ACITELLI

FERNANDO ACITELLI, CANTOS ROMANI – ES, MILANO 2012

Diversamente dai Cantos Pisani di Pound, così tormentati formalmente, e complessi contenutisticamente, i Cantos Romani di Fernando Acitelli (Roma, 1957) si sviluppano in sessantaquattro (LXIV) momenti di pacata e malinconica osservazione del passato storico della città eterna, quasi una celebrazione priva di fasti e retorica: intenerito omaggio – umano, molto umano – a personaggi grandi e minimi che hanno reso l’Urbe, appunto, eterna.

Una Roma esplorata nelle viscere, dall’età imperiale a quella paleocristiana, dal rinascimento all’ottocento, per spingersi fino all’attualità: e raccontata con la fedeltà amorosa che riesce a soprassedere su colpe e tradimenti, per sottolineare invece e decantare virtù e bellezze incontaminabili da qualsivoglia vergogna e volgarità.
L’amico fognarolo, “custode di falde acquifere”, che “tanto sapeva / di strade, cunicoli, vicoli, intoppi / del sottosuolo” introduce l’autore nei sotterranei urbani, alla scoperta di urne, monete antiche, cimeli: non solo testimonianze di vite famose, ma reperti di esistenze anonime, di ossa riaffiorate da ipogei fangosi. Di un Aureliano sconosciuto, magari, le cui tracce fisiche sono rimaste più tangibili di quelle del più celebre edificatore della cinta muraria; di un bambino dell’anno 100 d.C.; di qualche vergine adolescente: Sabina, Plotina, Drusilla…

“Se vago tra i reperti, / la diagnosi è sospesa. / Chiunque, a quest’ora, da Lucio Vero a un bimbo / dell’Impero, è più in salvo / di me”. Storia e cronaca, passato e presente, sacro e profano, vita collettiva e individuale si confondono e compenetrano, in questi versi densi di immagini e di pensiero, vaganti per una Roma concreta dell’oggi, nella sua toponomastica (Via Cairoli, Campo Marzio, il Celio, il Teatro Quirino, Porta Furba, Via Selinunte…), nei suoi bar, nelle basiliche, tra gli sfasciacarrozze e nei negozi eleganti, nei corridoi degli uffici ministeriali o nei cantieri periferici. La città trafficata e pulsante di chi la vive quotidianamente, onorandola o imbrattandola (“Porta Maggiore di notte. / Via Giolitti con le sue mignotte”, “gli operai esibivano fieri il copricapo di giornale”, “un vecchio si distinse per bestemmia”, “L’autista del 409 amava il cambio di marcia”, “i vecchi passeggiano pettinati, rasati / per bene nella penultima finzione”), tra presenze fantasma di attori scomparsi, e gatti, piccioni, levrieri che si muovono tra le rovine.

L’arte antica di Masaccio, Filippino Lippi, Solimena ha lasciato tracce nella pittura novecentesca di De Chirico, Guttuso, Schifano; la politica sporca dei “profittatori di sempre”}» trova un suo riscatto nella solidità pulita degli affetti domestici; le tombe dei martiri cristiani sono velate dalla stessa malinconia che incornicia le sepolture dei parenti più cari. Su tutto aleggia (mai macabro, e piuttosto ineluttabile, fatalistico) lo spirito del dissolvimento, di una fine a cui ogni esistenza, sentimento, gesto, oggetto è inesorabilmente destinata (i corpi di “Tiberio, Giuliano e Decio”, come i mozziconi di sigarette abbandonati sull’orlo dei tombini, o come i peli di barbe e capelli scivolati giù nei lavelli: “Finite dove le rasature degli anni ’30?”). Tuttavia a questo “nulla / da cui veniamo e a cui siamo diretti” Roma, con i suoi millenni di storia, presta uno scenario di fascino particolare, in cui (come suggerisce il postfatore del volume, Raffaele Manica), “non è detto… se siano più morti i vivi o più vivi i morti”. A questa eternità di vita che accoglie presente e passato all’interno delle stesse mura, ai suoi abitanti ignari o colpevolmente disinteressati, Fernando Acitelli rivolge un’accorata e innamorata preghiera: “Accudite quei sarcofaghi isolati / quelli che come conforto possono contare solo / sulla pioggia, o sul muschio che ne indora / l’incavo, l’intimità già scaldata dal sole. / Ponetegli attorno girandole di lumini, portate / il Natale anche al fanciulletto Aulo / Massimo, al bimbo Publius Aelius Felicissimus, che sia / loro narrato, dunque, il miracolo del Natale / che a quell’epoca non accadeva ed è paura / adesso il considerare questo”.

