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RECENSIONI

ZARRI

ADRIANA ZARRI, TUTTO E’ GRAZIA – ALIBERTI, FIRENZE 2011

L’ultima intervista concessa da Adriana Zarri, novantunenne, quando era già molto ammalata e costretta a letto da due anni, è un difficoltoso ribadire sue tesi rese note in molti anni di militanza pubblicistica e di fede, e nei suoi libri di successo. La donna monaco, come amava definirsi e essere definita, risponde in maniera scarna e tranquilla, senza più la vis polemica che la caratterizzava in passato, alle domande di Domenico Budaci. Domande incalzanti e articolate, ricche di citazioni, che senz’altro finiscono per illustrare più le tesi dell’intervistatore di quelle dell’intervistata, di cui tuttavia rimangono sulla pagine alcune illuminanti, quasi gnomiche sentenze. “Tutto ciò che ci succede ha un senso, un fondamento positivo, “Dio è più grande del nostro cuore”, “Quando chiediamo ci è sempre dato, anche se non ci è dato quello che a noi sembra la cosa giusta”, “Pregare è chiedere il regno”, “Poesia e preghiera vanno insieme. La poesia è il tentativo di cercare un senso ulteriore alle cose”, “La nosta cultura è del fare, non dell’accoglienza. Fare,fare,fare… e invece c’è un lasciar fare”. Improvvisamente Adriana Zarri si anima quando parla della bellezza della natura (“La bellezza è dappertutto”), dei suoi amici animali e dell’amatissima gatta, per cui spera in una resurrezione quale quella riservata agli esseri umani. E non crede nelle condanne ecclesiastiche: “Forse bisognerebbe chiedersi cos’è l’eresia… probabilmente è una verità impazzita, ma c’è più verità che errore nell’eresia”. Insomma, “tutto è grazia”, come scriveva Bernanos, di tutto bisogna avere consapevolezza e riconoscenza. Il libro si conclude con una breve intervista a Mons. Bettazzi, Vescovo di Ivrea e caro amico della Zarri, che si sofferma particolarmente sui concetti di laicità, di povertà e di dialogo, e mette in guardia la gerarchia cattolica dalle blandizie della politica.

IBS, 9 giugno 2011

RECENSIONI

ZAZUBRIN

VLADIMIR ZAZUBRIN, LA SCHEGGIA – ADELPHI, MILANO 1990

Di Vladimir Zazubrin – autore del primo romanzo ufficiale del realismo sovietico, Dva Mira (Due mondi), lodato da Lenin e da Gorkij come «libro terribile e utile», l’editore Adelphi ha pubblicato nel 1990 un racconto lungo, La scheggia, apparso nella Russia di Gorbaciov solo nell’89, dopo sessantatré anni di censura e rimozione.
Zazubrin, in cui vero nome era Vladimir Zubcov, fu un rivoluzionario “doc”, di estrazione contadina, bolscevico dall’adolescenza: dapprima allievo ufficiale, quindi partigiano nell’Armata Rossa, poi scrittore e giornalista fedele ai canoni del realismo sovietico, infine funzionario del partito di Lenin fino al 1993, anno in cui scrisse la novella La scheggia, cadendo così in disgrazia presso l’apparato del partito. Accusato di «non aver compreso le strade e i metodi dell’edificazione socialista», non riuscì mai a pubblicare il suo racconto, che adesso leggiamo tanto più increduli e angosciati in quanto sappiamo provenire da fonte di indubbia fede e fedeltà comunista.
Dice un cinico proverbio russo che «le schegge saltano quando si abbatte il bosco», e appunto di queste schegge, delle migliaia (milioni, diremmo oggi) di vittime innocenti della rivoluzione sovietica ha scritto Zazubrin, cosciente e disperato del tradimento cui “Lei” (la Rivoluzione, appunto, come viene definita nel racconto) ha costretto i suoi adepti.
Andrej Srubov, protagonista della storia, porta nel suo nome una condanna: srubit’ significa in russo “tagliare, abbattere”, e Srubov è destinato infatti (come presidente della Ceka, la commissione straordinaria per la lotta alla controrivoluzione e al sabotaggio) a rivestire il ruolo di boia, di carnefice, che decide della vita e della morte di centinaia di persone. Il racconto si apre con una rivoltante carneficina, provocata da una serie di fucilazioni di nemici politici, uomini e donne, ufficiali e religiosi, nobili e delinquenti comuni: corpi che rotolano nei loro escrementi, viscere che si aprono diffondendo odori insopportabili, nudità umilianti e pietose insieme, in un crescendo vorticoso di urli, rantolii, preghiere. Srubov implacabile regola il tirassegno delle esecuzioni: «Un doloroso colpo nelle orecchie. Bianche carcasse di umida carne si afflosciarono sul pavimento. I cekisti corsero rapidamente indietro con i revolver fumanti in mano, e subito fecero schioccare di nuovo i grilletti. Le gambe dei giustiziati ebbero una contrazione. L’uomo grasso tirò l’ultimo respiro con un sibilo stridente. Srubov pensò: – Esiste l’anima, o no? E’ forse l’anima che esce sibilando? -».

