MATTEO MARCHESINI, CRONACA SENZA STORIA – ELLIOT, ROMA 2016

Matteo Marchesini (Castelfranco Emilia, 1979) è uno dei più interessanti ed eclettici giovani scrittori italiani: critico letterario, poeta e narratore, vivace polemista culturale, collabora attivamente a diversi importanti quotidiani e a trasmissioni radiofoniche e televisive. Ha da poco raccolto per le edizioni Elliot la sua produzione in versi, sparsa in diverse pubblicazioni a partire dal 1999, sotto il titolo – programmaticamente definitorio – di Cronaca senza storia. Quasi a esibire l’esplicita volontà di ritagliare per la sua poesia uno spazio più individuale e circoscritto rispetto alle prese di posizione dichiaratamente ideologiche riservate agli altri suoi interventi critici.

La prefazione al volume reca la firma di Paolo Maccari, ed è un’introduzione acuta, partecipe e approfondita alla scrittura di un amico di cui si ammira il rigore intellettuale e di cui si condivide il metodo speculativo.
La raccolta si suddivide in due parti: la prima ospita i testi più recenti e inediti, la seconda offre al lettore una selezione di versi già pubblicati da Scheiwiller nel 2009 con il titolo Marcia nuziale.
Partendo proprio da questa seconda sezione, possiamo rilevare quanto qui Marchesini, “poeta sentimentale… con attitudine ragionativa” (come viene definito da Maccari) si rispecchiasse emotivamente nella relazione con l’altro da sé, sia che fosse la donna amata, o l’ambiente familiare e cittadino di formazione. I versi dedicati all’infanzia e alla figure genitoriali (Asilo) delineano un’atmosfera claustrofobica, di anni turbati non tanto da qualche innominabile violenza, quanto da una sorda e reciproca incomprensione, imbastita di silenzio-isolamento-noia, nel rapporto con i parenti, i compagni, i sobborghi proletari, la casa piccolo-borghese: stasi, paura, movimenti secchi, assenza, incubo, chiusura sono termini rivelatori di una incomunicabilità ingessante: «tutto il quartiere è saturo ed informe / come le cose di cui non parliamo»; «qui si resta / per sempre tra incuria e redenzione».

Il rapporto di coppia, descritto in Litania e negli splendidi diciassette sonetti di La seconda attesa, risulta invece più vitalizzante, nella sua bellicosità come nella dedizione più intenerita. Si tratta di poesie dall’impianto assolutamente tradizionale, quasi classicheggiante, caratterizzate spesso da ariosi endecasillabi, da incipit che ricordano i Mottetti montaliani o il discorsivismo teatrale della Bovary di Giovanni Giudici: «Ci fermiamo davanti a un’altalena»; «Tutto il mio pensare è nel guardarti»; «Alle mie cene cadi in dormiveglia»; «Forse è questa città che mi fa orrore»; «La tortura più grande è non sapere».

Inizia già in queste poesie giovanili una sorta di gioco narcisistico e plateale di oscillante confessione e assoluzione, «un lungo autoritratto denigratorio» – secondo l’indovinata formula descrittiva di Maccari – in cui Marchesini si accusa implacabilmente di sterilità fisica e intellettuale, di vile conformismo e inadeguatezza, di totale incapacità di corrispondere sinceramente alla vita nella sua semplice immediatezza, di astrattezza paralizzante sia nei legami sentimentali e affettivi, sia nell’impegno intellettuale.
La colpa riconosciuta e ammessa, esibita soprattutto nella prima parte del libro, e quindi nelle poesie più recenti, è il tradimento della lealtà verso se stesso, la costruzione artefatta di un io letterario falsificante, l’inautenticità che l’uomo e il poeta instaurano quotidianamente con la pagina scritta e con il prossimo: «Per questo ho imparato a sedurre / e non ad amare: non a tradurre, / a imitare soltanto. Nel falò / di una mania vestita da abitudine / io la vita l’ho solo orecchiata»; «Una vita passata / a invidiare la gente che vive / e non sta sul chi vive»; «Io sono questo: ho e faccio paura»; «E io solo saprò la mia demenza / senza poter parlarmi. / Nelle prove di vita io andrò a male».

Questa sofisticazione del sé, questa posa atteggiata del comportamento, viene smascherata solo dalla naturalezza dei bambini, degli animali, delle persone umili: o da una “Cassiopea” che unica può portare salvezza (e sarebbe tutta da commentare, anche nella resa stilistica, la poesia più bella del volume, Gli occhiali, giustamente riportata anche in quarta di copertina).
Se quindi la cifra contenutistica di Cronaca senza storia è tutta racchiusa in questa severa ma compiaciuta circumnavigazione del proprio io, nell’implacabile e ostentato confiteor che accomuna la produzione di Marchesini a quella della maggior parte dei giovani poeti italiani, la resa formale dei suoi versi ne fa l’epigono consapevole di tutta la tradizione del nostro Novecento: Montale, soprattutto, con calchi fedeli di molte Occasioni, ma anche Saba, Luzi, Raboni, il Pasolini più elegiaco, e il già citato Giudici.
Ligio a una musicalità che si esprime nella ricerca assidua di rime e assonanze, nella sentenziosità fonicamente armonica dei distici finali, negli incipit spesso endecasillabici, Matteo Marchesini si distanzia orgogliosamente dalla maniera più in voga tra i suoi coetanei: l’oscurantismo, l’implicito, il frammento, la non significazione, il plurilinguismo, la non assertività, e dichiara esplicitamente la sua riconoscenza, il suo non rinnegabile debito verso i maestri della poesia italiana contemporanea.

 

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9 maggio 2016