le luci dei fari, visi lontani dei lontani vicini. Li guardiamo
stupiti, spettatori a cui è permesso di osservare
senza eccessivi coinvolgimenti. Ci difende, la finestra,
ci ripara dal troppo dell’esterno, dalle incaute sofferenze
di chi senza volerlo è testimone; eppure, con cautela,
possiamo dichiararci partecipi, affacciati in fratellanza
all’accadere altrui, al quotidiano esserci del mondo.
Restiamo nelle nostre cucine, nelle camere da letto, al riparo
da moleste invasioni, e scrutiamo con attento riserbo
dolori e gioie che non ci appartengono.
 
 
 
 
 
 
 In Elegie del risveglio, Sigismundus, Ascoli Piceno 2016

 

ELSEWHERE

ELSEWHERE

 

C’è un fondo al cielo,
in fondo al cielo: e prima luce,
e primo buio. Fine di tutto,
innanzi a tutto.
Velo che tieni il mondo,
ripara il fiore, il frutto.

***

Tu che non puoi non essere,
non puoi finire.
Costretto a vivere
il futuro nell’adesso:
condannato a te stesso.

***

Ma tu sei un dio nascosto.
Oppure solo stanco:
e vorresti confonderti,
bianco nel bianco;
arrenderti, non esserci.
Invece stai al tuo posto.

***

Ma chi può consolarlo
se soffre, a chi può chiedere
aiuto? Cosa pregare,
a chi confessare il tarlo
di un dubbio: lui, muto?

***

Fare la guardia al niente.
Per millenni di vuoto
opporsi al niente, senza essere cosa.
E poi la scelta, il lampo. La voglia
che esistesse una rosa.

***

Prima di Dio non c’era dio,
prima del nulla non esisteva niente.
E niente e dio e fine e avvio
furono tutto, insieme: corpo e mente.

***

Ci chiederà mai scusa
per il male che ha potuto farci
(l’eterno, l’infinito, onnipotente)
a noi, che usa come alibi,
se ci ha destinati
all’inferno del niente?

***

Non crede al suo essere Dio,
non chiede di esistere eterno.
Gli basta che un lieve brusio
lo invochi presente e paterno.

***

Se gli arriva al di là degli spazi
sepolti e persi, oltre i cieli
le galassie gli universi;
se riesce a giungere a lui, leggera,
sottile come un soffio,
la preghiera incredula e viva
di uno che ha paura ma chiede
che lui ascolti; fosse solo per questo,
per questa minima fede,
dovrebbe esistere e rispondere,
esserci,
anche se non si vede.

***

Altro da me e da tutto,
non visto non visibile: muto.
Solo e inconosciuto,
lontano – irraggiungibile.
E in ogni cosa, in ogni rosa;
abisso e vetta, pantano
e volo. Tu, sordo
a qualsiasi grido, tu – grido.
Puro e trasparente, insanguinato
e lordo. Mio Dio, mio io,
mio muro. O niente.

***

Le tue mille e mille cattedrali,
come le amo nei loro silenzi,
nel buio dei confessionali: altari
spogli e cupole pesanti,
le nicchie, i banchi in fila,
la pazza solitudine dei santi.

***

Se il giorno è stato senza luce,
la notte lo riscatterà:
le parole sbagliate taceranno,
le offese saranno perdonate.
Nel sonno innocente di ognuno
il male si riduce a niente.

 

In Un diverso lontano, Manni, Lecce 2003

EURIDICE

EURIDICE

I

Niente succede a caso, niente.
Che io ti abbia trovata, Euridice,
che tu sia apparsa a me – felice
di essere scoperta tra la gente –

un giorno non qualunque
di un non qualunque anno,
pronta a svelarmi inganno e disinganno;
per cui nel riconoscerti «Dunque

sei tu», nient’altro, e basta:
una stretta di mano, la mano
nella mia tiepida appena, casta,

e la voce che trema e non osa
dire quello che sa, ma piano
suggerisce altre cose, altra cosa.

II

E’ stata quindi una necessità
incontrarti, te tra millecento
che potevo, te pioggia sole vento
e subito me stesso, mia metà.

Più mia del mio sorriso e della pena,
più mia della parola, di ogni gesto.
Nome che chiamo, nome manifesto,
sangue che pulsa lento nella vena.

