BRUNI

LUIGINO BRUNI, CAPITALISMO INFELICE. VITA UMANA E RELIGIONE DEL PROFITTO

GIUNTI & SLOW FOOD EDITORE, 2018.

 

In una recente serie di conversazioni radiofoniche nella rubrica Uomini e Profeti di Radio3 Rai, Luigino Bruni (professore ordinario di Economia politica all’Università Lumsa di Roma ed editorialista del quotidiano Avvenire) ha affrontato il tema del rapporto tra capitalismo e cristianesimo, fede e denaro, mercato e solidarietà civile. Argomenti trattati in tutte le sue numerose pubblicazioni, con effervescente vis polemica e piacevolezza di stile, secondo un’ottica manifestatamente cattolica.

In Capitalismo infelice, volume del 2018 coedito da Giunti e Slow Food, Bruni si pone due obiettivi: la contestazione dell’ideologia capitalistica (basata sull’individualismo, l’idolatria del denaro e del consumo, la negazione del bisogno, l’enfatizzazione del merito e della concorrenza, la santificazione del business) e la proposta di un nuovo modello di sviluppo, in grado di riconfigurare l’economia e trasformare il mercato in un laboratorio di virtù etiche e civili, costruendo organizzazioni bio-diversificate e riscoprendo valori comunitari responsabili.

L’autore attribuisce al capitalismo contemporaneo, così radicalmente diverso da quello degli ultimi due secoli (descritto da Saint-Simon, Karl Marx e Max Weber),, altrettanto feroce ma meno spersonalizzante, un’enorme capacità di “creazione distruttiva” soprattutto in ambito umanistico, là dove per creare merci da vendere finisce per distruggere ogni spazio di libertà personale.

Dominato dal tecnicismo e dalla finanziarizzazione, esso si presenta come ideologia globale del successo e della ricchezza, avente come dogmi la meritocrazia, l’organizzazione manageriale del lavoro, gli incentivi di produzione. Relegando le relazioni private, i sentimenti, la creatività in un ambito di non-essenzialità, privilegia nei luoghi di lavoro e della vita quotidiana rapporti frammentati, funzionali a interessi economici, elettivi e molto circoscritti tra consimili.

“La società di mercato ha bisogno di individui senza legami forti e radici troppo profonde… Le persone con relazioni interpersonali significative, con una vita interiore coltivata, sono sempre consumatori imperfetti e difficili da gestire”. Da ciò deriva la necessità di “controllare, arginare, normalizzare” qualsiasi pericolosa indipendenza di giudizio, contestazione, spirito critico di chi consuma: siamo stati svuotati di senso e riempiti di cose, con lo scopo di attivare emozioni, codici simbolici, desideri e sogni catalizzati intorno all’acquisto e al possesso.

È cambiato il concetto di lavoro, parcellizzato e privato di motivazioni personali. Il vecchio spirito calvinista del capitalismo, centrato sull’operosità e la produzione, era ancora essenzialmente e naturalmente sociale, basato sull’attività collettiva, di cooperazione e mutualità. Oggi, la parola d’ordine delle rivendicazioni politiche e sindacali sembra si stia spostando dal “lavoro per tutti”, che era il grande ideale del XX secolo, al “consumo per tutti”. L’incancrenirsi del sistema economico su se stesso ha provocato una visione riduttiva sia degli esseri umani sia dell’ambiente, e ha prodotto un isterilimento delle risorse emotive, facendo prolificare nuovi culti idolatrici, votati a feticci mercantili, a un totemismo degli oggetti da acquistare, da possedere, di cui saziarsi anche in mancanza di effettiva necessità. Da un lato ha creato estese aree di indigenza, dall’altro una bulimia fisica e psichica, un’obesità diffusa e ingorda nell’accaparramento di beni materiali.

Luigino Bruni sottolinea il fatto che a un conformismo indotto nei comportamenti si è sovrapposto un ancora più dannoso conformismo ideologico attraverso l’imbonimento mediatico (pubblicità pervasiva e condizionante, talkshow sempre più urlati e volgari, preponderanza ossessiva di temi riguardanti la salute, la cucina, il sesso, la performance).

Anche la religione ha ceduto alle lusinghe della spettacolarizzazione e della produttività, riducendo la spiritualità a merce acquistabile (le indulgenze…), e conducendo a una deriva consumistica della fede. Alle liturgie ecclesiastiche si sono sostituite ritualità laiche (team building, business school, giochi di ruolo, sessioni di escape room, meditation room, convention imprenditoriali, piece teatrali): stratagemmi miranti a intensificare la produzione e il profitto, i cui celebranti sono i nuovo leader aziendali, manager carismatici in grado di motivare i dipendenti rendendoli devoti adepti dell’impresa, in questa new age materialistica che celebra la natura spirituale del denaro.

L’autore, commentando alcune delle più note parabole evangeliche (dei talenti, dell’operaio dell’ultima ora, del figliol prodigo), suggerisce una loro rilettura non più come giustificazione dello spirito imprenditoriale e capitalistico, ma nel senso di una condanna cristiana delle ricchezze inique, del sistema economico-sociale basato sulla meritocrazia e sull’esclusione degli svantaggiati. La vera specificità del messaggio cristiano rimane infatti il primato della gratuità, della misericordia, della grazia. “Ieri e oggi le meritocrazie hanno un solo grande nemico: la gratuità, che temono più di ogni cosa perché scardina le gerarchie e libera le persone dalla schiavitù dei meriti e dei demeriti… Se oggi volessimo spezzare la spirale di ineguaglianza e di esclusione, dovremmo dar vita a politiche educative anti-meritocratiche… Nulla è più trasgressivo del dono, nulla è più libero. È trasgressivo e libero ovunque, ma nell’ambito economico i suoi effetti sarebbero particolarmente devastanti. Perché spezzerebbe le regole dei contratti, minerebbe la gerarchia”.

Se la pars destruens, più criticamente corrosiva, del libro di Luigino Bruni risulta convincente nella sua impetuosa e polemica condanna del “capitalismo infelice”, riescono meno persuasivi i capitoli dedicati alla proposta di nuove soluzioni di organizzazione economica, capaci di rispettare le libertà dell’individuo, incoraggiandone la crescita culturale e spirituale, e intensificando la solidarietà e la generosità nei rapporti interpersonali.

Nell’ultimo capitolo del volume, intitolato utopisticamente Il lavoro di domani sarà bello, Luigino Bruni immagina una rivoluzione epocale che permetta a uomini e donne di lavorare di meno, liberando tempo e spazi privati, incoraggiando la creazione di cooperative sociali in ambiti finora non abbastanza utilizzati, a partire dai beni culturali, artistici, religiosi, turistici.

L’auspicio finale dell’autore, che forse l’attuale tragico momento pandemico rende meno illusorio, è di poter adattare la metafora vegetale al sistema economico, ancorandosi alla territorialità come le piante al suolo, in una sopravvivenza sussidiaria più sobria, essenziale, resiliente e sana. Potremmo trasformarci così in un organismo collettivo pulsante, che come una foresta apporti nuovo ossigeno nelle nostre asfittiche ed egoistiche società moderne.

 

© Riproduzione riservata                    «Gli Stati Generali», 13 aprile 2020

 

 

 

 

 

 

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