I cinque soldati ai suoi ordini agiscono come automi, freddi e determinati nel fanatismo che li motiva: denudano i prigionieri, li mettono in fila, prendono la mira, sparano, si ripuliscono dagli schizzi di sangue e dai brandelli di carne che li raggiungono. Poi, in un parossismo di follia, tentano di ripulirsi anche anima e mente correndo all’aperto a tirarsi le palle di neve, tra un’esecuzione e l’altra, in una patetica immersione nell’innocenza e nella leggerezza infantile del bianco inverno russo. Srubov no. «Srubov sta saldo, la testa alta, nel rombo del terremoto, e fissa avidamente il lontano. Nella mente un unico pensiero – Lei.»

Ma sarà proprio questa cieca ostinazione, questa pronuba ossessione rivoluzionaria a fare anche di lui una vittima predestinata. Abbandonato dalla moglie, segnato a dito dalla popolazione, disprezzato dal padre che finirà vittima del terrore leninista, Srubov vacilla: comincia a bere, usa metodi sempre meno ortodossi negli interrogatori, non riesce più a nascondere il suo disprezzo per i delatori che gli offrono i loro immondi servizi.
Guardandosi allo specchio non si riconosce, allucinato dall’immagine di un se stesso di cui è prigioniero: solo, nel suo ufficio, farnetica di moralità e politica con un indifferente ritratto di Marx, tremando ogni volta che i suoi soldati caricano su camion rombanti i cadaveri dei giustiziati. Lui, il carnefice impietoso, l’assassino in divisa, pretende dalla madre che lo aspetti con la luce accesa, perché ha paura del buio. La tentazione che avverte, firmando l’ennesimo ordine di fucilazione, di scrivere la sua firma qualche centimetro più in alto per finire anche lui tra i condannati, è un chiaro indizio della sua vocazione all’annullamento, all’ autocondanna.
La macchina inarrestabile della rivoluzione, cui tutto è permesso, tutto è dovuto, maciullerà anche Srubov, riducendolo a una delle tante schegge già saltate nel taglio del bosco. «Ma a Lei forse interessa tutto questo? A Lei serve solo costringere gli uni a uccidere, gli altri a morire. Solo questo. E i cekisti, e Srubov, e i condannati, erano tutti allo stesso modo insignificanti pedine, piccole viti nella furiosa corsa del meccanismo della fabbrica… Qui la padrona è Lei, crudele e bellissima».

Si può forse rimproverare al racconto un certo gusto truculento per le immagini forti, una certa roboante retorica nelle metafo tuttavia il merito innegabile di averci dato (autore e traduttrice) un documento terribile, una denuncia pari come gravità e violenza agli scritti usciti dai lager nazisti, su una fase storica di cui sappiamo ancora troppo poco.

 

© Riproduzione riservata       www.sololibri.net/La-scheggia-Vladimir-Zazubrin.html

17 dicembre 2015

RECENSIONI

ZEI – LECCO

ALKI ZEI, LA TIGRE IN VETRINA – EINAUDI, TORINO 1978
ALBERTO LECCO, L’INCONTRO DI WIENER NEUSTADT – MONDADORI, MILANO 1978

