ANTONIO PRETE, DEL SILENZIO – MIMESIS, MILANO-UDINE 2022

In un volumetto pubblicato da Mimesis, il Professor Antonio Prete ha raccolto prose, versi, riflessioni, appunti critici sul fascino misterioso Del silenzio, indagato da poeti, filosofi, pittori e musicisti già a partire dagli albori della cultura occidentale. Antonio Prete – saggista, poeta, narratore, traduttore di classici -, ha insegnato Letterature comparate all’Università di Siena: oggi continua a esercitare la sua competenza di insigne studioso in articoli e recensioni su blog e riviste letterarie.

Le prime pagine del saggio sono dedicate alle varie definizioni attribuite al silenzio, percepito sia ai margini di ciò che cade sotto i sensi, sia nel raccoglimento interiore: “Il silenzio è il legame profondo che unisce in uno stesso respiro l’essere e l’apparire, la forma e la natura”, nel primo incontro con la parola modulata dal carezzevole linguaggio materno, e poi con il suono avvertito attraverso i rumori dell’habitat circostante.

Il silenzio che zittisce le voci disorientanti del proprio tempo diventa esplorazione di sé, meditazione, ascolto: assomiglia al Silentium raccomandato dal monachesimo nel raccoglimento della preghiera e dell’ascesi.

Prete distingue fa tra i due verbi latini tacere e silere, dove il primo sembra alludere a una zona d’ombra, forse al nascondimento di un segreto o a una mancanza di coraggio, mentre il secondo si propone come “un’attitudine interiore, un abito mentale, o anche una ricerca”. È il silenzio luminoso, “non come assenza di parola, ma come esperienza di un’attenzione al visibile, e all’invisibile, che passa dall’ascolto, e non dalla pronuncia, dalla contemplazione e non dalla descrizione, dalla cura interiore dell’immagine e non dalla sua rappresentazione esteriore”.

Pochi pittori sono riusciti, nelle loro tele, a dipingere il silenzio, facendo emergere gli oggetti da una presenza priva di tempo, sulla soglia in cui si manifestano ancora prima del loro apparire concreto: “Cézanne, Morandi: le loro nature morte fanno del silenzio la materia della forma, la linea e il colore e lo spazio della forma. Il rosso delle mele di Cézanne, le linee delle bottiglie di Morandi sono figurazioni silenziose perché non danno presenza al reale ma alla sua enigmatica ombra, non raccontano il visibile ma il suo sfondamento verso l’invisibile”.

La concentrazione mentale e spirituale favorita dalla sospensione della parola vana, del brusio ininterrotto, della comunicazione superficiale, aiuta a riscoprire ciò che rimane nell’al di qua della lingua umana, oltre la corruzione che si attua tra il pensiero e la sua espressione: la quale resta intatta, invece, nella magia della produzione poetica. Al silenzio i poeti hanno infatti dedicato versi memorabili, da Virgilio a Dante, da Foscolo a Leopardi, fino a Hölderlin, Mallarmé, Rilke, Valéry, Jabès.

Quando Hölderlin – il poeta impazzito prigioniero nella torre – scriveva: “Capisco i silenzi dei cieli, / non capisco la parola degli uomini”, indicava la sua scelta della verticalità, di uno sguardo contemplativo verso l’alto. Lo stesso che ha nutrito i versi di Leopardi e Baudelaire, indagati dall’autore negli ultimi due capitoli del libro. Del recanatese si mettono in luce composizioni celebri, che hanno alimentato l’immaginario di generazioni di italiani (L’infinito, La sera del dì di festa, La vita solitaria, Il canto notturno), insieme ad alcune Operette morali. “L’idillio leopardiano L’infinito è silenzio che muove verso la parola e che dalla parola si ritrae quando il pensiero che ha tentato l’estrema sfida – voler dire l’infinito – incontra sé stesso, cioè il suo proprio limite: l’impossibilità di rappresentare l’infinito”. Di Charles Baudelaire si sottolineano i momenti in cui dal silenzio scaturisce il respiro poetico: l’elevazione verso un altrove, il ricordo dell’infanzia, l’immersione nel buio notturno, la visione rapita della figura femminile.

Lo stesso Antonio Prete riconosce nel silenzio la capacità di rendere la sua anima e il suo pensiero più aderenti alla verità, nel momento in cui si incarnano nel ritmo dei versi, o delle prose liriche qui riportate: “amo le forme che non sono, / la loro trasognata trasparenza”. La poesia, infatti, “è lingua abitata dal silenzio. Sopra quel silenzio le vocali e le consonanti sono le acrobate del senso e del suono, della loro congiunzione: la poesia è lingua che non definisce le cose ma mostra, delle cose, il loro respiro, la loro necessità, viventi in un universo che è vivente”.

 

© Riproduzione riservata            «Gli Stati Generali», 12 agosto 2022