ANTONIO REZZA, CREDO IN UN SOLO OBLIO – LA NAVE DI TESEO, MILANO 2023

La Nave di Teseo ripubblica un romanzo di Antonio Rezza (Novara 1965), uscito in prima edizione da Bompiani nel 2007 e vincitore del Premio Feronia: Credo in un solo oblio. Si tratta di una sorta di poema in prosa, provocatorio, angoscioso, ossessivamente autoreferenziale. In uno stile che sperimenta lo stream of consciousness, viene eliminata ogni barriera tra la percezione effettiva delle cose e la rielaborazione mentale. Ne risulta una narrazione surreale, scandita in frasi brevi e assiomatiche, separate nei primi capitoli da continui a capo, come nei versi di una poesia. Che della poesia, e della recita ad alta voce (Rezza è celebrato attore teatrale) mantengono il ritmo e le pause, la forza della declamazione stentorea. Già evidente nelle righe di apertura: “Era una giornata iniziata da poco. / Comincia così la giornata, da poco. / E a poco a poco si fa lunga, insopportabile, fino a sfinire. / E così i mesi. / E così gli anni. / E i secoli che non vedremo”. Più sotto, ancora, una definizione drammatica dell’esistenza: “Nasciamo morti e moriamo vivi. Questo è il problema”. Il gusto dello spiazzamento, dell’iperbole polemica che talvolta si fa ingiuria, istigazione, è già evidente dalla dedica in esergo: “A tutti coloro”, che potrebbe significare a tutti e a nessuno, a quelli come me e a quelli diversi da me.

La voce narrante è un alter ego ovviamente chiamato Antonio, la cui caratteristica principale è l’odio impaurito verso il mondo circostante e l’odio-amore verso sé stesso: “Da circa sette anni vivo in un inferno interiore. Brucio dentro. / Sono la mia ulcera. Sono il mio tormento. / Senza me vivrei meglio, ma mi occupo quel tanto da non darmi scampo”. Antonio ha un amico che lo fa ridere, ma si frequentano poco. Ha avuto una moglie morta di parto, e una bambina di nome Maria che nessuno ha mai visto, e lui rinchiude nei suoi pensieri compulsivi per non contagiarla del suo male oscuro.

Caducità del tempo, caducità degli avvenimenti e dei sentimenti sono il leitmotiv della riflessione filosofica e morale dell’autore: vanità del Qoèlet, indifferenza sartriana, finzione borgesiana, Cioran e Houellebecq rivisitati. Ripetizione, inutilità di ogni sofferenza, noia. “Non c’è noia che non sia eterna. / La noia è immortale. / La noia è come Dio. E in più esiste. / Tutto riesce ad annoiare”.

La miseria in cui ci dibattiamo non è colpa del Cielo, dello Stato, del destino: è colpa nostra. “Siamo quel che meritiamo, non siamo quel che siamo. / Fossimo ciò che siamo saremmo felici. / Ma non siamo felici. / Forse neanche siamo. / Siamo a sprazzi”. Siamo tutti “Sfottuti. Sfittati. Sfiniti. Finiti. Finiti per sempre. / Finiti in vita. / E pronti a ricominciare”.

Come vive, cosa fa Antonio? L’elenco delle sue banali azioni quotidiane (dormo mangio fumo parlo esco) viene subito contraddetto dal loro contrario (non dormo non mangio non fumo non parlo non esco). “Non lavoro, non ho rapporti sociali, mi sveglio ogni giorno e cado in balia di una deriva implacabile che mi condurrà all’infermità mentale”.

Ma improvvisamente gli capita qualcosa di incredibile e dirompente, che rivoluziona la sua intera esistenza e il suo modo di rapportarsi col mondo: decide di andare a farsi una foto per “vedersi chiaro”, per dare sostanza alla sua faccia, alla sua fisicità, e avere un riscontro concreto di sé in un documento ufficiale. La foto esce mossa perché Antonio si distrae e scompone: “Scatto durante lo scatto. / E vengo mosso. Mosso nella foto. Nella foto mosso come vorrei nella vita”. Il ritratto non corrisponde realmente al suo viso, non gli assomiglia. Quindi, al primo controllo della carta d’identità da parte della polizia stradale, lo straniato e incolpevole protagonista viene arrestato per detenzione di documenti falsi.