 

© Riproduzione riservata          www.sololibri.net/Cantosromani-Acitelli.html      31 ottobre 2016

 

 

ADORNO-CELAN

ADORNO-CELAN, SOLO, CON ME STESSO E LE MIE POESIE – ARCHINTO, MILANO 2011

Il pregio di questo elegante e curato volume edito da Archinto non sta tanto nella presentazione dell’epistolario, abbastanza rapsodico e scarsamente esemplificativo del rapporto instauratosi tra Theodor Adorno e Paul Celan. Si tratta infatti di poche lettere in cui il poeta rumeno si lamenta del disinteresse e della persecuzione che circonda il suo lavoro (“Vengo depredato… E poi coperto di sputi, calunniato…”), e sembra auspicare una maggiore attenzione critica da parte del filosofo tedesco, forse sperando in una solidarietà più esplicita dovuta alle comuni radici ebraiche. E Adorno, qua e là, tra le righe, si sbilancia: “Il suo testo incomparabilmente bello… il suo testo in prosa estremamente interessante ed enigmatico…”, senza tuttavia decidersi mai a scrivere l’intervento promesso sulla poesia del suo interlocutore. Ma appunto il merito di questa proposta editoriale sembra soprattutto essere nel saggio introduttivo di Joachim Seng, molto appassionato ed esaustivo, che ripercorre la relazione tra i due personaggi, a partire dall’incontro mancato di Sils Maria nel 59 (quasi temuto da Celan, che più volte si sottrasse a ripetute occasioni di conoscere importanti esponenti della cultura dell’epoca: non solo Adorno – poi effettivamene incontrato nel 60, alla Buchmesse di Francoforte- ma anche Beckett). Se il filosofo sembrava accordare alla trepidante attesa del poeta un’attenzione un po’ superficiale (nella sua biblioteca furono trovati solo due libri di Celan), quest’ultimo seguiva ogni pubblicazione di Adorno con un’ammirazione e un coinvolgimento totale, traendone ispirazione anche per i suoi versi. La famosa sentenza adorniana secondo cui dopo Auschwitz non si sarebbe dovuto più scrivere poesia aveva aperto in Celan abissi di inquietudine e di sensi di colpa, cui tuttavia egli seppe rispondere con la tragica disperazione della sua scrittura. Il volume si conclude con due interessanti note biografiche di Roberto Di Vanni.

ADY

ENDRE ADY, IL PERDONO DELLA LUNA – MARSILIO, VENEZIA 2018

Caramore ci introduce, con sapienza e rigore, alla poesia di Endre Ady situandola storicamente e socialmente nel cuore dell’Ungheria di inizio ‘900, paese dilaniato e sottomesso, in perpetua lotta contro gli oppressori austriaci e lacerato da contrasti interni. L’accurata ricostruzione biografica effettuata dalla curatrice (che insieme a Vara Gheno si è occupata anche della traduzione dei testi) viene accompagnata da un commento che ne ricollega gli snodi fondamentali ai nuclei più rilevanti della produzione poetica, a partire dalle origini familiari, e poi attraverso gli studi, i viaggi, gli amori, la malattia: soprattutto esplorando evoluzioni e involuzioni del credo ideologico e spirituale dell’autore.

Endre Ady nacque nel 1877 da una famiglia di piccola nobiltà decaduta e di tradizioni calviniste a Érmindszent, villaggio al confine con la Transilvania, oggi facente parte della Romana: indirizzato verso studi giuridici, si dedicò presto al giornalismo, desideroso di interpretare e influenzare gli avvenimenti politici della sua terra magiara («Mia odiosamata nazione»), con un generoso impegno democratico e liberale, antinazionalista e anticlericale, decisamente ostile alla dominazione degli Asburgo. Trasferitosi presto nella città industriale di Nagyvárad, iniziò a comporre le prime poesie, immergendosi in un’esistenza inquieta di sregolatezze, alcol ed esperienze sessuali promiscue che lo portarono a contrarre la sifilide, malattia che lo tormentò negli anni a seguire, conducendolo alla paralisi e a una morte precoce nel 1919.

Ady esibiva provocatoriamente il suo lato di poeta maudit, lussurioso e blasfemo, sfidando il fariseismo benpensante della comunità cui apparteneva: «Siamo in tre sulla grande pianura: / Dio, io e una maledizione contadina. / So bene che tutti moriremo, / ma io lancio un forte grido spietato. // Io da solo non temo, non tremo, / tanto ormai il mio guscio è di Satana», «Né lieto avo né discendente, / né parente né conoscente, / non sono di nessuno, non sono di nessuno», «E quando dovevo comprare un bacio, / chiudevo gli occhi e chiudevo anche il cuore: // …Però le amo tutte, una per una, / Maddalena e la vergine Maria // … Io le amo appena son nate, / infanti, giovani, vecchie e mature; / Io amo ognuna che è donna: / un uomo vero, un uomo triste io sono». Trasferitosi a Parigi, entrò in contatto con le avanguardie artistiche, lasciandosi travolgere dalla loro energia visionaria, e soprattutto da un amore folle per una donna sposata, sensuale e affascinante, cui dedicò versi appassionati: «Sono ferita rovente. Brucio, dolente. / Mi strazia la brina, mi strazia la luce, / te voglio…// Baciami. Bruciami. Baciami», «Questi occhi vecchi, questi occhi tristi / non guarderanno più nessun’altra. // Scacciami pure, Léda: / a questi occhi di vecchio cane fedele / mai potrai davvero fuggire».

