CHODASEVIC

VLADISLAV CHODASEVIČ, NON È TEMPO DI ESSERE – BOMPIANI, MILANO 2019

Il volume pubblicato da Bompiani, con testo russo a fronte, Non è tempo di essere, costituisce la più ampia scelta finora offerta al lettore italiano dell’opera poetica di Vladislav Chodasevič (Mosca 1886-Parigi 1939). Chodasevič iniziò a scrivere sotto l’influenza del simbolismo, approdando presto a uno stile più classico e ad argomenti di stampo metafisico. Ebbe una vita piuttosto tormentata per motivi di salute, sentimentali e politici, e anche per la sua non facile disposizione caratteriale, introversa, malinconica ed elitaria. Con la giovane compagna e nota scrittrice Nina Berberova, lasciò la Russia nel 1922, riparando dapprima a Berlino, quindi a Sorrento (ospite dell’amico Massimo Gor’kij), e in altre città europee, infine stabilendosi a Parigi, dove visse collaborando con importanti riviste e giornali nel ruolo di influente critico letterario.

I versi raccolti in questa antologia sono stati composti tra il 1906 e il 1928: a lungo sottovalutati in patria (nonostante l’apprezzamento di importanti intellettuali come Nabokov, che li definì “di una complicata meraviglia”), trovarono la debita risonanza solo dopo la perestroika di fine ’900.

Nell’approfondita introduzione della curatrice Caterina Graziadei, che ricostruisce empaticamente l’intera vicenda umana di Chodasevič, inserendola nel corrispondente contesto storico e culturale, la poesia dell’autore moscovita viene ripercorsa nei suoi sviluppi e nelle sue fondamentali proprietà stilistiche: «Un’intonazione senile guida i versi di Vladislav Chodasevič, che inclinano al ricordo, alla meditazione sulla morte, appena scossi da un brivido leggero di compiacimento nel contemplare il disfarsi. Senile è la postura da cui osserva il mondo».

Proprio l’osservare, il guardare dalla finestra un esterno cui è orgogliosamente conscio di non appartenere, è il principale leitmotiv della raccolta: «Guardo dalla finestra, e disprezzo, / Guardo me stesso, pure disprezzato, / Invoco tuoni sulla terra, senza credere al cielo», «Assordato dalla vita triviale, /irreparabilmente ferito, / abbasso le palpebre ‒ / e sogno che più lieve dilegui, / come una risacca lontana, / il fragore della vita terrena. // Meglio dormire che ascoltare la ciarla / malevola della vita umana, / la vuota disputa di piccole verità. / Tutto mi è già noto, e tutto vedo, / meglio in sogno attingere / un’alba sconosciuta».

Estraneo al comune sentire, isolato da un diaframma di esibita consapevolezza di sé, il poeta cerca rifugio nella protettiva quotidianità domestica, nella ripetizione dei gesti più semplici, nella frequentazione di luoghi e personaggi conosciuti e mai ostili, utilizzando un lessico colloquiale che intervenga a spezzare il tono elevato imposto dalla sublimità della meditazione filosofica. Spesso quindi la sua scrittura assume timbri prosastici e narrativi, volutamente misurati, talvolta ironici o addirittura sarcastici, scegliendo come oggetto la banalità di comportamenti consueti, la modestia silenziosa degli interni familiari, gli sfondi cittadini dei parchi, delle strade, dei tram, dei mestieri di Mosca. «Qui c’era una casa. È poco che del tetto / han fatto legna da ardere. Rimane solo / in basso la rozza ossatura di pietra. Spesso / qui vengo di sera a riposare», «Solo, fra le anse del fiume, / allo strìdio di attardate gru, / oggi di nuovo apprendo / la muta sapienza dei campi».

Il richiamo della spiritualità rimane un miraggio, nel confronto con la precarietà del vivere terreno, così frequentemente offeso da cattiverie, inimicizie e difficoltà materiali: «Vivere e cantare è quasi vano: / viviamo in una fragile volgarità. / Cuce il sarto, edifica il falegname: / i punti cederanno, crollerà la casa». Abbandonata la madre Russia, l’orizzonte privato di Chodasevič si fa inesorabilmente fosco e minaccioso, la sua scrittura patisce la sconfortante previsione di un futuro grottesco e sadico, da cui difendersi sfidando la storia e Dio dapprima con rabbiose provocazioni, quindi con un progressivo e inaridito silenzio.

Un plauso particolare va riservato alla nuova collana recentemente inaugurata dalle edizioni Bompiani, “Capoversi”, che offre ai lettori volumi di eccellenti poeti novecenteschi, colpevolmente trascurati o poco conosciuti, con testo originale a fronte, accurate presentazioni, ricchi apparati di note biografiche e bibliografiche, una sobria copertina e una grafica accattivante.

 

© Riproduzione riservata                     31 dicembre 2019

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