Perché sei tu e non altra, tu, Euridice,
compagna e sposa mia, sorella mia,
incisa nella pelle, cicatrice,

che mi riempi pensiero, bocca, sesso,
e non capisco ancora come sia
che perdo me nel ritrovarti, adesso.

III

Ascoltatemi, animali e voi piante,
tu cielo – monti torrenti scarpate –
voi cose sospese e interrate,
cose che mi girate intorno, tante.

Di certo non avrei mai creduto
di afferrare l’esistente con un dito:
se mi sento diventare infinito
e poi limite e fine, sordo e muto.

Euridice, continuo a nominare,
Euridice che canto e che invento,
Euridice, mio eterno pensare.

Siamo in due, siamo due e uno solo:
esserti fuori o dentro è tormento
in cui affondo. E poi volo.

IV

Può finire un amore, può cessare
di scorrere il sangue, così improvvisamente,
bloccarsi un corpo, tacere una mente,
e dicono non ci sia nulla da fare.

Io ti scuoto e ti scuoto, Euridice,
non è possibile che non mi rispondi
lì dove sei finita e ti nascondi,
tornata sottoterra, mia radice.

Ê uno scherzo, non può essere vero
che rimanga di te solo il dolore:
tutto intorno più nero del nero.

Per questo alzati, cara, non fingere
un silenzio adirato, accusatore.
Non restartene lì come una sfinge.

V

Andrò da maghi a vendermi il destino,
carte false farò con fattucchiere,
annegato nell’acqua di un bicchiere
perché non ci sei più, non ti ho vicino.

Maledetti gli dei; quell’uno solo
che ha deciso dall’alto del suo alto
–  indifferente a tutto, ad ogni soprassalto
del cuore, trionfante nel suo ruolo –

di lasciarti morire, Euridice,
che non gli hai fatto niente,
mia figlia e sposa, amica mia, nutrice:

lo maledico con tutto me stesso,
dio colpevole e te innocente,
per quello che ha voluto, che ha permesso.

VI

Se provassi a pregare, se riuscissi
a convincerlo? Lui può fare
che sia quel che non è, può fermare
la terra, il sole, inventare un’eclissi.

Dio degli dei, dio dei viventi, dio,
non c’è un motivo vero, una ragione
per cui la vita mi diventi prigione,
e quello che era mio non sia più mio.

Ti scongiuro, signore dell’abisso,
ti imploro, lascia che ritorni
a fare uno di me che sono scisso.

Del tutto vero quello che si dice:
sono pronto a dannare i miei giorni
per riportarla a me, Euridice.

VII

Verrò a prenderti, cara, verrò
a liberarti, Euridice sprofondata
in un sonno ingannatore; mia malata,
rinuncerò a curarti, se vedrò

che ti avvolgi in un buio più profondo.
Cosa ti tiene, che cosa ti trattiene
laggiù, lontana dal mio bene:
hai paura di perderlo nel mondo?

Ma io scendo, comunque, a salvarti:
perché la vita vera è qui, è ora,
nel mio presente, nel mio sempre pensarti.

Non c’è assoluto che sia meglio
di noi, del mio volerti ancora.
Ed è un incubo il sonno in cui sto sveglio.

VIII

Sono pronto a fare una promessa,
barattando il mio sguardo col respiro
di te viva, il mio silenzio-capogiro
col tuo nome: Euridice principessa.

Giuro che non ti sfioro con gli occhi,
con le mani, che non mi avvicino
col mio corpo teso di bambino
incantato dal paese dei balocchi:

purché tu, semplicemente, sia
rimarrò muto, cieco e sospeso
vivendo viva e vera la magia

del tuo ritorno; impazienza
di averti, avendoti preteso,
mia ombra inconsistente, mia esistenza.

IX

Ecco, ti sento, ci sei e sei vicina.
Ma non ti guardo, taccio, sono bravo.
Ai tuoi occhi sarò padrone e schiavo,
Euridice, mia madre e bambina.

Come vorrei mi prendessi la mano,
toccarti un braccio, sfiorarti la bocca:
so che non devo, so cosa mi tocca
se non resisto a starti lontano.

Sei silenziosa e ferma al mio fianco,
oppure ti nascondi, resti indietro;
segui ubbidiente il mio passo stanco

e nel tuo passo leggero ti ascolto.
Tu, trasparente pensiero di vetro:
voglio appannarti. Ecco, mi volto.