Sofferente nel corpo, tormentato nell’anima e nei pensieri, presagiva la morte con una sorta di “cupio dissolvi” che lo avvicinava alla pena di ogni effimera creatura: «Sono malato, molto malato. / Sii giusto, mio Dio, / e benedicimi per quanto ora soffro», «Io sono parente della morte / … Amo le rose malate / donne sfiorenti bramose, / atmosfere d’autunno / amare e radiose. // Amo i delusi, i mutilati, / e quelli che si sono fermati; amo chi non crede e chi si è turbato: / questo è il mondo che amo».

Oltre all’amore per la donna, lo teneva in vita la volontà di combattere per la sua «terra di sconfitte e trionfi», lottando «come un antico sovversivo»: «Se cento volte ti voltassi le spalle, / con o senza una motivazione, / finché mi terrà in piedi la vita, / mai potrò stare con gli infami, / ma ti starò accanto, mia bieca nazione. // … Agire, anche solo scrivendo, / ma agire comunque, irrequieti. / Con orgoglio e in alto la testa, / far sapere che qui nulla accadrà / finché rimarrà anche una sola protesta», «Né cieli né inferni al fiero magiaro / avrebbero potuto mai dare destino più bello / che essere uomo nell’inumano, / essere magiari perseguitati, / di nuovo vivi o morti ostinati». L’Ungheria, trascinata in guerra, smembrata, devastata, non riuscì a sollevarsi dalla desolazione, a cui Ady dovette assistere nei suoi ultimi disperati anni: «Tutto ciò in cui credemmo, / è perduto, perduto, perduto», «Triste e funesto il popolo ungherese, / vissuto sempre nella rivolta, per guarirlo / gli infami dannati gli hanno affibbiato / tutte le guerre e gli orrori fin dentro la tomba».

Appellarsi a Dio, allora, come estrema ancora di salvezza? Gabriella Caramore nella sua prefazione insiste molto sul rapporto che il poeta intratteneva con il divino, nelle liriche espresse con la stessa violenza interrogante e supplicante dei Salmi, ripercorrendo le Scritture (in una ritrovata memoria della severa educazione calvinista), dalla Genesi ai Profeti all’Apocalisse. Del misticismo furente di Ady, Massimo Cacciari scrisse: «È l’ateo che crede, ma il cui credere non può superare l’ateismo». La sua preghiera assume infatti le sembianze della maledizione e della bestemmia, fieramente ostile a ogni clericalismo e devozionismo, estranea all’interesse teologico. Una preghiera che si sa inascoltata nella sua richiesta di giustizia, impossibilitata a comprendere l’abissalità del mistero: «Credo, incredulo, in Dio. / Io voglio credere per davvero. / Mai nessuno ne ha avuto tanto bisogno, / né un vivo né un morto», «Di continuo disputavo col Signore / … dicono che ho offeso molte cose antiche, / dicono, così dicono», «Egli è tutto. Ma non sa benedire. / Egli è tutto. Ma non sa punire. / …Sorride. Ordina. Nient’altro. / Il suo volto è un sole di ghiaccio. // … Anche se i nostri tendini son lacerati, / e siamo in un grande, infernale dolore, / Lui si diverte soltanto: non ci ama //… romba scrosciando, risuona ridendo, / trascina, fracassa, corre incessante, / non lo tiene né diga né torpida sponda. /… Egli è Tutto ed è inconsolabile, / un Dio unico e terrificante».

Endre Ady nel corso della sua breve e turbinosa esistenza, conobbe incomprensioni e ostilità, rifiuti letterari e persecuzioni politiche, ma fu molto amato dal popolo, delle cui angustie e speranze seppe farsi portavoce. Alla sua morte, la partecipazione alle esequie fu enorme, e nel 1990 il suo viso intenso e sofferto fu incorniciato in una banconota della Repubblica Ungherese da 500 fiorini.

