IRENE DODA, L’UTOPIA DEI MILIARDARI. ANALISI E CRITICA DEL LUNGOTERMISMO

TLON, ROMA 2024

In un’ottantina di pagine, Irene Doda analizza criticamente e con verve polemica la corrente di pensiero del lungotermismo, inaugurando la nuova collana Urano delle edizioni Tlon con il volume L’utopia dei miliardari, saggio che si situa tra l’inchiesta sociologica, l’analisi politica e la filosofia etica. L’autrice, giornalista trentenne, si occupa di tematiche legate al lavoro e alla tecnologia, esplorando le tesi che forniscono giustificazione ideologica alle teorie produttivistiche dei giganti del tech mondiale. Pur affrontando argomenti complessi, la sua prosa si mantiene costantemente e lucidamente accattivante e vivace, soprattutto nelle frequenti digressioni ed esemplificazioni con cui accompagna dati più aridamente impegnativi.

Già nell’introduzione, ironicamente intitolata Apocalisse in SLOW MOTION, la presentazione del mondo contemporaneo in collasso fisico e mentale appare pungente e allarmata, nell’elenco dei disastri accumulatisi durante l’ultimo secolo, e nella presentazione delle finalità del suo libro: “Questo breve testo ha come protagonisti gli autoproclamati creatori del futuro: professori di Oxford, miliardari della Silicon Valley, ideologi e guru degli ultraricchi. Mentre il resto del mondo arranca, tra il clima impazzito e la povertà, le elezioni e i colpi di Stato, le epidemie e le diseguaglianze che crescono, questo piccolo e agguerrito gruppo di potenti sostiene di avere in tasca le soluzioni, addirittura scientifiche, ai dilemmi esistenziali dell’umanità”.

I nuovi insaziabili padroni del mondo, animati da delirio di onnipotenza, propugnano un’ottimistica filosofia che sta conquistando le grandi fondazioni filantropiche, le aziende multinazionali, le istituzioni politiche, con la promessa di un futuro prospero e felice di cui l’umanità godrà tra millenni, in una florida civiltà multiplanetaria per ora solo immaginata. Questa ideologia è stata chiamata “lungotermismo” proprio a causa della sua procrastinazione molto lontana nel tempo, che non mette in discussione le attuali strutture del capitalismo, del consumo, dei cicli di produzione. Nonostante l’approccio si presenti come scientifico, esso ha in realtà una forte impronta fideistica, e presenta molti elementi simil-religiosi vicini al fanatismo, nella sua illimitata fiducia in una salvezza dall’estinzione per la specie umana, che al contrario ne garantisca l’espansione e uno stato di benessere totale, sotto la guida di pochi spiriti eletti.

Il saggio di Irene Doda è strutturato in tre capitoli, il primo dei quali analizza le origini filosofiche del lungotermismo e il profilo dei suoi fondatori e sostenitori, il secondo ne approfondisce le contraddizioni e i rischi di applicazione pratica, e il terzo esamina le possibilità di una politica alternativa alla sua visione millenaristica. Nato e diffusosi in ambienti anglosassoni attraverso l‘opera del giovane accademico scozzese William MacAskill, deriva concettualmente dalla lezione dell’altruismo efficace (a sua volta ispirato alla filosofia settecentesca dell’utilitarismo).

Secondo MacAskill, lo stato attuale della vita dei sette miliardi di abitanti della terra è meno importante della realizzazione del potenziale umano nei millenni che verranno, pertanto è necessario impegnarsi per assicurare alle generazioni future una sopravvivenza il più possibile positiva, anche se si dovessero affrontare rischi minacciosi per il presente. Nell’ipotesi di una colonizzazione futura della nostra e di altre galassie, il numero in potenza degli abitanti potrebbe essere di miliardi e miliardi di “persone”, molto diverse da quelle oggi esistenti, digitali anziché biologiche, programmate per costruire comunità stabili e sagge, capaci di reagire a eventi distruttivi, naturali o politici, massimizzando la quantità totale di “valore” nell’Universo.