 

In  Litania periferica, Manni, Lecce 2000
e in  Nuovi Poeti Italiani 6, Einaudi, Torino 2012

GEMMA DONATI

GEMMA DONATI

I

Mi dicono di lui che è un buon partito,
ma così serio sempre che un po’ temo
la mia vita futura, ed il marito
che sarà. A notte veglio a lungo, e tremo.

Però di giorno, nel sentir cantare
per le strade sull’aria di Casella
quella ballata sua che invita a amare,
allora mi consola la mia stella.

Un altro ci sarebbe che mi piace,
ma il mio pensiero non è mai costante.
So ciò che devo per avere pace,

e non farò quello che fanno tante.
Per questo il cuore si rassegna e tace;
gliel’ordino. Il mio promesso è Dante.

 

II

L’ho visto oggi, in allegra brigata,
per la via che il sestriere divide.
Non mi ha guardato, finché sono entrata
in chiesa: poi li ho sentiti ridere.

Si potrebbe pensare si vergogni
di portare così stampato in faccia
che non vuole privarsi dei suoi sogni.
Forse crede che questo mi dispiaccia.

Pare abbia scelto per le rime un nome
e se ne serva come di uno stemma:
nome di donna che riluce come

la stella diana; ed è uno stratagemma
facile da rimar per chi compone.
Lui scrive Beatrice e pensa Gemma.

 

III

Ho aspettato il mattino del mio giorno
pregando Dio e facendomi bella.
Mentre la gente si stringeva intorno
lui cercava coraggio in sua sorella.

Stava lì come chi si sente privo
di qualcosa o qualcuno, abbandonato.
Io piangendo troppa gioia mentivo.
Lui taceva, di me forse irritato.

Io sono una Donati, io; antica
e nobile famiglia, che a confronto
gli Alighieri scompaiono. Non dicano

che mi ha fatto un onore, è un affronto
che l’una all’altra gente fa nemica.
Io non voglio pagare nessun conto.

 

IV

Gli ho fatto un maschio. L’ha chiamato Pietro,
scegliendo un nome che di Cristo vive,
e senza uscire dal suo umore tetro
è tornato nella sua stanza a scrivere.

Fa così perché è un genio. L’ho capito
che le gioie di tutti non lo toccano.
Non posso domandare a un tal marito
di pendere da ciò che ho sulla bocca.

Mi sono messa a frugare le carte
con la speranza di trarne la prova
che a interessarlo non è solo l’arte,

che l’esistenza in famiglia gli giova,
e ne scrive. Chissà se almeno in parte
a me dedicherà la Vita nova.

 

V

Alcuni su Firenze ci si impinguano:
lui ama la città più di se stesso.
E’ questo che lo perde, e la sua lingua.
Io mi aspettavo ciò che fanno adesso.

I migliori non hanno mosso un dito
quando la casa ci è stata distrutta;
lui per fortuna era via, partito
per sempre. Ma io, Gemma, ero lì, tutta.

Come fanno da sempre i peregrini
che nelle corti sopportano il giogo,
scriverà, amerà, farà gli inchini.

Con se stesso, sta bene in ogni luogo.
Sarò sola per anni, coi bambini;
sono sposata a un condannato al rogo.

 

VI

So della donna di cui Dante dice
beato e beatifico il sorriso,
colei cui diede nome Beatrice
fingendo di seguirla in Paradiso.

Alcuni pensano esista davvero,
altri sia morta ormai da molti anni.
Guardate quanti stravolgono il vero
per vederlo vestito d’altri panni!

Si narra poi che gli vive lontana,
che in gioventù l’ha avvicinato a Dio:
ho sentito ripeter che è toscana

– di Firenze –, proprio del borgo mio.
Credano gli altri a una memoria vana.
Quella che l’ha ispirato, sono io.

 

In  Rosa rosse rosa, Bertani, Verona 1986.

GLI ANNI ZITTI

GLI ANNI ZITTI

 

Quando è morto mio marito
non avevo ancora quarant’anni,
e ho sperato, sì, per giorni e per anni,
di trovare un amore, una carezza,
qualcuno da incontrare a metà settimana.

Forse il mercoledì. A cui regalare
un maglione di lana, una cravatta.
E telefonargli la sera.
Invece, che matta! Mi sono sposata
la tristezza; la più vera, la più sola.