 

© Riproduzione riservata        «Il Pickwick», 19 marzo 2018

 

 

 

 

 

AFFINATI

ERALDO AFFINATI, ELOGIO DEL RIPETENTE – MONDADORI, MILANO 2013

Eraldo Affinati, stimato e impegnato narratore quanto appassionato insegnante, racconta in questo volume la scuola italiana di oggi, prendendo una decisa e coraggiosa posizione a fianco degli ultimi, dei più deboli: dei bocciati. Cinquant’anni dopo Don Milani, la sua lettera pedagogica non ha più come destinatario una ipotetica professoressa appartenente a una borghesia intellettualmente e moralmente striminzita, bensì uno dei tanti pinocchi (spilungone, annoiato, strafottente, addirittura violento) che occupano sbadigliando gli ultimi banchi delle nostre classi. Il ritratto che fa Affinati di questa dilagante massa di irrecuperabili alunni è impietoso e disperante: maschi e femmine provenienti da famiglie inadeguate, culturalmente ed economicamente povere, spesso straniere. Adolescenti che esibiscono provocatoriamente la loro ignoranza, assistono alle lezioni in stato semi-catatonico oppure opponendo resistenza attiva, esprimendo la loro rabbia verso oggetti e persone, frustrati dall’indifferenza delle istituzioni e disperati nelle loro prospettive future. Affinati, forte della sua decennale esperienza in istituti professionali della periferia romana, solidarizza completamente con questi incolpevoli paria della nostra istruzione, vittime di anacronismi didattici, confinati in scuole fatiscenti, incapaci di qualsiasi dialogo con il mondo degli adulti, privi di curiosità intellettuali e insensibili alla politica. Consapevole dell’importanza del suo ruolo di educatore, e del rilievo affettivo (da vice-padre) della sua figura di docente, convinto anche di esercitare «il mestiere più bello del mondo», Affinati tratteggia i ritratti di questi suoi alunni: li segue nei loro tortuosi percorsi esistenziali e scolastici, li va a cercare a casa, se li porta in giro per Roma o li recupera nelle discoteche, sui campetti da calcio, nelle officine dove lavoricchiano in nero, nei bar, sul litorale quando ci si rifugiano in gruppetti per fumare canne. Ogni risposta esatta nelle interrogazioni è una conquista, ogni promozione una vittoria, la maturità ottenuta un riscatto davanti alle macroscopiche ingiustizie sociali. Lo studente preferito non è tuttavia quello promosso, ma quello che esprime una sua eccellenza umana, fatta di generosità e solidarietà verso i compagni. Perché se è legittimo scagliarsi contro sistemi di valutazione obsoleti e castranti (griglie, voti, note, dettati, prove Invalsi, DSA, programmazioni assillanti), è altrettanto doveroso sottolineare che a questi «ragazzi persi» è stato rubato qualcosa di fondamentale: la fiducia in se stessi e nel domani, la possibilità di un riscontro positivo in chi li giudica solo dai risultati e mai dagli sforzi compiuti, l’autostima, o semplicemente uno sguardo più comprensivo, affettuoso, incoraggiante.

