Giuseppe Calogiuri (Lecce 1978), avvocato, giornalista e musicista, accomunato spesso ad altri giallisti pugliesi (Gianrico Carofiglio, Donato Carrisi e Omar Di Monopoli), in un breve racconto ha evidenziato come la figura del macellaio venga tradizionalmente rappresentata nell’immaginario popolare, e spesso anche nella letteratura, come quella di un uomo truce, amante del macabro, capace di azioni efferate: in grado di sezionare carcasse di animali senza provare emozioni, e addirittura esibendo una sorta di gusto sadico nel maneggiare coltelli, far sgocciolare sangue, appendere a ganci arrugginiti agnellini e vitelli, squartare ventri e disarticolare ossa. Il suo protagonista, Roberto Deruta detto Tino, discendente da una generazione di beccai, gode in paese della meritata fama di gustosofo, gastronomo esperto di alta cucina, generoso dispensatore di consigli culinari ai vari clienti. I quali tuttavia lo osservano con sospetto e diffidenza, alimentando i pettegolezzi più crudeli e fantasiosi da quando sua moglie Fedora è sparita senza lasciare traccia di sé, e cercano indizi del macabro uxoricidio nel negozio, nella cella frigorifera, nei pezzi di scottona in bella mostra sul banco di vendita, timorosi di essersi incautamente e cannibalmente cibati di una vittima incolpevole.

In un romanzo di Alina Reyes (Bruges 1956), considerato un caposaldo della letteratura erotica di consumo, un macellaio sessuomane avvia una morbosa relazione con una giovane studentessa, in una disinibita esaltazione della corporeità: «E il macellaio che mi parlava di sesso per tutto il giorno era fatto della stessa carne…  aveva i suoi pezzi di prima e di seconda scelta, esigenti, avidi di bruciare la loro vita, di trasformarsi in polpa», «Chi ha detto che la carne è triste? La carne non è triste, è sinistra. Sta alla sinistra della nostra anima, ci cattura quando meno ce lo aspettiamo, ci trasporta su mari densi, ci affonda e ci salva; la carne è la nostra guida, la nostra luce nera e spessa, il pozzo d’attrazione in cui la nostra vita scivola a spirale, risucchiata fino alla vertigine…».

Di tutt’altro genere è il macellaio descritto da Anna Momigliano (Milano 1980) nella biografia del presidente siriano Bashar al Assad, figura tormentata che non ha saputo sfuggire al proprio destino di figlio di un patriarca-tiranno. In un volume pubblicato nel 2013, la giornalista ha ricostruito parzialmente e in un’ottica eurocentrica, la vicenda umana e storica di Bashar, dagli studi universitari di oftalmologia a Londra all’elezione presidenziale avvenuta a soli 34 anni; dalle prime e timide aperture democratiche con la “primavera di Damasco” del 2001 a capo di un regime totalitario. Illustrando l’ambivalenza politica di Assad nella sua relazione altalenante con l’Occidente (con cui nei primi anni di guerra ha cercato discusse alleanze e che in seguito ha accusato di ingerenze delittuose, tradimenti e stragi di civili inermi), l’autrice ha descritto e commentato i rapporti del governo siriano con il potere economico più corrotto, le faide di palazzo, l’eliminazione degli avversari, il siluramento di generali, la cancellazione di elementari diritti umani della popolazione, il sostegno al partito libanese dello Ḥezbollāh, la protezione dei palestinesi di Ḥamās, l’inflessibile ostilità mostrata verso Israele. Riguardo alle carneficine perpetrate dal suo esercito, così Assad si giustificava candidamente nel 2012: «Quando un chirurgo si trova in sala operatoria, tagliando, amputando e ripulendo, e la ferita sanguina, gli si dice che le sue mani sono sporche di sangue oppure lo si ringrazia per avere salvato il paziente?»