Uno dei romanzi per l’estate proposto da Einaudi è La tigre in vetrina, di una scrittrice greca vivente ora a Parigi, Alki Zei. Si tratta di un romanzo che ha circa una quindicina d’anni, ma ha potuto essere pubblicato in Grecia solamente ora, per i troppi richiami alla dittature dei colonnelli. La storia infatti si svolge nei mesi che precedettero e seguirono la dittatura fascista di Metaxas, nell’estate del ’36, quando tutto l’orizzonte europeo era già scuro per la guerra di Spagna e le prime avvisaglie della follia hitleriana. Due bambine vivono con i genitori su un’isola che mantiene ancora qualcosa della selvaticità e della libertà naturali; con loro stanno il nonno (bella figura di antifascista, chiuso in camera a leggersi i classici e a trarne insegnamenti di democrazia), una zia e una vecchia cameriera. Con loro vive in qualche modo anche una tigre impagliata, che le bambine fanno protagonista di nuove avventure e simbolo di ribellione al mondo incomprensibile degli adulti. Melia e Myrto diventano presto vittime inconsapevoli, e perciò più indifese, dell’improvviso mutamento dell’atmosfera politica: attraverso di loro, dietro i loro giochi e il loro linguaggio infantile, si intuisce il dramma di una paese e di un periodo intero di storia greca. La dittatura cambia il corso della vita familiare, sembra dividere gli stessi componenti della famiglia, obbliga a comportamenti inautentici e, agli occhi delle bambine, ridicoli. La storia è narrata con garbo e ingenuità, e la poesia di questo libro sta appunto in questa discrepanza tra la drammaticità degli avvenimenti e la leggerezza malinconica con cui le due sorelline li vivono.
Un altro romanzo che vive in una dimensione di simile oppressione è L‘incontro di Wiener Neustadt, di Alberto Lecco, ambientato in una stazione austriaca durante l’ultima guerra. Vicenda scarna, che si svolge nell’arco di poche ore, con tre soli personaggi sullo sfondo misero di rassegnazione (da una parte) e crudele lucidità (dall’altra) che segnava i rapporti interpersonali all’epoca della persecuzione razziale. Una giovane coppia di ebrei stabilisce una comunicazione intellettuale con un altrettanto giovane ufficiale nazista: il racconto è imperniato appunto su questo dialogo impossibile. Una solidarietà culturale, che gli ebrei sottolineano e continuamente incoraggiano nella speranza che si trasformi in solidarietà politica, o più semplicemente, umana; un fascino subito reciprocamente, una specie di complicità che si instaura tra queste persone che (per caso e per necessità) oscillano tra l’essere vicine e l’essere lontane. Un rapporto ambiguo, tutto teso su un filo di colloquio condotto dal narratore in maniera sapiente. Ma un romanzo, per farsi perdonare di essere intelligente, sembra debba pagare uno scotto: e in questo caso lo scotto è il gusto della citazione, l’aristocraticità culturale sbandierata, un linguaggio fastidiosamente raffinato (troppi e troppo classici gli “epperò” al posto dei più semplici “però”): ma tutto ciò serve forse a suggerire la risposta, che la cultura non basta a salvare, che la vera comunicazione avviene non tramite determinate “affinità elettive”, ma in altro modo, più responsabile e cosciente.

 

«Quotidiano dei Lavoratori», 27 agosto 1978

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ZIPPILLI

ERIKA ZIPPILLI, COME CHIAMANDO – FUORIDALCORO, MENDRISIO 2011

La scrittrice e traduttrice ticinese Erika Zippilli-Ceppi ha vinto nel 2007 il Premio Schiller con un volume di racconti (“Regine di confine”) ambientati nelle comunità paesane della Svizzera Italiana, prestando voce e parola nuova (antica di antichi dialetti), attraverso coniazioni linguistiche sperimentali, a dieci donne portatrici di una cultura e di una storia che sa farsi, da privata e familiare, patrimonio collettivo da preservare con amorevole cura.
Nel 2011 ha pubblicato con le eleganti edizioni Fuoridalcoro “Come chiamando”, una silloge di poesie in sessanta copie numerate, impreziosite ciascuna da originali acquerelli di Michela Pozzi. Non è un libro da sfogliare tradizionalmente: si apre a fisarmonica, con i testi stampati sulle due facciate, chiuso tra due copertine nere di cartone pressato.

Otto poesie in cui “compaiono voci e destini di alberi, case e abitanti del suo territorio reale e emozionale”. Versi che raccontano un passato ripescato da trascurate pieghe della memoria “Il ricordo sceglie da sé / il come e l’ora / in cui venire al mondo” per narrare esistenze minime di donne comuni, di abitazioni cariche di vita e affetti, di vegetazione silenziosa ma partecipe all’esistenza degli esseri umani.
Gli alberi (gelsi, castagni, ulivi) sono descritti nel loro pervicace aggrapparsi alle radici, “gravati da silenzi offesi /… ieratico rifugio di notturni voli” nel loro solido resistere alla forza dei venti, svettare verso il cielo con l’intrico dei rami, offrire riparo (“muschiati anfratti”) alle bestiole del bosco.
Ma sono soprattutto le case che abitano questi versi, case vecchie di un Ticino dimenticato, frequentate da donne che si facevano visita a vicenda (chiacchierando, consolandosi dei reciproci magoni), e appartamenti nuovi, impersonali, freddi (“in fondo alla fila di porte pittate tutte uguali”). Ci sono, nelle case descritte, corpi di malati “come chi aspetta la scure, / testa insaccata di fianco al letto, / senza domande”, laboriose sartine “in attesa di non si sa quale attesa”, in ansia “al su nanca mì parché…”, vedove che fanno visita al cimitero “tré volte al dì, sum pròpi chì da còmud!”, mogli abbandonate dai mariti emigrati “in Merica”, bambine spaurite nella “vestina scarlatta”. Personaggi lontani da una contemporaneità frenetica e disillusa, che sembrano quasi straniati nei loro “gesti impalliditi”. A loro l’autrice vorrebbe regalare, “un cielo azzurrorosa”, “glicine spavaldo”, “veloci stelle”, “bozzoli dorati”: poesia, dunque, che funga da lasciapassare verso un oltre più clemente, Come chiamando – in una lingua densa di meditato spessore – l’orizzonte di un desiderio futuro.