Non ci troviamo davanti a ipotesi fantascientifiche ideate su internet da gruppetti di cervellotici nerd, ma a vere proprie organizzazioni come il Future of Humanity Institute, il Global Priorities Institute e il Future of Life Institute creato da Elon Musk, che stanno raccogliendo proseliti tra filosofi, scienziati, informatici, finanzieri, appoggiati da ricercatori della prestigiosa Università di Oxford. Irene Doda elenca dettagliatamente i nomi delle Fondazioni che finanziano gli studi sul lungotermismo (Effective Ventures, Open Philanthropy, GiveWell, Good Venture), dei plutocrati che ne sono a capo e dei teorici che l’appoggiano (William MacAskill, Toby Ord, Hillary Greaves, Dustin Moskovitz…). Si tratta di personalità di rilievo delle università d’élite americane e britanniche, del mondo della Silicon Valley, delle grandi banche, che rivestono ruoli decisivi nelle organizzazioni politiche ed economiche internazionali.

Come il neoliberismo ha trasformato l’economia mondiale negli ultimi decenni, promuovendo le privatizzazioni, smantellando il welfare, e riducendo gli spazi democratici, così il lungotermismo inaugura una nuova, silenziosa rivoluzione ideologica, e un’operazione culturale appoggiata da imponenti flussi di denaro, in grado di infiltrarsi nei gangli del potere internazionale.

La prima evidente falla di una tale impostazione di pensiero è che nessun organismo politico o scientifico potrà mai prevedere il complesso sviluppo di un universo interconnesso, gli eventuali sconvolgimenti cosmici, le difficoltà materiali di una colonizzazione di pianeti extraterrestri, gli imprevedibili scontri con civiltà aliene, né tantomeno le scelte etiche di singoli individui che potrebbero mettere a repentaglio la sicurezza di intere nazioni: un qualunque evento casuale può portare a conseguenze imponderabili e deleterie. Se è già difficile progettare soluzioni in orizzonti di tempo limitati, sembra illusorio proiettarle in ere millenarie come quelle prospettate dal lungotermismo. Oltretutto, esso ha un rapporto ambiguo con la tecnologia, che viene a volte demonizzata (si consideri l’ostilità di Musk verso l’IA) e altre volte esaltata come unica possibilità di salvare il genere umano dalla fine, soprattutto se estremizzata secondo la più recente teoria dell’“accelerazionismo effettivo”, conosciuto anche con la sigla di e/acc, che propone uno sviluppo massiccio e sregolato dell’intelligenza artificiale. La principale ambiguità del lungotermismo riguarda infatti la dipendenza dai magnati dell’industria tecnologica, che ne finanziano generosamente ricerca e propaganda, appellandosi a un fantomatico bene superiore per giustificare qualsiasi misfatto compiuto nel presente attraverso l’inquinamento, il riscaldamento globale, la desertificazione, lo sfruttamento della forza lavoro. La filosofa Alice Crary così commenta: “Il lungotermismo ci chiede di salvaguardare il futuro dell’umanità, facendoci distogliere l’attenzione dalla miseria attuale e tralasciando di esaminare strutture socioeconomiche dannose”. L’impostazione filantropica assunta da molte multinazionali appare allora un alibi per non mettere in discussione le radici delle diseguaglianze. Esiste poi un’altra contraddizione tra l’impronta ecologica di Google, Amazon, Tesla e altri giganti tech, e i loro data center, che hanno un tasso molto elevato di emissioni di gas serra, quasi che la tanto proclamata lotta al cambiamento climatico sia una gigantesca opportunità di espansione del business e di acquisizione di nuovi brevetti tecnologici.

Un’ulteriore debolezza di questa ideologia e dei suoi adepti è la totale e deliberata ignoranza dell’alterità, delle differenze, delle possibilità e dei progetti che possono essere messi in campo per raggiungere molteplici futuri possibili. Nel loro esasperato antropocentrismo, i lungotermisti ignorano tutte le altre forme di vita animale e vegetale, i cui diritti vengono appiattiti sulle esigenze umane.

Secondo Irene Doda, per inventare un itinerario di resistenza agli universalismi che tendono all’assimilazione è essenziale costruire nuove relazioni tra esseri umani, alleanze multi-specie, connessioni con l’ambiente naturale, persino con le macchine. Bisogna accettare di vivere nell’incertezza, partendo anche dal caos attuale, consapevoli della relativa inadeguatezza e insignificanza dell’essere umano, che non è e non sarà mai onnipotente, ma può costruire percorsi alternativi di giustizia sociale, di solidarietà e progresso comune, qui e ora.

 

© Riproduzione riservata          «Gli Stati Generali», 25 gennaio 2024