I macellatori di cui scrive in versi Ivano Ferrari (Mantova 1948) profanano spietatamente la sacralità della vita, animale e umana, all’interno di un mattatoio, «la grande sala dove si esibisce la morte», in cui lo stesso autore ha prestato un umile e umiliante servizio negli anni ’80. Meno di cento brevi poesie compongono il libro, esponendo agli occhi del lettore un universo degradato di sofferenza, sopraffazione, crudele indifferenza, in cui lo squartamento della carne si mescola a sangue, letame, sperma, bava di mucche, tori, vitelli, cavalli, maiali; nel liquame scorrazzano topi, annegano vermi e larve, ronzano mosche. I gesti automatici e impietosi degli addetti alla macellazione (facchini e veterinari, operai e ufficiali sanitari), e dello stesso poeta che si ritrae con perfida sincerità in azioni addirittura brutali e oscene, assumono l’intollerabile e talvolta beffarda concretezza di un imperdonabile massacro: «Sventrate intere famiglie / oggi / lunedì di intensa macellazione. / Una vacca ha partorito un vitello / negli occhi la paura di nascere / il foro in mezzo il nostro contributo / a tranquillizzarlo», «Dalla vasca d’acqua bollente / emerge un enorme maiale / bianco come uno spettro / che oscilla impudico fino a quando / dal finestrone il sole / accende quintali di luce», «Lo stanzino in fondo allo spogliatoio / è detto delle seghe / affisse a tre pareti foto di donne / dalla vagina glabra / nell’altra il manifesto di una vacca / che svela con differenti colori / i suoi tagli prelibati».

Qui potremmo citare il grande quadro dipinto da Annibale Carracci nel 1585, ed esposto ad Oxford nella Christ Church Gallery, Bottega del macellaio, in cui alcuni lavoranti si applicano a operazioni diverse. In basso, un giovane sta per sezionare un capretto, un altro appende mezzo bue a un gancio, un terzo sistema la carne sul bancone, un quarto con un grembiule bianco sorregge la bilancia, mentre carcasse penzolano dall’alto e ritagli di carne danno mostra di sé sul piano inclinato, in un contrasto coloristico di rossi, bianchi, neri. Carracci, che spesso amava riprodurre figure umili di popolani (cfr. Il mangiafagioli) si era ispirato al lavoro di uno zio, il cui negozio gli aveva offerto materiali di studio, e in misura maggiore alla pittura fiamminga di genere, che presentava scene di cucina o di bottega. Inoltre aveva svolto un breve apprendistato presso Bartolomeo Passerotti, il quale, dipingendo frequentemente interni domestici o di lavoro, ritrasse negli stessi anni una Macelleria in cui due omacci ostentano pose grottesche e triviali, con un intento derisorio del tutto assente in Carracci, più interessato invece a rendere con realismo e verosimiglianza documentaristica le attività lavorative svolte.

Infine, agghiacciante beccaio-carnefice è quello che Sándor Márai (Košice 1900) descrisse nel racconto che segnò il suo esordio come narratore nel 1924, e che ora Adelphi ripropone nella traduzione di Laura Sgarioto. Il protagonista Otto Schwarz era nato a fine ’800 in una cittadina poco distante da Berlino, figlio di un rude sellaio protestante e di una donnina timorosa e mesta. Concepito nella notte in cui i suoi genitori avevano assistito terrorizzati a un tragico incidente in un circo, nato di dieci mesi, di sei chili e già con i denti, aveva nella violenza del parto ucciso la madre, ipotecando in questo modo il suo futuro destino di massacratore. La vocazione sadica alla macellazione gli era sorta già nella prima infanzia, assistendo all’uccisione di una mucca, poi replicata come un rito nei suoi giochi perversi di bambino: «L’istante in cui vide balenare la scure e subito dopo l’animale stramazzare a terra, senza emettere alcun suono e senza dibattersi, si impresse in lui come il ricordo di una sorta di gioia trionfale… Stava vicino alla carcassa e osservò con occhi ardenti come le si avventavano sul collo con seghe e coltelli: il sangue sgorgò in un fiotto abbondante, le interiora schizzarono fuori dalle costole, e di lì a poco la testa del bovino, tranciata rozzamente via dal corpo, giacque accanto al tronco». Divenuto adulto, Otto riesce a esaudire il suo sogno, e viene assunto nel mattatoio centrale di Berlino. Le due pagine che Márai dedica alla prima visita del giovane in questo edificio, sono di un’esemplare concisione e pacatezza nel loro astenersi da qualsiasi considerazione moraleggiante, consapevoli che la pura descrizione dell’ambiente non necessita di alcun artificioso commento letterario: «In angusti box, da cui provenivano i muggiti terrorizzati delle bestie, sordi schianti e imprecazioni, e il sangue fluiva in rigagnoli densi e neri attraverso scanalature praticate nel pavimento, stavano giovanotti dal volto imbrattato di sangue fino all’attaccatura dei capelli, con lunghi stivali che arrivavano all’inguine come quelli dei pescatori, grembiuli sudici e insanguinati e le maniche rimboccate, alcuni dei quali segavano in due lungo la colonna vertebrale gigantesche carcasse appese al soffitto, mentre altri recidevano con coltelli ricurvi la gola di ovini collocati su cavalletti di legno senza badare al copioso fiotto di sangue che schizzava loro in faccia, o strappavano le pelli dalle carni fumanti nello stesso modo in cui si sbuccia un frutto. Davanti all’ingresso dei box i garzoni lavavano le interiora, e il tanfo asfissiante del sangue, della carne fumigante, delle budella putrescenti e degli escrementi colpiva chi entrava, a meno che non vi fosse avvezzo, come qualcosa di tangibile. Si udiva fragore di ossa spezzate, e ovunque si volgesse lo sguardo si vedevano balenare le scuri e gli animali crollare al suolo con le zampe puntate dritte verso l’alto; di tanto in tanto qualche muggito turbava il ritmo monotono del lavoro. La scena meccanica e ufficiale dell’uccisione era in stridente contrasto con la frotta spaurita di coloro che stavano là a guardare, per lo più vecchi e vecchie che si aggiravano davanti ai box con in mano scodelle e pentole: i derelitti e gli emarginati della metropoli che con l’umile e patetico scintillio della fame negli occhi cercavano di carpire uno sguardo compassionevole dei garzoni macellai, sgomitavano con foga bestiale per afferrare le interiora e gli scarti di carne che cadevano qua e là. Vi erano anche vecchie vestite di stracci che si appostavano nel cortiletto che dai recinti conduceva ai box, e attraverso il quale venivano sospinti i bovini destinati alla macellazione, per poter acciuffare una vacca macilenta che, mentre la bestia percorreva il suo ultimo tragitto, mungevano in tutta fretta con il tacito assenso dei bovari. Si spintonavano strillando per poche gocce di latte, e nei loro gesti c’era qualcosa della furia dei rapaci necrofagi».