 

© Riproduzione riservata     www.sololibri.net/Come-chiamando-Zippilli-Ceppi.html     19 ottobre 2016

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ZUCCO

RODOLFO ZUCCO, GLI OSPITI DISCRETI – ARAGNO, TORINO 2013

Rodolfo Zucco (Feltre, 1966), Professore di Linguistica all’Università di Udine, studioso della nostra letteratura settecentesca e novecentesca, e curatore dei due fondamentali Meridiani  Mondadori dedicati a Giovanni Giudici e Giovanni Raboni, ha pubblicato con l’editore Aragno nove saggi scritti tra il 1991 e il 2007, riguardanti la produzione in versi di altrettanti importanti poeti italiani del secondo 900. Nella nota di apertura, Andrea Cortellessa attribuisce la discrezione cui fa cenno il titolo del volume non solo «al carattere di chi firma i nove saggi qui raccolti», ma alla stessa «acribia» critica evidenziata dalla loro struttura, che partendo dall’esame di aspetti talvolta marginali, discreti, del testo poetico, «rinvia a un’ interpretazione complessiva» dell’opera e dell’autore preso in esame. E Zucco precisa ulteriormente, nella sua premessa, il senso da attribuire al titolo scelto (dopo sofferta gestazione!): «Si può ben parlare di ‘ospiti’ in ragione della mia lunga ‘convivenza’ con loro in un ventennio di studi e di scrittura. Ma è altrettanto importante per me l’accezione di ‘ospite’. Sono ospiti, i miei autori, nel senso che mi ospitano o mi hanno ospitato: giacché la loro opera veicola infine gusti miei, determinate zone della mia sensibilità».

Il libro si apre infatti con uno studio su Vittorio Sereni, che si rivela un affettuosissimo omaggio, più che al poeta, alla persona: nella rievocazione di particolari biografici (talvolta commoventi, talaltra spiritosi) che offrivano spunti alle dediche delle sue poesie, spesso poi cassate nella pubblicazione a stampa, a causa «della riservatezza dei sentimenti che doveva essere un tratto dell’uomo».
Altri saggi «procedono essenzialmente come accertamenti di fatti linguistici e metrici (il verso, la rima e la strofa)». Ad esempio l’indagine su rima, rima interna, enjambement intesi come segnali specifici dell’oralità nella produzione di Giudici. O il rilievo dato all’uso della citazione e dell’allusione in Raboni. O ancora, nel confronto tra due libri di Valerio Magrelli (Ora serrata retinae  e  Nature e venature), la sottolineatura del mutamento dell’ autocoscienza critica – attraverso lo studio di analogie, metafore, deissi, metrica- nella severa tensione autoriflessiva che da sempre caratterizza la produzione del poeta romano. Di particolare interesse, pur presentando qualche difficoltà per il lettore non specialistico, è il saggio sui «versi a gradino» di Giorgio Caproni, ereditati dalla divisione in battute della lirica teatrale, attraverso differenti epoche e generi poetici, da Leopardi a Gozzano.
A Fernando Bandini, suo maestro negli anni universitari a Padova, Rodolfo Zucco dedica un lungo studio che del poeta vicentino esplora la cospicua attività di traduttore, in particolare da Baudelaire. La produzione in versi di Iolanda Insana e di Eugenio De Signoribus viene minuziosamente analizzata negli esiti formali sintatticamente contorti e febbrili dell’una, attenti con virtuosistica perizia all’uso delle rime nell’altro.
Infine, l’ultimo saggio del volume è dedicato a un poeta sottovalutato e quasi dimenticato, Ferruccio Benzoni, di cui si considera il libro del 1998  Sguardo dalla finestra d’inverno, con le sue derivazioni da Fortini e Sereni, e la particolare «strategia della negazione», sempre comunque all’insegna di un dettato elegante e discreto. E se Zucco conclude le sue letture, di autorevolissima competenza critica, ricordando che nella poesia è quanto mai implicita una «vocazione alla felicità», sono le parole di Raboni che meglio offrono la chiave di interpretazione di questi studi, approfonditi e comparativi: «nella vita di una poesia…ci sono tante altre vite, le vite di tante altre poesie».

«L’Immaginazione»  n. 279, febbraio 2014

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ZUCCO

GIUSEPPE ZUCCO, IL CUORE È UN CANE SENZA NOME – MINIMUM FAX, ROMA 2017

Capovolgendo la trasformazione del cane di Bulgakov, e senza sfiorare nemmeno lontanamente la satira politica dello scrittore russo, Giuseppe Zucco (1981) ci racconta una storia delicata e fantastica, scritta con proprietà ed eleganza, narrando di un giovane uomo che di guaito in guaito, in uno straziante percorso di fedeltà e di amore non più corrisposto, si trasforma in cane. «Lei lo aveva lasciato, e lui aveva continuato come nulla fosse. La mattina andava a lavorare, la sera tornando a casa comprava il pane, la notte dava due giri di chiave alla porta prima di spegnere le luci. Era tutto sotto controllo, diceva… Ma una mattina, mentre lavava i denti, tirando su la testa davanti allo specchio, scoprì che guaiva».

