DANIELE PICCINI, INIZIO FINE – CROCETTI, MILANO 2013

Il titolo di questa raccolta poetica di Daniele Piccini (Città di Castello, 1972) ben riassume il tema unificante delle varie sezioni: una riflessione pacata, malinconica, di meditativa interrogazione sul significato dell’esistenza, nel suo sorgere e nel suo finire. La morte, quindi, «Solo la morte le contiene tutte / le infinite varianti delle storie», «Pensa: occuparsi solo della fine, / non ingannare o ingannarsi di dare / inizio ad altro che si finga nuovo», «Dopo la morte la vita è un immenso/ geroglifico opaco traversato/ da segni incomprensibili». Morte osservata in un cimitero di campagna o attraverso le finestre di un ospedale periferico, morte incomprensibile e sofferta di una persona amata («ma la morte che toglie via il più caro / è come un buco nella tela, o altro / che si può dire / così: niente è più uguale… // Niente è più uguale, il mondo / pullulante / non sarà più lo stesso senza quello / che non ha avuto il tempo / di darti un solo abbraccio andando via»): ma anche la constatazione della «vanitas vanitatum», del transeunte a cui nulla si sottrae («che cosa può durare? //… il fiore non fiorisce che è già gelo»). A questo destino di consunzione, di annullamento a cui non sfuggono nemmeno gli animali («Il non sapere nulla della morte / non salva gli animali dalla morte»), nemmeno le stelle e l’universo tutto («L’enorme solitudine delle stelle / somiglia forse a quella / d’uomini alla deriva», «stelle morte / che bussano alla porta. / Ascoltale, perdonale»), il poeta vorrebbe contrapporre, come unica ipotesi di salvezza, un ritorno all’origine, quasi uno scorporamento che ci disincarni dalla corruttibilità della materia: «Sempre la scelta è fra venire a riva / e perdersi nel gorgo, / rinunciare, non essere mai nati», «Deve sempre andare avanti lo show? / Fermatevi pianeti, / cessate lune e mondi di ruotare / davanti alla morte della creatura». Rinunciare, ritornare, sono termini ricorrenti in questi versi; l’aspirazione a una libertà che sollevi dal peso vincolante della riproduzione, della nascita e del disfacimento (l’eco dei Four Quartets eliotiani: “In my end is my beginning”…): «Un soffio nel creato, senza centro, / che non leghi più altri alla catena… // una bolla senza più genitura / che le accolga tutte quante le cose/ orfane e smenticate, che le medichi…». Allora l’espediente retorico più utilizzato a ribadire il proprio convincimento, nel desiderio forse inconscio di renderlo più sicuro e incontrovertibile, è la ripetizione: «nel sangue-con il sangue», «era scritto, scritto in cielo», «Guàrdali, guàrdali che si perdono!», «Fa’ che chiuda, fa’ che chiuda le mani». Daniele Piccini, critico letterario e filologo, studioso di poesia medievale e contemporanea, propone un uso consapevole e originale della tradizione, in particolare nella sezione più convincente del volume, Cellule, in cui una trentina di sonetti mascherati, privi di rime, ma aperti tutti da melodiosi endecasillabi, ripercorrono con raffinata eleganza e sospesa delicatezza i temi dell’intera raccolta, un dialogo assorto con la natura e il divino, con la scrittura e il pensiero, il corpo e lo spirito, l’inizio e la fine: «un andare verso, un terminare».

 

«Incroci» n.29, giugno 2014