AIRA

CÉSAR AIRA, IL MARMO – SUR, ROMA 2014

Dovremmo sempre affidarci e fidarci dei consigli di amici più colti di noi, riguardo a letture da fare, musica da ascoltare, film da vedere. Un amico coltissimo, a me che lamentavo la banalità formale e contenutistica di troppi romanzi presenti sul mercato, ha suggerito di indagare tra i narratori argentini, citando in particolare César Aira. Aira è uno dei più famosi, originali e prolifici scrittori sudamericani, nato nel 1949 in provincia di Buenos Aires. Pubblica dai due ai cinque volumi all’anno, perlopiù racconti e romanzi brevi, ma anche commenti critici e traduzioni da diverse lingue. In un’intervista ha dichiarato di essere fedele da tre decenni allo stesso sistematico metodo di lavoro. La mattina scrive una sola cartella, seduto al tavolino del bar sotto casa, poi assembla i fogli e li consegna al suo piccolo editore senza rielaborarli. Ha uno stile particolarissimo, sperimentale e visionario nei contenuti, conciso e lineare nella forma, che utilizza sia il gergo sub-letterario delle soap opere televisive, dei fumetti, del pulp, sia la reinvenzione dei classici e la fantascienza, creando situazioni spesso illogiche e prive di una conclusione razionale, in un flusso di scrittura continuo ed esorbitante, eccitato, inventivo.

Il marmo, scritto nel 2009 e pubblicato in Italia da Sur nel 2014, ben esemplifica il carattere della produzione di questo narratore “estrovertito… debordante… conturbante”, come lo definisce nella prefazione Giuseppe Genna, giustamente intuendo nella costruzione del plot romanzesco un parallelo con la paradossalità kafkiana.

Il personaggio voce narrante è un sessantenne argentino corpulento, di salute cagionevole, disoccupato o in prepensionamento, sposato con un’attivissima e sfibrata psicologa che lo mantiene. Complessato dalla propria inattività lavorativa e inefficienza sociale, frustrato per la dipendenza economica dalla moglie, si rifugia in un mondo onirico, meditativo e auto-riflessivo, in cui le persone vive hanno lo stesso rilievo e importanza degli oggetti, delle immagini, della fantasia.

Il volume si apre sulla descrizione del protagonista che osserva se stesso seduto su un blocco di marmo, con i pantaloni abbassati, mentre si guarda cosce polpacci e genitali, traendone una sensazione di ilare conforto, quasi di felicità, nel constatare la materialità del proprio corpo: “in me era sempre vivo l’elemento animale, il dato biologico, la rappresentazione individuale della specie, un promemoria di potenza d’azione, una promessa di tempo e movimento… Basta così poco per sollevarci al di sopra del lavoro triviale e assillante di negoziare il giorno-per-giorno”. Nella volontà di ricordare il motivo per cui si trovava seduto sul blocco di marmo con i calzoni calati, e perché ne abbia derivato una tale sensazione di serenità, l’uomo cerca di ricostruire nella memoria attraverso quali azioni fosse arrivato a vivere quell’ inspiegabile circostanza. Ricorda quindi che il giorno prima, delegato dalla consorte a occuparsi della spesa settimanale, si era recato nel supermercato cinese del quartiere, e si era trovato a pagare il conto con due banconote.

L’uomo alla cassa, non avendo da dargli il resto, l’aveva invitato a servirsi di piccole cianfrusaglie tenute a disposizione dei clienti per saldare il credito. A caso, aveva scelto allora una serie di “mercanzie lillipuziane” assolutamente inutili: una confezione di pile AAA, un occhio di gomma che a schiacciarlo sprigionava una luce rossa, una tabella delle proteine, una forcina dorata, un cucchiaio-lente di ingrandimento, un anellino di plastica, una macchina fotografica grande quanto un dado e infine una manciata di globuli di marmo. Tutti questi oggettini, e in particolare le minuscole palline marmoree, avranno nel corso della narrazione un’importanza strategica, trasformandosi in chiavi per aprire le porte del mondo reale ed entrare nell’iperreale, in un continuo alternarsi di spazi temporali e di incontri con personaggi misteriosi. In particolare con un adolescente cinese di nome Jonathan che conduce il protagonista in una serie di imprese travalicanti il mondo terrestre per approdare tra gli alieni. Concorsi televisivi, compravendite di negozi, baratri che si aprono minacciosi sotto le case, luci e suoni allucinogeni si rincorrono in una mappa infinita e insensata di luoghi e contesti stranianti, di universi paralleli che i personaggi tentano vanamente di ricomporre, ma in cui vengono trascinati per poi perdersi. Fino alla conquista finale dell’unica realtà possibile: quella del recupero concreto del proprio corpo, da realizzare magari abbassando i pantaloni, e controllando che tutto sia a posto.

© Riproduzione riservata          «Gli Stati Generali», 25 ottobre 2022