Il protagonista (senza nome, designato da un generico “lui”, così come gli altri personaggi rimangono nel limbo di classificazioni universali: la bambina, il padre, il ragazzo, e soprattutto “lei”) guaisce perché non riesce a trattenere il dolore della perdita e dell’abbandono: dapprima di nascosto e camuffando il suono disdicevole con altri rumori, poi manifestatamente, con latrati e ululati strazianti. Fino alla sua completa trasmutazione, con una metamorfosi kafkiana, in un quadrupede non di razza, piuttosto ordinario, «muso pronunciato, le orecchie flosce e appuntite, il manto bianco ma pezzato da alcune macchie di un nocciola chiaro, la coda come una virgola per aria». Un cane che si comporta come tutti i canidi del mondo: si azzuffa col branco, ruba il cibo, si accoppia con le randagie che trova per strada, ringhia e morde, si sporca e puzza. Viene adottato e abbandonato, accudito e torturato più volte, prima da una bambina viziatissima, poi da una volubile studentessa, infine da una macabra vegliarda. Nelle presenze femminili che incontra, nelle tre età di uno stesso mito muliebre, il cane (ex-giovane uomo innamorato) riscopre le sembianze allucinanti della donna che lo ha lasciato: le sue labbra stupende, l’incisivo scheggiato, le gambe affusolate, il seno, i fianchi, la voce. Gli episodi del loro incontro e della loro convivenza, la fisicità degli amplessi, i litigi e le incomprensioni si sovrappongono ai tormentosi avvenimenti della sua vita di animale, alle sue umiliazioni e alle sue rabbie: «… il cane pensò a lei. Lei era la sua patria ubiqua. In lei affondavano le sue radici. Non c’era altra ragione oltre lei». Il cuore è un cane senza nome, quindi, in un’allegoria della sofferenza amorosa che può arrivare al delirio e alla scomposizione di sé, al travestimento e alle mortificazioni più scottanti. Cosa rende simili esseri umani e non-umani nel dolore? «Una stessa storia? Una storia finita male? Questo eccesso di amore non più riposto nelle mani della persona amata? Questa incessante proliferazione di cellule ed energie?».

Accomunati non solo dal bene e da sentimenti positivi, ma anche dall’odio, dalla gelosia, dal terrore, dal desiderio di vendetta, persone e animali sono simili, vittime delle stesse passioni. Il cane di Giuseppe Zucco non ha nome, perché forse ha i nomi di tutti, patisce gli spasimi e le gioie di tutti. Nella sua storia, sospesa tra verità e fantasia, tra fiaba e realtà, si cela come unica morale la volontà di riconoscersi vivi, in un passato da recuperare e in un futuro da reinventare.

© Riproduzione riservata           www.sololibri.net/cuore-cane-senza-nome-Zucco.html

12 ottobre 2017

 

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RECENSIONI

ZULIANI

LUCA ZULIANI, L’ITALIANO DELLA CANZONE – CAROCCI, ROMA 2018

Molto interessante questo libro di Luca Zuliani, professore di Linguistica all’Università di Padova, studioso di metrica e poesia contemporanea. L’italiano della canzone esplora la relazione esistente tra la musica leggera e la lingua letteraria, esaminando il repertorio canoro nostrano degli ultimi cinquant’anni, con numerosissimi e calzanti esempi, tesi ad illustrare i rapporti di filiazione, opposizione o estraneità esistenti tra i versi delle canzoni e quelli poetici.

Lingua armoniosa per eccellenza (dolce, sonora, priva di asperità, ricca di vocali), la nostra è tuttavia poco adatta ad essere musicata, a causa della scarsa presenza di parole tronche (cioè accentate sull’ultima sillaba), frequentissime invece in molte altre lingue, e soprattutto in inglese. Da noi esse si limitano ai monosillabi, a qualche forma verbale, a pochi vocaboli astratti e ad alcuni avverbi. Come hanno ovviato a questo pesante handicap i parolieri di musica leggera? In passato, e fino al secondo dopoguerra, troncando parole piane (fior, amor, ben, muor) o utilizzando termini desueti (dì, mercé, beltà); oggi usando l’escamotage di accentare sull’ultima vocale anche le parole sdrucciole (gli 883: “sei una libìdiné”; Arisa: “storia màgicà”; Battiato: “la vecchia brétoné”), o invertendo il loro ordine usuale (Vecchioni: “la guerra paura non fa”), oppure concludendo con congiunzioni, pronomi, avverbi, verbi o esclamazioni accentate (Vasco Rossi: “che se ne frega di tutto, sì!”; “sei in forma, ué!”), o ancora ricorrendo direttamente al dialetto e a lingue straniere (Adriano Celentano: “che ti fulmina sul ring”; Domenico Modugno: “un uomo in frak”).