Alla narrazione cadenzata dalle pause e dagli a-capo si alternano brani pseudo-normalizzati tipograficamente, ma ancora febbrili nello stile e deliranti nei contenuti. Inizia infatti un vorticoso accavallarsi di avvenimenti paradossali, privi di logica, che conducono Antonio a uno sdoppiamento della personalità, a uno schizofrenico incarnarsi nei corpi di tutti coloro che incontra, e sulle cui facce si sovrappone la fotografia della sua carta d’identità. “Chiunque mi è di fronte io sono. Ma pur essendo in tutti continuo a non essere nessuno. Muovendomi nello studio del fotografo al momento dello scatto sono entrato nelle foto dell’umanità”. L’unico modo di uscire dal suo bloccato, atonico egotismo è il movimento subitaneo e involontario che, squarciando i confini rigidi e incasellanti del ritratto, lo mette in comunicazione con un esterno perturbante e maniacale, ma comunque concreto. L’ossessione per la fotografia prende di mira l’esibizione di sé oggi imperante sui social e nei media (“se un giorno m’impicco lo faccio in autoscatto”) e nello stesso tempo esprime la convinzione che noi siamo “l’immagine del nulla”.

Antonio evade dalla prigione e scopre il suo viso su tutti i cartelloni pubblicitari, nel casellario della polizia, nelle riviste, nei bar, sui tram, nei ritratti dei defunti al cimitero. “Entrando e uscendo dalla carta d’identità posso vivere due vite. Nessuna come vorrei. Ma almeno due”. Gira per la città a volte deserta a volte affollata, sentendosi privato della propria personalità e dei connotati fisici ora trasformati in una tragica maschera fittizia, diffusa ovunque. Il cimitero è l’habitat abituale del protagonista, a significare che la vita dei morti equivale o supera in autenticità quella dei vivi. Prova a recuperare il passato riesumando i corpi sepolti di madre padre e nonna, anch’essi incorniciati in un’inespressiva fotografia, e con loro si ritrova protagonista in un film pornografico e in diverse trasmissioni televisive. Come un becchino impazzito continua a disseppellire salme di parenti e sconosciuti, per poi interrarli di nuovo, sostituendo i ritratti sulle lapidi nel tentativo di ripristinare un ordine che lui stesso ha sconvolto. L’incubo da tragico si trasforma in comico, creando situazioni farsesche di agnizioni e sconfessioni continue, omicidi e resurrezioni, fughe e ricomposizioni. I defunti si aggirano come ectoplasmi, ombre di un Ade ciclicamente svuotato e ripopolato da proiezioni allucinate di anime inconsistenti. Antonio si innamora del cadavere di una donna, la sposa e la rende madre di un bambino nato morto. Poi ne sposa un’altra, da cui nascerà un esserino con l’unico carattere distintivo di una voce urlante. Infine appare luminosa tra le tombe Maria, “bimba riemersa…figlia del buio”, tenuta nascosta per preservarla dal male paterno e universale. È la sua bambina, ma è anche sua moglie, le loro foto si sovrappongono in un delirante incubo incestuoso. Infine, mentre la follia si impossessa della mente ferita del protagonista, il suo corpo si sgretola e si spande nell’universo.

Antonio Rezza, che da sempre si muove sui nostri palcoscenici in un teatro dell’assurdo e della crudeltà sulle tracce di Artaud, Ionesco, Genet, può ben affermare, in conclusione di questo volume spietato, geniale e disturbante nel suo ostentato narcisismo, che “la realtà senza recita è la più tragica recita della realtà”.

 

© Riproduzione riservata               «Gli Stati Generali», 24 luglio 2023