PAOLA DRIGO, MARIA ZEF – MINIMUM FAX, ROMA 2022

Nel 1936, in piena epoca fascista, la scrittrice Paola Drigo ((Castelfranco Veneto, Treviso, 1876 – Padova 1938) pubblicò con l’editore Treves il romanzo Maria Zef, premiato a Viareggio l’anno successivo. Secondo Claudio Magris si tratta di “Un vero piccolo capolavoro, uno di quei libri capaci di lasciare un segno indelebile nella memoria. Paola Drigo ha la forza di raccontare una vita indicibile”. Non una, ma diverse vite indicibili, segnate da miseria e violenza, da degradazione fisica e morale nella Carnia contadina del primo Novecento, in cui non esisteva alcuna possibilità di riscatto sociale e la sopraffazione maschile dominava incontrastata e opprimente.

Attraverso una scrittura dura e scarna, priva di retorica, Paola Drigo racconta il dramma vissuto da una famiglia composta da tre donne, la madre Catine e le due figlie Mariute e Rosute, di quattordici e otto anni. Già la frase di apertura, nella sua icasticità, introduce a un’atmosfera di faticoso squallore e desolata solitudine: “Erano due donne un carretto ed un cane”. In realtà, oltre alla madre, alla figlia maggiore e al bastardino Petoti (presenza affettuosa e fedele compagnia dei protagonisti in tutto il libro), all’interno del carretto dormiva la bambina più piccola, dolorante a un piede. Le tre donne durante la stagione clemente spingevano il carretto per le strade del basso Friuli vendendo utensili in legno, fermandosi a dormire in ricoveri improvvisati, nelle stalle, o là dove famiglie contadine offrivano ospitalità e un po’ di cibo. Mariute allora ritrovava la sua gaiezza adolescenziale intonando villotte per rallegrare lo scarso pubblico. Stornelli che Paola Drigo trascrive nella scabra lingua carnica (mai chiamarla dialetto!), insieme ad altri termini sparsi qua e là nelle pagine. “Càndole, candolini, sculièri, menèstri, donne!”, era il richiamo ripetuto attraversando le contrade. Le strade e i torrenti d’estate erano secchi per la siccità, e poi subitamente travolti da piogge torrenziali che li trasformavano in paludi. La fatica del cammino, il peso delle gerle sostenute sulle spalle, i pochi denari ricavati dalla vendita dei loro arnesi, rendevano ancora più desolato il loro gravoso mestiere.

Paola Drigo descrive sia gli ambienti esterni sia il paesaggio in cui si muovono le tre protagoniste con partecipazione attenta e sensibile: “Di giorno, le case, gli alberi, emergevano grigi e spettrali dal fango, ma verso sera la nebbia li avvolgeva, prima lieve e ondeggiante come un velo, poi sempre più greve e floscia, pareggiando tutto nella sua opaca infinita malinconia”.

La morte improvvisa della madre, stroncata dalla pleurite e da altre innominabili morbi, costringe le due bambine al ricovero presso un ospizio di suore. Sono sporche, analfabete, selvatiche. Viene mandato a chiamare lo zio, fratello del padre morto in America, che le ospitava da anni in un casolare sperduto tra le montagne. Barbe Zef (carbonaio, pastore, taglialegna, norcino) “era un uomo di pel rosso, dalla faccia coperta di lentiggini, dall’aspetto un po’ ottuso. Una cicatrice gli tagliava il sopracciglio e la palpebra d’un occhio costringendolo a strizzarlo in modo che pareva sempre che ridesse”. Rude e violento, si occupava delle due orfane solo per dovere, obbligandole a lavorare in casa e in campagna, incapace di esprimere qualsiasi affetto e comprensione. Inizia così la convivenza penosa con questo parente abbrutito dal lavoro e dall’alcol, che presto abusa della maggiore, come aveva fatto con la madre di lei.

La narrazione di Paola Drigo sottolinea l’aspetto tragico della vicenda, nei crudeli rapporti interpersonali, ma non solo: il lavoro sfibrante vissuto come maledizione, la malattia e la morte di adulti e bambini, una religiosità cupa e ostile che si concretizza soprattutto nella bestemmia, il sesso come sfogo di appetiti bestiali, l’incesto praticato usualmente nei piccoli borghi di montagna. E l’ambiente naturale, ombroso nei boschi umidi, bianco e gelido sotto la neve, immerso in un “silenzio senza misericordia”. Si piange poco, nel romanzo, e i momenti di leggerezza si limitano alle vaghe fantasie sentimentali di Mariute, al suo affetto per la sorellina, alle carezze sul muso delle pecore che custodisce, o al cagnolino Petoti che sembra volerla consolare dei molti dolori.

L’orco cattivo, Barbe Zef, è anch’egli vittima di miseria, ignoranza, aridità di cuore. La vendetta della nipote, che teme per la piccola Rosute lo stesso destino toccato a lei e alla madre, arriva del tutto giustificabile, nella sua spietata ferocia.

Dal romanzo di Paola Drigo il regista Vittorio Cottafavi ha tratto nel 1981 il film omonimo, recitato in friulano con sottotitoli in italiano. Sceneggiato e interpretato dal poeta carnico Siro Angeli, il film (presentato con successo nei Festival di Montreal, Cannes, Barcellona e ridotto in miniserie televisiva per Rai 3), nel 2019 venne restaurato e proiettato alla 76ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Contestato all’inizio da critica e pubblico in Friuli perché ritenuto troppo crudo e diffamatorio, è diventato un cult movie, al punto da essere definito da Cahiers du Cinema “il più bel film del realismo”.

 

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4 giugno 2023