***
Io, in attesa
e ferma come una cosa
qualunque, trascurata, inessenziale
(non mi avesse vista
un mattino; oppure subito
− così! − cancellata).
Ad aspettare
un nuovo sguardo,
nuovo davvero, non educato;
o la mano che osa alzarsi
sulla mia. Poi resta
sospesa, senza appoggiarsi,
turbata.

***
Tante facce tra noi
ci allontanavano da noi.
Visi da salotto o da metropolitana,
gesti indecisi.
E occhi spalancati,
sorrisi cenni
sottintesi.
In due, far finta di niente,
scontrosi eroi
della diversità.
Ma vincevano,
poi,
i banali invidiosi,
allontanandoci − io e lui
arresi a chiedere pietà.
Così restavamo esitanti,
perdenti.
Delusi
di loro, di noi.

***
Quanto mi lasciava sola
davanti a Dio (al mondo, alle paure),
e sapeva nascondersi
dietro le spalle fragili:
di me, delle bambine.
Ma come si appendeva a noi,
chiedendoci più vita, e gioia,
e anni.
Quanto restavo sola, allora;
e ancora, dopo.

***
Il silenzio cade,
e qualcuno non verrà mai più.
Mai più per sempre.
Per sempre zitta la sua voce,
ogni parola.
Riguardiamo le foto,
sistemiamo i biglietti d’auguri,
i filmini superotto, le cassette
registrate. Poi torna il silenzio,
aspettando
oltre i muri un’assenza.

***
La sua assenza, il suo mancare,
non imprimere il gesto nell’aria,
la voce nel silenzio; la traccia delle scarpe
sulla neve in giardino, il calco
della mano sul cuscino del divano.
È tutto cancellato,
divorato dal niente.
Così resto a pensare, cerco di ricordare:
com’era veramente la sua faccia
se mi guardava e tratteneva il fiato.

***
Molte cose muoiono
insieme a chi muore.
Le sue impazienze, i sorrisi
improvvisi. Il sonno
del primo pomeriggio
da non disturbare,
la crema per le mani
vanitose, la pianta
sempreverde rinsecchita.
Partenze affrettate,
ritorni pentiti.
E le parole
tenere, quelle dubbiose;
le musiche, le rabbie, i vestiti.
Lo sguardo di chi lo cercava
e adesso non sa cosa fare:
vaga, trema, si incanta
o si perde.

***
Rimangono tante cose da dire
che non si sono dette,
per pigrizia, distrazione, mancanza
di tempo o di passione.
Sarebbe bastato un sorriso,
un cenno divertito a qualcosa
di non tragico accaduto:
scusa per quella volta
o grazie per le altre volte.
Ma non c’è stato tempo, eravamo
distratti, pigri, impazienti
e abbiamo perso l’ultima occasione.

***
Le storie che finiscono
− storie che durano oltre,
rami intrecciati, radici
radicate sotto i sassi,
lapidi, marmi
                     (O my dear, O my dear)
Mia madre mio padre
mio marito, le lastre
pesanti, le foto, preghiere
e labbra cucite,
e mani gelate
                      (O my dear, O my dear)
Le storie sepolte

di cenere alla cenere,
lontani i lontani,
le ancore ancoranti
sciolte divelte risucchiate
                       (O my dear, o my dear)
La terra tornata di terra
le voci zittite,
in alto più pallido
un sole risorto
tramonta risorge rimane
                        (O my dear, O my dear)

***
Se arriva una lettera da uno che era vivo

e poi è morto, una lettera scritta da un vivo
che arriva giorni dopo la sua morte,
o settimane; si ha paura ad aprirla,
si teme un rimpianto una ferita
e la rivelazione di un segreto taciuto
da sempre; ma se in quella stessa lettera
che arriva da un morto non c’è niente
di male, né scuse né accuse, soltanto
una carezza tardiva, i baci alle bambine,
pensieri sospesi destinati a restare
sospesi in eterno, nell’aria,
in qualche chissà dove; allora la si legge,
si rilegge, la si impara a memoria,
e si sfiora con le dita l’indirizzo
che non verrà più scritto
allo stesso indirizzo da un mittente
che è morto, e si pensa alla firma
impietrita, al suo nome sepolto,
al silenzio futuro:
mentre tutto era vivo, presente, affettuoso
nella lettera scritta da un morto
quando ancora era vivo,
e ci pensava.