Zuliani si sofferma con puntualità sugli aspetti tecnici della composizione dei testi, chiarendo in che modo funzionino versi, rime e strofe nelle canzoni e nella poesia, sottolineando giustamente come quest’ultima sia divenuta oggi del tutto marginale nella cultura di massa, ridotta a un’arte di nicchia poco praticata e poco letta dal pubblico, a tutto vantaggio delle canzoni, i cui testi si sono evoluti formalmente e contenutisticamente rispetto al passato, al punto che un recente premio Nobel è stato attribuito a Bob Dylan. Oltre a queste ed altre spiegazioni specialistiche (sapevate cos’è la “mascherina”? è una sorta di tavola numerica che i musicisti apprestano per i parolieri che non conoscono le note…), l’autore analizza altri elementi comuni ai testi delle canzoni e a quelli poetici: la strofa, il ritornello, la quartina, sempre sottolineando che metrica e ritmo (lingua e musica) convivono su basi differenti: la prima contando il tempo con le sillabe, la seconda con le battute. Si addentra poi in commenti più ampi riguardanti la scrittura dei testi considerati artisticamente più ambiziosi, quelli che tendono a far prevalere l’importanza della scrittura sulla musica. Per intenderci, quelli di De André, De Gregori, Luigi Tenco, Carmen Consoli, Bluevertigo, Marlene Kuntz, che riprendono forme letterarie utilizzando addirittura versi canonici come l’endecasillabo, o frasi lunghe e complesse, con frequenti subordinazioni e asimmetrie.

Tuttavia, se oggi nella produzione di musica leggera, prima si compone la melodia e ad essa si adattano le parole, è evidente che la lingua italiana risulta spesso mortificata dalle esigenze della musica, degli arrangiamenti e delle interpretazioni. In fondo, “sono solo canzonette”, come suggeriva Bennato: pretendere da esse che si innalzino ad arte è forse eccessivo. Stimolante e curioso rimane, comunque, poter indagare su regole e tecnicismi che riescono a farle funzionare, regalandoci momenti belli: in questo ci aiuta il libro di Luca Zuliani.

 

© Riproduzione riservata         «Il Pickwick», 7 novembre 2018

 

 

 

RECENSIONI

ZWEIG

STEFAN ZWEIG
VENTIQUATTR’ORE NELLA VITA DI UNA DONNA – SUGARCO, MILANO 1991
NOVELLA DEGLI SCACCHI – GARZANTI, MILANO 1991

Due romanzi brevi, o racconti lunghi che dir si voglia, di Stefan Zweig, sono stati recentemente pubblicati da SugarCo e Garzanti: 24 ore nella vita di una donna  e  Novella degli scacchi. Argomento centrale di entrambi è la passione divorante per il gioco che può attanagliare la mente umana: gioco come azzardo, cioè sfida al destino e a se stessi, e gioco come affinamento della spiritualità. La prima novella è la storia, narrata dalla protagonista a un occasionale confidente trent’anni dopo la sua conclusione, di un incontro tra una intelligente e ricca vedova, che cerca di distrarre viaggiando la sua «irreversibile tristezza», e un uomo divorato dal tarlo febbrile del gioco al casinò. A Montecarlo la signora viene attratta dalla vita di un giovane che sembra giocarsi alla roulette non solo gli ultimi risparmi, ma la sua stessa esistenza. Ipnotizzata dall’eccitazione di lui, ma soprattutto dall’irrequietezza e dal tremito disperato delle sue mani, lo segue fuori dal casinò e in albergo, nell’ansia di salvarlo dal suicidio e di redimerlo dalla follia del gioco; superando ogni pudore e remora dovuta alla sua educazione gli si concede, vivendo con lui l’esaltazione furiosa di una notte d’amore. «Non avrei mai immaginato, senza quell’incontro terribile, con quale ardore, con quale accanimento e irrefrenabile avidità un uomo spacciato, perduto, beva ogni goccia rossa di vita».