Otto non tradisce nessuna emozione di fronte al dolore degli animali e degli uomini, e mantiene la stessa imperturbabile indifferenza in tutti i suoi rapporti con il mondo circostante: con le donne che frequenta, con le rare amicizie, con gli avvenimenti storici che stanno conducendo il suo paese nel baratro della prima guerra mondiale; dimostra un’unica sensibilità nei confronti della figura del Kaiser, che ai suoi occhi incarna l’ideale di autorevole e superiore dominio su tutto l’universo animato. Non appena riesce ad aprire un negozio in proprio, viene richiamato alle armi, e inviato sul fronte serbo.

La maestria narrativa di Sándor Márai si esprime nella geniale invenzione di posticipare gli avvenimenti che condussero il protagonista alla perdizione, annunciandone invece in anticipo la soluzione finale e fatale, in modo che il lettore scopra da solo e lentamente l’abiezione assoluta del personaggio. Sia che tratti con bestie o con esseri umani, Otto Schwarz incarna il prototipo della violenza bruta, illogica e irresponsabile, compiuta con una gratuità quasi fanciullesca, seguendo il richiamo tribale del sangue. In guerra, mentre striscia nel fango delle trincee, scopre il riscatto dallo stato di avvilimento animalesco in cui è ridotto, solo durante gli attacchi corpo a corpo con il nemico: «’Io sono un macellaio», pensò, emozionato per l’improvvisa illuminazione «anche questo accanto a me è un macellaio, siamo tutti macellai, e bisogna aprire la pancia alle bestie con il coltello’. Macellaio-coltello-pancia. In quell’attimo la sua vita acquistò un senso. Aprire la pancia alle bestie, pensò entusiasta, bisogna aprire la pancia a tutti quanti per… e qui si interruppe un istante… per la patria. Poco dopo si corresse: per la patria e per l’imperatore». Sarà proprio l’idolatrato imperatore a decorarlo per i suoi atti di eroismo, promuovendolo di grado («Hai fatto bene il tuo dovere, figliolo»); lo stato di esaltazione che gli deriva da tale riconoscimento ufficiale, lo spinge a guidare spietati assalti in rappresaglie e spedizioni punitive contro innocui abitanti di villaggi sperduti nelle retrovie. Tornato a Berlino, il sergente Otto Schwarz si ritrova svuotato e incapace di riprendere le abitudini di normale cittadino, e viene travolto da un rancore profondo verso la vita imbelle e improduttiva che è costretto a condurre. Le pratiche autodistruttive e i vizi a cui si abbandona lo portano inevitabilmente a sprofondare in un baratro di colpa, follia e morte.

Forse Sándor Márai non si rese conto, scrivendo questo tragico racconto quasi un secolo fa, di aver offerto un fondamentale contributo a due importanti ideali etici: il pacifismo e il vegetarianismo.

 

© Riproduzione riservata      «Il Pickwick», 12 aprile 2019