***

                                                                 Alle mie figlie

Al nostro ieri basta dare
un altro nome,
proiettarlo in un futuro sconosciuto:
ed ecco che è promessa
− non più tristezza.
Festa e non lutto,
conquista e non sconfitta.
Invenzione, mai memoria;
progetto, non storia antica.
Fantasia speranza alba
(il mio domani, il vostro).
Via il pianto, la fatica dell’odio,
ogni brutto pensiero.
Danza canto bellezza.

© Riproduzione riservata                  «Il Pickwick», 1 novembre 2018

HANS CASTORP C’EST MOI

HANS CASTORP C’ EST MOI

(0maggio a Giovanni Giudici, rileggendo la sua La Bovary c’est moi e La montagna incantata di Thomas Mann)

I

Deve essere stato l’abbaglio di un momento
un tac di calamita da una parola mia o sua.

Da quale frase o sorriso a metà,
gesto delle tue mani nell’aria sospeso:
è stata forse la tua falcata, imperiosa
benché impacciata, maga Midons, encantadora;
oppure un sortilegio della nebbia di Davos
da cui sei uscita – porta sbattuta, mia matita
imprestata. Ma ti amo, e sobbalzo
a ogni passo di dama, e ti indago il pensiero
caso mai fosse vero, fosse possibile che.
Se non sai cosa amare, scegli me.

II

mio amore quanto errore e dolore ci divide
quanto futuro senza futuro si spalanca.

Pensami nella mia stanza che assomiglia alla tua,
ed è diversa, su un altro piano. Pensami
sul balcone a provarmi la febbre che non scende.
Mia malata senza domani, sei il mio male
e non guarisci, non migliori: disperata
mi allontani da un futuro indiviso, indivisibile,
che non temo perché non lo amo, destinato
com’è a non averti. Di noi il medico dice
«Abbiate cura della vostra salute»;
ma non sono i polmoni, non capisce.

III

sul fruscio tra gomme e asfalto o dov’è neve
questa luce ti arrivasse questa ombra

Potessi essere tu le pagine che sfoglio
di un volume dell’enciclopedia; lucide, intonse
alle mie dita che tremano dal freddo
e per amore. Fossi tu la pace che è il tuo corpo
quando lo intravedo di sfuggita, ombra
che cammina per la strada in salita, o seduta
in distanza al ristorante. Pace ai miei occhi
i tuoi occhi chirghisi, e labbra finalmente
sulla pelle che scotta. Pensiero nella mente
capace di spazzare le paure, i malocchi.

IV

Lontano come la luna mi domando come puoi
dirmi se è stata quella davvero l’ultima volta .

Dove sarai, mi chiedo, in quale tempo
e spazio fuggita, nascosta al mio bene
divenuto insopportabile? Partita senza dirmelo,
che era l’ultima volta e davvero, stavolta.
Se l’avessi saputo, avrei preparato un addio
come si deve, e non il saluto di sempre:
e ti avrei imparato a memoria, il vestito,
le scarpe, le parole taciute. Storia
della mia vita, non può essere che senza
preavviso, senza ripensamenti, tu sia finita.

V

Quale dei lunghi treni ti porterà?
Quale dei lunghi treni ti avrà portato?

Ma sono sicuro che ritornerai.
Me lo dico guardandomi allo specchio,
e mi vedo più vecchio da quando sei andata.
Sbatterai al tuo solito la porta
un mezzogiorno come tanti, trasaliranno
camerieri e pazienti, ma io no:
e non mi volterò al tuo passo strisciato,
anche se – senza fiato e trionfante –
potrei stringerti, stritolarti felice.
Mia signora e padrona, o beatrice.

VI

ma veri i giorni gli anni che per sempre
non ti avrò.

Almeno nel sonno ritorna, eterno presente
di un sogno che sappiamo tale, tu ed io.
E non allontanarti più di tanto, non sparirmi
del tutto: se dicessi una parola come Dio,
lo sai, sarei salvato. Invece eccomi qui,
reso a un peccato di scarsi amori stupidi,
perché tu non ci sei, né ci sarai,
viva nella mia carne e nei miei giorni.
O poterti abolire! Mandare via.
Chiamarti amore. Minne Beatrice Maria.

 

 

In «Hortus» n. 18, II semestre 1995; in Litania periferica, Manni, Lecce 2000; in Omaggi, Einaudi, Torino 2017.