La notte passata insieme trasforma profondamente la donna, inducendola a rischiare tutto per seguire la sorte del suo nuovo amico: gli consegna dei soldi perché paghi i suoi debiti, lo costringe quasi a partire per porre fine alla sua inclinazione malata, decide essa stessa di seguirlo, giocandosi la sua reputazione e un tranquillo e grigio destino di vedova benestante. Ma il ragazzo la inganna, e col denaro avuto in dono torna al casinò e riprende a giocare: all’intervento stupito ma deciso di lei, la caccia umiliandola e sbeffeggiandola davanti a tutti. Tuttavia, «si sopravvive anche a ore così dolorose: il sangue continua a pulsare, non si muore, non si cade come un albero colpito da un fulmine»: la donna recupera la sua dignità schernita, ritorna nei binari consolidati di una routine disprezzata ma comoda, perché  «alla fine, chi vince è il tempo, e la vecchiaia esercita sui sentimenti il singolare potere di invalidarli». Rinnegate le 24 ore che stavano per cambiare (in meglio? in peggio?) il corso della sua vita, lei che per amore avrebbe avuto il coraggio di rovinarsi, accetta l’umiliazione di una sconfitta, continuando a coltivare il rimpianto di ciò che avrebbe potuto essere.
Il secondo racconto  Novella degli scacchi può essere considerato un po’ il testamento spirituale di Zweig: fu infatti steso nel ’41, pochi mesi prima che lo scrittore austriaco si suicidasse in Brasile insieme alla moglie. E’ la storia di una serie di partite a scacchi giocate durante una traversata marittima nell’Oceano tra Mirko Czentovic, scacchista di fama mondiale, e il dottor B., avvocato austriaco perseguitato dalla Gestapo. E’ chiaro fin da principio da che parte stia lo scrittore Zweig (esteta, pacifista, innamorato della cultura e della spiritualità europea al punto di autoesiliarsi per protesta in Sudamerica allo scoppio della seconda guerra mondiale). Bersaglio della sua polemica è il campione russo Czentovic, ma si tratta di un bersaglio alquanto sproporzionato, di un mulino a vento contro cui non varrebbe nemmeno la pena di combattere: Czentovic è infatti «un contadinotto ventunenne del Banato… un taciturno, ottuso ragazzo dalla fronte quadra… incapace di scrivere una frase in nessuna lingua senza errori di ortografia… di una ignoranza parimenti universale in tutti i campi».

A questo avversario, presuntuoso perché indifeso, goffo perché poco intelligente, fornito di un’unica mostruosa abilità – quella di giocare, vincendo, a scacchi – Zweig oppone la cultura e la sensibilità del dottor B., già amministratore dei fondi della famiglia imperiale austriaca.
Arrestato dai nazionalisti, torturato in un isolamento feroce e totale, era riuscito a salvarsi dalla pazzia grazie alla lettura di un manuale sugli scacchi, e alla simulazione mentale di centinaia di partite: «Appena il mio Io bianco aveva fatto una mossa, il mio Io nero si gettava febbrilmente all’attacco; appena una partita era terminata, subito sfidavo me stesso alla prossima, perché ogni volta uno dei due Io-giocatori era vinto dall’altro e chiedeva la rivincita…Era un’ossessione da cui non potevo difendermi; da mattina a sera non pensavo ad altro che ad alfieri e pedoni e torre e re…Il piacere del gioco era diventato vizio, il vizio necessità, una mania, una rabbia frenetica…appena il gioco incominciava, una forza selvaggia m’invadeva: correvo su e giù coi pugni stretti, e come attraverso una rossa nebbia sentivo ogni tanto la mia voce, che gridava a se stessa, rauca e cattiva, “scacco” o “matto!”».

La partita che Czentovic conduce contro il dottor B. è in realtà una partita tra due culture, tra due modi di concepire la vita e di affrontare il mondo: quella, rozza ma vincente, ottusa ma di successo, del campione Czentovic, e quella raffinata ma sconfitta del dottor B.. La prima simboleggia la cultura nazista, violenta e arrogante, la seconda quella austriaca, o più in generale Mitteleuropea. Questa  Novella degli scacchi è, quindi una «fiaba fortemente metaforica», come ben arguisce nella sua originale prefazione Daniele Del Giudice, in cui gli scacchi sono puro pretesto, e il delirio finale del dottor B., in grado di condurre simultaneamente nel pensiero diverse partite, ma incapace di portarne a termine una, quella decisiva, è il simbolo della resa di un continente alla brutalità pianificata di Hitler, della resa di Zweig di fronte al crollo dei suoi ideali.

«L’Arena», 1 agosto 1991

RECENSIONI

ZWEIG

STEFAN ZWEIG, GLI OCCHI DELL’ETERNO FRATELLO – ADELPHI, MILANO 2014

Stefan Zweig pubblicò questa leggenda indiana – una sorta di apologo sulla giustizia e sulla nonviolenza – nel 1922. Protagonista di Gli occhi dell’eterno fratello è un nobile e antico guerriero di nome Virata, che nel corso di una cruenta battaglia in difesa del re, uccide involontariamente suo fratello, il cui sguardo accusatore tornerà a tormentarlo negli occhi di qualsiasi vittima dell’ingiustizia del mondo.
Proprio decidendo di rinunciare a qualsiasi sopraffazione e violenza, nel corso del racconto Virata va astenendosi da tutti gli incarichi e le responsabilità che gli vengono affidate ufficialmente. In primo luogo, quindi, comprende che per mantenersi in accordo con «la potenza del dio dalle mille forme» deve rifiutare ogni guerra e spargimento di sangue, perché «chi partecipa al peccato di dare morte è lui stesso morto».

