MARAINI

FOSCO MARAINI, GNOSI DELLA FANFOLE – LA NAVE DI TESEO, MILANO 2019

Fosco Maraini fu tutto fuorché fosco. Chiarissimo, limpido e appassionato, vorace di vita e di avventura, viaggiatore instancabile, etnologo, orientalista, alpinista, fotografo, scrittore e poeta. Nato a Firenze nel 1912, figlio di uno scultore ticinese e di una scrittrice anglo-ungherese, crebbe bilingue nello stimolante ambiente artistico e intellettuale fiorentino, laureandosi in Scienze Naturali e Antropologiche. Nel 1935 sposò la pittrice siciliana Topazia Alliata di Salaparuta, da cui ebbe le tre figlie Dacia, Yuki e Toni. Dopo il divorzio dalla moglie, nel 1970 si unì in seconde nozze alla giapponese Mieko Namiki, con la quale visse a Firenze, lavorando al suo archivio fotografico e alle sue pubblicazioni fino alla morte, sopraggiunta nel 2004. La sua biblioteca, contenente circa 9.000 tra volumi e periodici e 42.000 fotografie, è conservata presso il Gabinetto G.P. Vieusseux di Firenze.

Animato da una forte curiosità nei confronti del mondo, visitò un gran numero di paesi, soprattutto orientali, raccogliendo testimonianze di grande valore etnografico. Prima della seconda guerra mondiale, Maraini si trasferì in Giappone, come lettore di lingua italiana. L’8 settembre 1943 si trovava a Tokyo e avendo rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò, venne internato in un campo di concentramento a Nagoya con tutta la famiglia per circa due anni. Finita la guerra tornò in Italia, riprendendo i suoi viaggi e i reportage fotografici in Medio ed Estremo Oriente. Insegnante di lingua e letteratura giapponese all’Università di Firenze, si segnalò presto come uno dei massimi esperti del popolo e della cultura Ainu.

La sua vivacità intellettuale lo portò a cimentarsi anche con la poesia, utilizzando una tecnica particolare, da lui definita “meta semantica”.

Gnòsi delle Fànfole è un libriccino di versi che dagli anni ’60 ha conosciuto un crescente successo in diverse edizioni (De Donato 1966, Dalai 1994-2007 con CD audio, Baldini e Castoldi 1978-2001, Mondadori 2007, fino alla più recente per La nave di Teseo, con un’esaustiva e affettuosamente entusiastica introduzione della figlia Toni). L’originalità assoluta della raccolta è stata messa in luce da molti critici e linguisti, poiché in essa il lavoro compositivo si concentra sulla parola, e più specificamente, sul suo suono. All’autore non interessava tanto il significato trasmesso dal messaggio poetico, bensì la sua ricezione uditiva, lo sconcerto e la divertita riflessione provocate nel pubblico dall’ascolto. Procedimenti e obiettivi di tale metodo di scrittura venivano così illustrati nella Premessa: “Proponi dei suoni ed attendi che il tuo patrimonio d’esperienze interiori, magari il tuo subconscio, dia loro significati, valori emotivi, profondità e bellezze. E dunque la parola come musica e scintilla”. Poesia sonora, quindi, e musicalmente suggestiva, in cui l’effetto straniante è dato dall’accostamento o dalla fusione di termini conosciuti con altri inventati, privi di senso, spesso parodianti la letteratura colta.

In Una giornata ad urlapicchio, ad esempio, il poeta si prende gioco della lirica amorosa tradizionale, ambientando petrarchescamente i suoi versi sullo sfondo di una natura in cui cielo, alberi, uccelli esaltano la dichiarazione finale dell’amata: “t’amo per davvero”. Ma che giornata è, quella in cui sboccia l’idillio tra i due innamorati? È “un giorno a zìmpagi e zirlecchi / un giorno tutto gnacchi e timparlini”, in cui “le nuvole buzzillano, i bernecchi / ludèrchiano coi fèrnagi tra i pini”. Un’esplosione di suoni allegri, pieni di zzz di insetti, di cchh di volatili canterini cinguettanti nella pineta (come non pensare per contrasto al celebrativo D’Annunzio?), “un giorno carmidioso e prodigiero”, in cui ovviamente non si può che amare “per davvero”. A tale giornata solare e vivace si oppongono invece giorni “smègi e lombidiosi” (in cui “smegi” richiama la noiosità di “mogi”, e “lombidiosi” fa pensare al fastidio di una lombaggine), e meriggi (montaliani?) “gnàlidi e budriosi / che plògidan sul mondo infragelluto”: invenzioni linguistiche assolutamente geniali, sferzanti il tritume monotono sia della comunicazione quotidiana, sia della consuetudine letteraria.

Ecco qui la poesia nella sua interezza, ascoltabile in rete nell’interpretazione musicale di Stefano Bollani e Massimo Altomare (album Sonica Polygram, 1998): “Ci son dei giorni smègi e lombidiosi / col cielo dago e un fònzero gongruto / ci son meriggi gnàlidi e budriosi / che plògidan sul mondo infragelluto, / ma oggi è un giorno a zìmpagi e zirlecchi / un giorno tutto gnacchi e timparlini, / le nuvole buzzillano, i bernecchi / ludèrchiano coi fèrnagi tra i pini; / è un giorno per le vànvere, un festicchio / un giorno carmidioso e prodigiero, / è il giorno a cantilegi, ad urlapicchio / in cui m’hai detto “t’amo per davvero”.

