CATTAFI

BARTOLO CATTAFI, L’OSSO, L’ANIMA – LE LETTERE, FIRENZE, 2022

La casa editrice fiorentina Le Lettere propone l’edizione critica del più noto e importante libro di Bartolo Cattafi, L’osso, l’anima, con la cura di Diego Bertelli, che tre anni fa si era già occupato della pubblicazione dell’intera opera del poeta siciliano. Proprio a Bertelli va rivolto un sincero plauso per la dedizione e la competenza con cui ha commentato – nelle trentacinque pagine introduttive, nelle ottanta di postfazione e nella scelta di un ricco repertorio bibliografico – storia, caratteristiche e significato di questo classico della poesia novecentesca, indagandone stile, ricezione e interpretazioni critiche con la perizia non solo dello studioso, ma dell’adepto appassionato.                                                                                        

Bartolo Cattafi (Barcellona Pozzo di Gotto,1922Milano,1979) dopo la laurea in legge, visse tra Milano, dove lavorava come pubblicitario, e la Sicilia, viaggiando spesso in Europa e in Africa.

L’osso, l’anima, pubblicato nel 1964, è un libro esorbitante di temi, forme, indicazioni di senso diverse e fuorvianti, quasi l’autore si fosse posto l’esplicito obiettivo di disorientare il lettore, indicandogli percorsi di lettura di non facile transitabilità, in direzioni improvvisamente interrotte, e altrettanto inaspettatamente riprese. Un viaggio a singhiozzo attraverso le circa duecento composizioni del volume, che proprio del viaggio, dello spostamento tra interni ed esterni, tra paesaggi fisici e sentimentali in contrasto tra loro, fa il suo perno strutturale. Basta scorrere i titoli delle poesie per constatare quante di esse facciano riferimento a luoghi concreti o mitici, pullulanti di multiformi presenze umane e animali, di una vegetazione lussuriosa, con un’attenzione concentrata sui cambiamenti climatici: dal sole accecante, alle piogge ostinate, ai venti impetuosi d’un tratto sospesi in minacciosa immobilità. Luoghi pieni di colori odori rumori, mediterranei e caldi soprattutto, con l’elemento equoreo che la fa da padrone: “Ma navi rumoreggiano col vento / stormiscono coi platani coi panni dei cortili, / navi che ci riportano nell’alto / mare da dove uscimmo, dove / un palmo d’azzurro costa parecchio /  ed è tutto malcerto, anche l’azzurro” (In altomare), “Il fiume   / aveva foglie gialle di platani e colori / su cui l’occhio patisce: acciaio, bitume,  / quello della biscia / che scorre lungo i sogni velenosi” (Sottozero), “la barca i remi il mare   /   liscio crespo turbato / tinte chiare e cupe / i venti leggeri dell’estate” (Mare).

Acqua e acque sono sostantivi ripetuti più di quaranta volte in tutta la raccolta: acqua di cielo e di terra, del fiume Giordano, dei pozzi sahariani, del bicchiere e del bidet. Ma anche deserti e foreste, narrati con uguale partecipe adesione. Per Cattafi ogni luogo manifesta una sua segreta magia: “La mente non capisce questo amore / per certi posti remoti dell’interno, / insidiosi, inospiti, / di barbara bellezza. / Non capisce / la necessaria perdita nei boschi” (Anabasi). Il viaggio, quindi, che sia di fuga o approdo, esotico o domestico, della memoria o del futuro, vittorioso o sconfitto, è sempre scoperta e incontro. Accompagnato talvolta da una figura femminile, mai acquiescente, mai amichevole o clemente, invece in contrasto, nella lotta inesorabile di corpi che si attraggono e respingono senza indulgenza: “Intanto ami, abbracci, ignori / perché di là dal morbido, dal tenero, dal caldo / avverti un’ambigua rigidezza” (Di qui non puoi), “Ora di notte geme / si rivolta nel letto / inarca le reni / mi prende il sesso / mi dice Vieni (In sogno), “Sull’alto sgabello appollaiata /  chiuse il giornale / strinse un po’ i ginocchi /  che aveva divaricati / sorrise con la bocca / non con gli occhi / Ti ho aspettato disse /  Andiamo” (Andiamo). La donna è chiamata amore in una sola poesia, Tabula rasa, che elenca una sconfortata rassegna di colpe reciproche: “D’accordo, amore. Espungiamo / dal testo perle d’acqua / su petali, / le frange estese, / le bolle della schiuma. / Le cose lietamente necessarie. / Togliamo anche / l’acqua l’aria il pane. / Giunti all’osso buttiamo / fuori della vita / l’osso, l’anima, / per credere alla tua / tabula che mai / avrà l’icona, l’idolo, la cara calamita?” (Tabula rasa).