«Incroci» n.29,  giugno 2014

AGAMBEN

GIORGIO AGAMBEN, IL MISTERO DEL MALE – LATERZA, BARI 2013

In questo volume pubblicato da Laterza, Giorgio Agamben – forse il più noto filosofo italiano in ambito internazionale- riunisce due suoi brevi e recenti saggi, impegnativi ma affrontabili anche da un pubblico non specialistico, che riflettono su argomenti di profonda rilevanza teologica.
Il mistero del male  indaga il problema filosoficamente più dibattuto già dai primi albori del pensiero religioso (unde malum? cur malum?), coniugandolo con un’empatica meditazione sulle ragioni che hanno indotto Benedetto XVI alle dimissioni. Il primo intervento (Il mistero della Chiesa) si sofferma inizialmente sulla crisi della società contemporanea, dovuta non solo alla diffusa illegalità delle istituzioni, ma soprattutto al fatto che esse hanno perso la loro legittimità, che dovrebbe fondare e autorizzare il loro potere. Non è quindi solamente la corruzione che disaffeziona il cittadino dalle istituzioni democratiche, ma l’interrogativo sulla effettiva necessità e legittimità dell’esercizio del potere. In questo senso Agamben legge il “gran rifiuto” di Ratzinger come un gesto coraggioso e rivoluzionario, perché la sua abdicazione è stata una rinuncia al potere temporale in nome di un richiamo forte e lungamente meditato alla superiorità del potere spirituale, «rispetto a una curia che, del tutto dimentica della propria legittimità, insegue ostinatamente le ragioni dell’economia».
Con questa prospettiva il filosofo ripercorre tutta la parabola teologica di Benedetto XVI, a partire dai suoi studi ecclesiologici degli anni ’50, su Ticonio e Agostino, sulla coesistenza di bene e male all’interno della stessa Chiesa («Gerusalemme è nello stesso tempo Babilonia, la include in sé»), per arrivare alla lettera paolina ai Tessalonicesi, che profetizza la fine dei tempi. Il brano di  2 Tess 2,1-11  è stato commentato, contestato, chiosato dalla Patristica fino alle interpretazioni di Dostevskij, Carl Schmitt, Ivan Illich, Quinzio e Cacciari: chi sia l’Anticristo qui adombrato (se l’Impero Romano o la Chiesa stessa nei suoi membri più ipocriti e corrotti), e in che modo la parusia venga ritardata dalla sua opera malvagia, è ciò su cui da sempre gli studiosi si sono interrogati.
Benedetto XVI ha costantemente riflettuto sia sul corpo bipartito della Chiesa, scissa tra bene e male, sia sulla “discessio” , la separazione finale tra malvagi e fedeli che avverrà alla fine dei tempi. Con la sua rinuncia, ha invitato i credenti a tornare a pensare al tema escatologico così spesso trascurato dalla teologia contemporanea, e al senso delle cose ultime che devono «guidare e orientare l’azione nelle cose penultime» nella storia, nella politica, nell’agire sociale e comunitario, «nell’intervallo fra la prima e la seconda venuta, cioè nel tempo storico che noi stiamo ancora vivendo»: la sua abdicazione afferma che «non è possibile che la Chiesa sopravviva, se rimanda passivamente alla fine dei tempi la soluzione del conflitto che ne dilania il ‘corpo bipartito’», se non riesce a scegliere tra l’economia e l’escatologia, tra l’elemento mondano-temporale e quello spirituale. Lo stesso parallelo vale per la società politica, scissa tra mercato e legge, crimine e onestà, incapace oggi di scelte coraggiosamente e radicalmente etiche.
Sempre prendendo spunto dalla Seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi, Agamben nel secondo saggio del volume indaga il  Mysterium iniquitatis, ambiguamente riletto dalla filosofia contemporanea in una sorta di ontologia del male. Il filosofo romano dà invece del testo paolino un’ interpretazione più radicata nella concezione cristiana della storia, che conferisce al tempo, lineare e irreversibile, un significato soteriologico. Quindi, rivalutando la traduzione del termine greco «mysterion» non più come «segreto» ma piuttosto come azione drammatica realizzata nel “qui e ora” per la salvezza di chi vi partecipa, nella concretezza del dramma storico della passione di Cristo, e nella prassi in cui si rivela «la presenza divina nel mondo delle creature», Agamben colloca il mistero paolino nello spazio teatrale della storia, dove si gioca la salvezza e la dannazione degli uomini, al di là e oltre ogni potere costituito, violento e delegittimato. Compito di una Chiesa che assicuri salvezza è quindi di reinserire il mistero del male nel suo contesto escatologico, senza trasformarlo in una struttura intemporale, ma concretizzandolo in ogni azione storica in cui «il conflitto decisivo è sempre in corso», e in cui «ciascuno è chiamato a fare senza riserve e senza ambiguità la sua parte». E’ forse quindi il caso di ricordare un versetto di Matteo, troppo poco citato, (Mt.12, 6): «Qui c’è qualcosa di più importante del tempio». Qui, adesso, in questo luogo in cui viviamo.
E viene spontaneo allora interrogarsi sui motivi che hanno spinto Agamben, e pochi mesi fa Cacciari, a dedicare le loro ultime pubblicazioni a un tema teologico così spinoso e dibattuto, ma insieme tanto avulso dalle questioni che più tormentano la contemporaneità, e così lontano dall’ inconcludenza che ci sta affondando in un pantano morale e politico: se i filosofi laici si occupano oggi con tanta acribia delle Scritture, forse dobbiamo sperare più coraggiose indicazioni di comportamento etico e di resistenza civile dai gesuiti?

«incroci on line»,  26 agosto 2013

AGAMBEN

GIORGIO AGAMBEN, PILATO E GESU’ – NOTTETEMPO, ROMA 2013

Giorgio Agamben continua la sua acuta disamina delle Scritture e della tradizione cristiana (iniziata nel 2000 con il commento alla Lettera ai romani di Paolo di Tarso) in questo prezioso piccolo libro, Pilato e Gesù, dedicato al più famoso dei processi, quello che portò alla condanna di Gesù: «uno dei momenti chiave della storia dell’umanità, in cui l’eternità ha incrociato in un punto decisivo la storia».

Lo fa mettendo a confronto i Vangeli canonici (e soprattutto quello giovanneo) con quelli apocrifi, ma anche indagando le fonti extrabibliche e patristiche. Ne deriva una ricostruzione accurata di tutte le fasi del processo, dal punto di vista delle formalità procedurali previste dal diritto romano; ma anche un’analisi filologica approfondita di alcuni termini fondamentali nella narrazione: per esempio, quali diversi significati assumesse nella narrazione evangelica il vocabolo “paradosis-consegna”, o quale ruolo rivestisse il “bema”, il seggio del giudice.
La figura di Pilato, «personaggio storico e persona teologica», viene ricostruita nelle sue incoerenze e nelle sue durezze, nelle leggende che lo condannarono o che tentarono di farne «un segreto campione del cristianesimo contro gli Ebrei e i pagani» nelle sue celebri e lapidarie frasi, a partire da quella che Nietzsche definì «la battuta più sottile di tutti in tempi»: “Che cos’è la verità?”.

Raccontato da santi, filosofi e letterati (sarebbe da citare anche Anatole France, che ne Il procuratore di Giudea lo immagina anziano e dimentico di un tale Nazareno), Pilato fu inserito nel Credo del Concilio di Costantinopoli solo nel 381, evidentemente per fissare «cronologicamente il carattere storico della passione».