Per spiegare la sua tecnica poetica, l’autore aveva inventato il termine “meta semantica”, intendendo con ciò che la produzione andava oltre la semantica, nel privare le parole del loro significato più usuale e scontato, continuando però a utilizzare vocaboli che nel suono risultassero ancora familiari alla lingua italiana, e ne rispettassero grammatica e sintassi. Tale pratica aveva avuto illustri precedenti nel cinquecentesco Teofilo Folengo, e nel poemetto del 1871 Jabberwocky di Lewis Carroll. Altri esempi di utilizzo giocoso e fuorviante della lingua si trovano nel nostro ’900: nei futuristi Farfa, Lucini, Palazzeschi; poi in Sanguineti, Zanzotto, Giuliani, Dario Fo, Scialoja, Niccolai, Frasca, e in tanti componimenti satirici anonimi.

Le Fànfole chiedono di essere recitate ad alta voce, magari cantate, e interpretate attraverso l’intervento decodificante del lettore, la sua partecipazione diretta nello sbrogliare il canovaccio dei rimandi lessicali, delle onomatopee, delle assonanze-dissonanze, delle etimologie, delle rime. Poesia tangenziale e bipolare, secondo la definizione del suo creatore, che così la decantava: “Il linguaggio comune, salvo rari casi, mira ai significati univoci, puntuali, a centratura precisa. Nel linguaggio meta semantico invece le parole non infilano le cose come frecce, ma le sfiorano come piume, o colpi di brezza, o raggi di sole, dando luogo a molteplici diffrazioni, a richiami armonici, a cromatismi polivalenti, a fenomeni di fecondazione secondaria, a improvvise moltiplicazioni catalitiche nei duomi del pensiero, dei moti più segreti”.

Il più noto e celebrato modello dell’invenzione stilistica di Maraini ci viene fornito da Il Lonfo, magistralmente reinterpretato nei suoi spettacoli da Gigi Proietti e recuperabile su Youtube: “Il lonfo non vaterca né gluisce / e molto raramente barigatta, / ma quando soffia il bego a bisce bisce / sdilenca un poco, e gnagio s’archipatta. / È frusco il lonfo! È pieno di lupigna / arrafferia malversa e sofolenta! / Se cionfi ti sbiduglia e t’arrupigna / se lugri ti botalla e ti criventa. / Eppure il vecchio lonfo ammargelluto / che bete e zugghia e fonca nei trombazzi / fa lègica busìa, fa gisbuto;/ e quasi quasi, in segno di sberdazzi / gli affarfaresti un gniffo. Ma lui zuto / t’alloppa, ti sbernecchia; e tu l’accazzi.”

È un animale, il lonfo, o uno zombie minaccioso? Forse un lupo, un ghiro, una pantegana, un cagnolone inoffensivo? Il poeta lo descrive con una serie di attributi bizzarri e fantasiosi (gnagio, frusco, vecchio, ammargelluto, zuto), di verbi indicanti azioni vaghe e misteriose (non vaterca, non gluisce, raramente barigatta, sdilenca, s’archipatta, sbudiglia e arrupigna, botalle e criventa, bete, zugghia, fonca, fa busìa, fa gisbuti, t’alloppa e ti sbernacchia), ma in qualche modo ostili e derisorie.

Allegramente canzonatorio è anche l’atteggiamento che il nostro illustre orientalista sfodera nei riguardi della triade Carducci-Pascoli-D’Annunzio, dei crepuscolari e di Gozzano, di Montale e Quasimodo, motteggiando la pomposità seriosa, l’intenerita mansuetudine, la tormentante angoscia dei maggiori poeti italiani del primo ’900: “Io t’amo o pia cicala e un trillargento / ci spàffera nel cuor la tua canzona” (Carducci), “Ricordi quando usavano le boppie / calate sui pitànferi supigni, / e légoli girucchi a panfe doppie / mornavano gli splagi e i pitirigni?” (Pascoli), “Io vissi all’era / degli Andali ludiati e perfidiosi: / gli artèdoni liriavano in finiera / metàrcopi e sindrèfani rodiosi…” (D’Annunzio), “Oh zie, oh dolci zie in bardocheta / voltatevi col glostro ricamato, / scendete per le scale a beta beta / dai màberi del tempo agglutinato!” (Gozzano), “nel sole si smarmellano budrince / al neon s’affastigiano vetrali” e “tra gli spissi gramosi / e blastifèmi, sul bovatro / svettiscono zirgendo gli acrolissi” (Montale), “t’ascolto lucifuso nell’azzurra / voragine d’un’alba di bugie” (Quasimodo),

Vengono allora in mente i versi che Aldo Palazzeschi dedicò all’ironia sorniona dei poeti, quando sanno giocare con le parole: “Il poeta si diverte, / pazzamente, / smisuratamente. // Non lo state a insolentire, / lasciatelo divertire / poveretto, / queste piccole corbellerie / sono il suo diletto”.

Senz’altro Fosco Maraini si è divertito, scrivendo le sue Fànfole: sarcastico già nel titolo scelto per la raccolta, poiché suggeriva fosse decifrabile attraverso la gnosi, cioè grazie a una conoscenza misterica raggiungibile per illuminazione interiore solo da pochi iniziati. La cui chiave interpretativa, però, non poteva che essere quella della risata ribelle e sbeffeggiante. Ma che risata ingegnosamente ed estrosamente creativa, la sua.

© Riproduzione riservata                  «Il  Pickwick», 13 novembre 2019