La guerra è un altro filone tematico presente nel libro, non solo nell’immagine del contrasto con una presenza ostile a livello personale, ma come strategia d’attacco o di difesa declinata in termini militareschi (battaglia, assedio, invasione, imboscata, ammutinamento, pistole, colpi in canna, ordigni, tiro a segno, veterani): “È buono, ben aguzzo / temprato con le mie mani in tanti anni, / tra vampate e dolori. / Vi ammazzo bestie se tentate /   d’uscire dalla stanza: / nel punto giusto, sul dorso, / tra   un’ala e l’altra / se fate tanto d’alzarvi / a un volo di speranza” (Minaccia), “Adottato il mantello del nemico / andammo all’assalto di noi stessi. / I nostri colpi furono i peggiori” (Mimesi), “a mezzanotte approssimati / mettigli sotto le tue bombe. / E non fuggire, aspetta / che lo scoppio t’investa” (La retta).

Altrettanto frequenti sono le immagini di malattia, morte, suicidio e omicidio. Scrive Diego Bertelli: “Si tratta di azioni lesive ai danni di cose e persone tanto quanto ai danni di se stessi; sfoghi da vera e propria Anger room, paradossalmente necessari a ristabilire quello che oggi la psicoterapia chiamerebbe uno stato di ‘benessere’. Cattafi sottolinea, in questo modo, la prospettiva nevrotica e malata della modernità”.

Il continuo rovello del rapporto, esistenziale e sociale, con l’altro da sé, si esplica in un assedio feroce della realtà, che non promette consolazione nemmeno quando si offre in tutta la sua bellezza, avvertita perlopiù come una sfida. L’insensatezza, l’assenza, la solitudine campeggiano tragiche, e l’ironia, lo sberleffo, il sarcasmo accentuano il disagio del non sapersi abbandonare: “La mente è un’abile / astuta acrobata. Teme l’abisso, il vuoto” (Ipotesi), “C’è un calmiere che regola i rapporti / col prossimo tuo e con te stesso. / Sei solo e vinto, / debole, deforme, / devi andare al mercato. / Stordirti e scegliere / le voci nel brusio. / Stipulare contratti, / vendere, comprare / i beni che consumano la vita” (Al mercato), “Studiammo le strade, le tabelle / di orari e di convogli. / Ma che vale giungere alla meta / se essa dice sei / arrivato, guarda gli orari, / le partenze, / parti” (Meta).

La convinzione che “La vita porta disordine, dolore” (Un prisma) può essere forse attenuata dalla consapevolezza di un unico destino che accomuna il poeta con altri disorientati e delusi come lui, probabilmente i suoi coetanei, nati e cresciuti sotto la dittatura fascista, travolti dalla guerra, illusi di una rinascita civile ed etica che poi non c’è stata: “Rovistando – inventario / di cocci, osservazione / di perduti pianeti, rimembrare / parole lontane in mezzo ai libri –, / ci ferimmo col filo / tagliente dell’errore” (Un prisma). Ancora più marcata è la disillusione nei versi di Delle pene: “Alla prova dei fatti / non ci fu di che essere allegri: / torti, errori, viltà, / debolezze del cuore, / insanie che inquinarono la mente. / Pagammo in disparte nascondendo / le voci, l’ammontare, / i conti d’impossibile chiusura. / Vorremmo un’era / forte, aperta, precisa, / di pubblica chiarezza per le pene. / Non più pagare mediante equivalenze, / con conguagli privati, silenziosi, / ma tormenti, tenaglie squillanti / maschera gogna ruota rogo. / Visibile a tutta la città / la corda che ci tira per il collo”.

La poesia, testimonianza quasi testamentaria, assume la forma epigrammatica, rapida e concitata, del proclama ad alta voce, della sferzata ribelle contro la viltà dell’abitudine e l’impotente rassegnazione. Scevra da artificiosità, lontana da ogni sperimentalismo formale come dall’esplicito impegno politico, la scrittura di Cattafi utilizza un linguaggio quotidiano, una tecnica cronachistica che esibisce i suoi debiti sia dalla pittura (esercitata anche personalmente), nella visionarietà delle immagini e nel gusto vivace dei colori, sia dalla coeva narrativa in prosa, comprendente le atmosfere del giallo e del noir per l’atmosfera costante di attesa, di conflitto e di incubo che domina molte descrizioni ambientali. In uno stile paratattico, perentorio o addirittura sentenzioso, ricco di metafore e accumulazioni verbali, l’autobiografismo evidente nelle pagine de L’osso, l’anima non si riduce a una speciosa autoreferenzialità, ma diventa curiosità del mondo e giudizio severo.

 

© Riproduzione riservata                «Gli Stati Generali», 8 giugno 2022