Ma come conciliare storia ed eternità, potere temporale e spirituale, giustizia e salvezza?
Testimoni di realtà irriducibili, Pilato e Gesù si fronteggiano in un processo-farsa, e nelle loro due verità che inchiodano entrambi a una croce diversa.

 

© Riproduzione riservata    www.sololibri.net/PilatoeGesu-Giorgio-Agamben.html    26 maggio 2016

 

AGAMBEN

GIORGIO AGAMBEN, CHE COS’È REALE? – NERI POZZA, VICENZA 2017

«La sera del 25 marzo 1938, alle 22.30, Ettore Majorana, considerato fra i fisici più dotati della sua generazione, s’imbarcò da Napoli, dove da un anno ricopriva la cattedra di Fisica Teorica, su un piroscafo della società Tirrenia diretto a Palermo». Così si apre il saggio che il filosofo Giorgio Agamben dedica a La scomparsa di Majorana, come recita il sottotitolo del volume Che cos’è reale?, in cui indaga sulla misteriosa sparizione del ricercatore trentunenne, che da quella fatidica serata non venne più ritrovato. Le lettere da lui scritte il giorno della partenza e in quello successivo a un collega e ai familiari sembravano «suggerire per il suo gesto spiegazioni divergenti, come se volesse confondere le tracce, lasciandolo intenzionalmente aperto a interpretazioni contrastanti»: suicidio, partenza per l’estero, reclusione volontaria in un monastero.

Sulle modalità e le motivazioni di questo imprevedibile e incomprensibile dileguarsi nel nulla del giovane scienziato furono compiute molte ricerche (tutte senza esito) dalle forze dell’ordine, da giornalisti, colleghi, parenti e amici. Leonardo Sciascia lavorò a lungo sul caso, pubblicando nel 1975 un pamphlet di successo in cui ipotizzava che Majorana avesse intuito le tragiche conseguenze che sarebbero derivate per l’umanità dalla scissione dell’atomo di uranio, a cui lavorava insieme al suo maestro Enrico Fermi, e avesse voluto sottrarsi «con sgomento, con terrore» alla responsabilità di contribuire a tale scoperta, rifugiandosi in incognito presso un convento certosino. Giorgio Agamben si spinge più in là di Sciascia nell’esplorare l’episodio particolare della scomparsa del fisico siciliano, inserendolo all’interno di considerazioni più generalmente filosofiche che ne oltrepassano la contingenza.

Majorana aveva scritto un articolo, pubblicato postumo nel 1942, in cui affrontava «l’abbandono del determinismo della meccanica classica a favore di una concezione puramente probabilistica della realtà», secondo le rivoluzionarie intuizioni della fisica quantistica, applicabili non solo agli esperimenti scientifici, ma anche ad altri aspetti della vita culturale, quali la statistica sociale e la politica. Probabilismo al posto del determinismo; inconoscibilità, imprevedibilità e manovrabilità del reale in uno scenario teorico inaudito e spaventevole, che postula la sua sospensione, inglobandolo nella sfera del possibile. Il filosofo romano ripercorre in un veloce e sommario excursus la strada che ha condotto il pensiero moderno ad arrendersi di fronte a una realtà non più definibile, casuale, imprevedibile: Planck, Bohr, Born, Heisenberg, Schrödinger portarono alle estreme e paradossali conseguenze la relatività einsteiniana. Il caso e non più la necessità, il caos nel mondo subatomico, un universo dominato dall’azzardo e dalla probabilità, erano già stati presagiti da correnti filosofiche del mondo antico: Agamben le richiama alla memoria del lettore, recuperando la definizione aristotelica di potenza e atto, l’atomismo di Lucrezio e l’analisi del gioco dei dadi di Gerolamo Cardano, e poi Pascal, Bernoulli fino a Poincaré, mettendo in rilievo l’opposizione tenace di una concretissima e donchisciottesca Simone Weil, per constatare quindi che «la possibilità pura si è sostituita alla realtà e ciò che la conoscenza conosce è ora soltanto la conoscenza stessa». A tale conclusione dovette giungere secondo lui Ettore Majorana, scegliendo «di sparire nel nulla e di confondere ogni traccia sperimentalmente rilevabile della sua scomparsa», in modo da produrre così «un evento insieme assolutamente reale e assolutamente improbabile».

Il taglio interpretativo che Giorgio Agamben dà della sparizione del giovane scienziato affonda nel divorante buco nero di «una domanda che aspetta ancora la sua inesigibile e, tuttavia, ineludibile risposta: che cos’è reale?»