Ma la sua sensibilità rifugge anche dall’esprimere giudizi e dal condannare, in quanto «solo chi la riceve sa che cos’è la percossa, non chi la infligge; solo chi ha sofferto può misurare la sofferenza» e «chiunque amministri la giustizia agisce ingiustamente e incorre nella colpa». Sceglie quindi una passività che possa garantirgli l’innocenza, assumendo su di sé la natura di «morto nella vita e vivo nella morte», consapevole che ogni potere incita all’azione, e ogni azione interferisce nel destino degli altri uomini.
L’unica possibilità di conquistare la purezza assoluta sembra risiedere per Virata nella scelta di una vita contemplativa e solitaria, lontana da ogni possesso materiale e dalle passioni, immerso nella natura. Nemmeno in questo modo ci si può però sottrarre al male involontario recato al prossimo: isolamento e sapienza imperturbabile sono infatti strumenti della superbia, e non è possibile evitare la violenza, sia che si scelga di agire o di non agire. L’estrema liberazione dall’imposizione di sé si può scoprire soltanto nell’umiltà delle mansioni più modeste e disprezzate, perché «solo chi serve è libero».

 

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25 febbraio 2016

RECENSIONI

ZWEIG

STEFAN ZWEIG, RACHELE LITIGA CON DIO – ELLIOT, ROMA 2015

I due racconti di argomento biblico presenti in questo volumetto di Stefan Zweig (1881-1942), Rachele litiga con Dio e Il pellegrinaggio, riassumono un po’ tutti i temi presenti nella narrativa dell’autore austriaco: la morte sempre incombente, come minaccia o liberazione; il conflitto con l’altro, nemico o amico che sia; la lotta contro il potere espresso in termini violenti e sopraffattori; la caduta delle illusioni; il sacrificio inutile o comunque destinato al fallimento. Sono poi tutti temi che appartengono alla biografia stessa di Zweig, alla sua personale e coraggiosa sfida contro il nazismo, conclusasi con il suicidio suo e di sua moglie in Brasile.

Il secondo dei due racconti è brevissimo e fulminante, perfetto nel suo precipitarsi ansioso verso un finale non esplicitato, ma intuibile in tutta la sua drammatica inevitabilità. Narra di un giovane della Giudea, molto pio e ingenuo, affascinato dall’idea di poter incontrare il Messia che sta compiendo miracoli in tutta la Palestina: così preso da questo miraggio da sognare ogni notte il viso angelico del figlio di Dio. Si mette quindi in cammino verso Gerusalemme, ma a metà percorso (assetato, stanco, indebolito) sviene, ed è soccorso da una giovane e conturbante donna siriana. Cedendo al fascino di lei, soccombendo alla tentazione, finirà per perdere colpevolmente l’appuntamento con il destino e con la salvezza.

Nella prima e più famosa novella che dà il titolo al libro, l’Onnipotente si adira con il suo popolo, tornato ad adorare gli idoli con offerte sacrileghe. La collera divina si manifesta violentemente, squarciando i cieli e sconvolgendo le acque, squassando la terra e distruggendo gli animali. Le suppliche dei patriarchi e dei profeti non valgono ad ammansirlo. Si alza allora la voce tremante di una donna minuta, Rachele, uscita dalla sua tomba a Ramah. Rachele inizia a parlare con Dio, che l’ascolta in silenzio, ricordandogli tutta la sua vita tormentata: l’amore contrastato per Giacobbe, gli odiosi tranelli del padre Labano, la gelosia della sorella Lia. E come lei fosse riuscita a perdonare, a non recriminare. Se il suo Signore, invece, rimarrà schiavo del proprio furore, vorrà dire che non merita la fedeltà degli uomini: «Sei un dio estraneo, un Dio della vendetta, un Dio della collera, un Dio del castigo, e io, Rachele, che amo solo il Dio dell’amore e ho servito solo il Misericordioso, io, Rachele, ti rinnego qui, davanti ai tuoi angeli!… E pertanto ti accuso: la tua parola, Signore, contraddice il tuo Essere, e la tua parola adirata smentisce il tuo vero cuore».

Il discorso fremente della temeraria intimorisce ogni creatura, umana e celeste: ma l’Onnipotente si illumina, grato del coraggio della donna che aveva voluto essere figlia, moglie e madre a dispetto di ogni difficoltà, e non aveva avuto paura di alzarsi in piedi, di guardarlo e di litigare con lui.

 

© Riproduzione riservata         www.sololibri.net/Rachele-litiga-con-Dio-Zweig.html;  30 marzo 2017