 

© Riproduzione riservata          www.sololibri.net/Che-cos-e-reale-GiorgioAgamben.html       19 ottobre 2017

 

 

 

 

AGUSTONI

NADIA AGUSTONI, RACCONTO – NINO ARAGNO, TORINO 2016

L’impressione che rimane dopo aver letto Racconto di Nadia Agustoni (1964), è quella di una sofferenza sospesa, diluita nella coscienza e nella memoria: un dolore distillato, evaporato, come suggerisce Maria Grazia Calandrone nella quarta di copertina. Non per questo meno coinvolgente, e perturbante. L’estraneità al mondo è in qualche modo conclamata dal titolo della prima sezione del volume, “esistono storie in cui sono straniera”, e ribadita ideologicamente quasi come scelta esistenziale: una vita ai margini, volutamente incapace di opporsi, di soverchiare “nessuna promessa di vivere ma / un melo piccolo una / terra ai bordi della terra // nei verbi la distanza // a sera solo l’aria ricordava”.

Solo l’aria, il cielo, la neve, la terra, gli alberi sembrano manifestare la loro solidarietà a chi scrive, con una netta predilezione per le stagioni fredde, per la campagna e l’acqua che vi scorre. Anche se le epigrafi sono tutte tratte da Melville (con l’esplicita formula di rifiuto bartlebiana), il mare c’entra poco in questa scrittura: “nell’esilio degli alberi nel fragore dei secchi / o l’eleganza della volpe nel tracciato di neve / il bianco porta il silenzio l’ora scende ovunque / e resta uguale”. Le povertà materiale, vissuta e patita nell’infanzia, viene raccontata con il sottile orgoglio di chi la riconosce come un segno distintivo di nobiltà d’animo, di affinamento spirituale, di empatia nella sofferenza: “la nostra cena è un piatto di cenere”, “dobbiamo il cappotto all’inverno / rivoltarlo finché per vivere c’è solo offesa”, “una parola per stare lì coi maglioni infeltriti / il fumo in cucina”.

L’elenco di mancanze e privazioni diventa affermazione di uno stato di grazia, che marca una differenza tra vittima e carnefice, là dove chi vince davvero è proprio la vittima. E vince appunto attraverso il Racconto, l’uso delle parole che diventano giaculatorie salvifiche, litanie con cui ri-costruire la realtà: “costruiamo la casa i bicchieri le posate…”, nella memoria recuperata delle fiabe ascoltate da piccoli.
Infatti, “siamo le parole che sappiamo”, si intitola un’altra sezione del libro, siamo “quell’altrove delle parole o le immagini», «perché nulla resiste se non lo pronunci”: solo nel racconto ci salviamo, individualmente e come collettività. Solo nel racconto possiamo recuperare un’assenza, un amore che non c’è più, il rapporto con la natura. La magia definitoria delle parole riesce a riscattare l’esistente dal male, offrendo una testimonianza della bellezza: “l’arancia è un nome rotondo / il mondo non è la risposta”.
E l’uso reiterato, insistito, straniante e graficamente deformato che Nadia Agustoni fa dei due punti (prima, dopo e nel mezzo di un verso) tende a promettere una spiegazione del taciuto e sottinteso, esemplificazione che poi non arriva, perché il significato rimane sospeso, criptico, da indovinare o reinventare. “Non sappiamo nulla dell’amore / solo l’amore: non confondere / questa speranza:”

Parlarsi, raccontare, recuperarsi attraverso la parola: “non c’era un’altra vita una storia / per diventare un altro / ma una parola”.

 

© Riproduzione riservata    www.sololibri.net/Racconto-Nadia-Augustoni.html       14 settembre 2016

 

AIME-BORZANI

MARCO AIME-LUCA BORZANI, INVECCHIANO SOLO GLI ALTRI – EINAUDI, TORINO 2017

Un titolo accattivante e provocatorio per questo pamphlet einaudiano, in cui i due autori Marco Aime e Luca Borzani esplorano vantaggi e svantaggi della terza e quarta età, e della senescenza progressiva di cui soffrono tutte le società occidentali, con le evidenti problematiche sociali, economiche, culturali che ne derivano. Il volume riporta dati e statistiche allarmanti, per ciò che riguarda l’Italia: la nazione con il più alto numero di anziani dopo il Giappone. Due milioni e seicentomila non autosufficienti, dei quali più di un milione malato di Alzheimer; sei milioni con una pensione mensile inferiore ai cinquecento euro: un sesto di loro indigenti assoluti. Una brutta vecchiaia, quindi, che pesa economicamente sulle finanze pubbliche e su quelle private delle famiglie, costrette spesso a indebitarsi o a rinunciare alle proprie attività lavorative per curare genitori e nonni. Solitudini, malattie, povertà che alimentano drammi personali, rancori, conflitti e violenze all’interno delle mura domestiche. A questo aspetto avvilente dell’invecchiamento fa da contraltare l’immagine sempre più diffusa di un’età avanzata vitale ed energica, che rincorre l’utopia di una giovinezza eterna: viaggia, si cura fisicamente, fa sport, non rinuncia ai piaceri della tavola e del sesso, si mantiene aggiornata culturalmente, aiuta con i risparmi di una vita figli adulti in difficoltà e nipoti disoccupati. La strategia anti-età messa in campo dai media, con l’ausilio di medici, psicologi, religiosi, operatori culturali e turistici, finisce per convincere la popolazione agé che “Invecchiano solo gli altri”, e dovere di tutti è rimanere sani, attivi, ottimisti, addirittura penalizzando i più giovani: spesso privi di prospettive lavorative, depressi, eternamente dipendenti dalle famiglie di origine.

Aime e Borzani elencano statistiche preoccupanti riguardo al deficit previdenziale che inciderà sull’economia italiana nei prossimi decenni: la percentuale di pensionati rispetto ai lavoratori passerà dal 37 per cento di oggi al 65 per cento del 2040, e a pagarne lo scotto saranno ovviamente le nuove generazioni. Attraverso un rapido excursus storico, gli autori evidenziano le cause che (dagli anni del boom economico del dopoguerra, attraverso la contestazione giovanile e femminista, fino alla bolla finanziaria del terzo millennio e alla conseguente depressione economica) hanno provocato questa profonda mutazione antropologica, di sostanziale dominio dei capelli bianchi, disinvoltamente rinnegati e dissimulati. Si tratta di tesi abbastanza risapute, e talvolta elencate in modo poco organico: con il merito tuttavia di voler volutamente alleggerire l’argomento citando non solo fonti accademiche e dati di mercato, ma rispolverando proverbi, testi letterari, poesie e canzoni (di Gaber, Jacques Brel, Guccini, Jim Morrison, Bob Dylan…), a mo’ di consolazione, vista l’assenza conclamata di prospettive e soluzioni future. 

© Riproduzione riservata          www.sololibri.net/Invecchianosolo-gli-altri.html              8 agosto 2017

 

AKUTAGAWA

AKUTAGAWA RYUNOSUKE, LA SCENA DELL’INFERNO E ALTRI RACCONTI – ATMOSPHERE, Roma 2015

Akutagawa Ryunosuke, nato a Tokyo nel 1892 e morto per overdose da barbiturici a trentacinque anni nel 1927, era stato adottato dopo la nascita da una nobile e colta famiglia di samurai, a causa di una grave malattia mentale della madre. Di salute cagionevole, ebbe un’esistenza tormentata da frequenti crisi psichiche, che segnarono profondamente anche la sua pur ricca produzione letteraria. Akutagawa fu uno strenuo oppositore del naturalismo che dominava la narrativa giapponese di inizio Novecento, preferendo attingere nei suoi scritti ai temi fiabeschi dell’antico Giappone, e a tradizioni popolari reinterpretate in chiave moderna. Dalle sue novelle e dai romanzi sono stati tratti film di Kurosawa, Sydney Lumet e Martin Ritt.
La casa editrice romana Atmosphere propone ai lettori una raccolta di sedici racconti di questo ormai classico autore nipponico, parzialmente presentati la scorsa estate nella rubrica di Radio3  Ad alta voce: introdotte da brevi prefazioni di alcuni giganti della letteratura giapponese (Mishima, Kawabata,Tanizaki), queste storie mantengono dopo quasi un secolo un loro fascino gentile, impregnate come sono di un’atmosfera elegante e incantata.
Si tratta appunto di storie assimilabili ad antiche favole, in cui appaiono personaggi truci e violenti (veri orchi del male, stregonesche femmine ossute, fantasmi dell’oltretomba), insieme a generosi cavalieri dall’animo nobile, a leggiadre ed eteree fanciulle, ad animali parlanti. Angeli e demoni, inferno e paradiso, castelli e oscure prigioni, templi buddisti e chiese cattoliche, foreste minacciose e laghetti idilliaci: nello scenario di un Giappone antico, medievale, popolato da samurai e geishe, monaci e assassini. In Akutagawa la colpa non è mai imperdonabile, il peccato trova sempre un suo riscatto, il lutto e il dolore vengono alleviati da insperate, spirituali consolazioni.
Un ancestrale cristianesimo (preti, miracoli, resurrezioni, rosari, inferno e paradiso) si fonde con il buddhismo più rasserenante, che tutto giustifica e perdona con lievità: la crudeltà dei gesti e dei pensieri di alcuni viene vendicata dalla magnanimità e finezza del compatimento di altri. «Anche quando gli uomini credono di aver vinto una tentazione, non hanno in realtà perso qualcosa?»

Come suggerisce nella postfazione il traduttore Alessandro Tardito, in Akutagawa troviamo “un atteggiamento privo di obblighi moralistici”, che vede la sua massima espressione nelle frasi conclusive dei racconti, stemperate da ogni categoricità, mai perentorie, pietosamente constatanti la complessità dell’esistenza e della natura umana.

 

© Riproduzione riservata      www.sololibri.net/La-scena-dell-inferno-e-altri.html         9 marzo 2016