ROTH

JOSEPH ROTH, LA CRIPTA DEI CAPPUCCINI – GARZANTI, MILANO 2022

La cripta dei cappuccini, uno dei romanzi più (giustamente) famosi di Joseph Roth (1894-1939), fu pubblicato nel 1938, anno dell’Anschluss dell’Austria alla Germania. Insieme all’altrettanto noto La marcia di Radetzky, appartiene al filone “imperiale” della narrativa rothiana, che dalla metà Ottocento attraversa tutta la fin de siècle e la prima guerra mondiale, arrivando all’invasione hitleriana. Ottant’anni di storia europea descritti attraverso i destini individuali dei membri di una nobile e ricca famiglia, i Von Trotta. Uno dei suoi avi, sottotenente di fanteria di origine slovena, aveva ricevuto il titolo di barone e la promozione a capitano durante la battaglia di Solferino (1859), in cui era rimasto ferito facendo scudo col suo corpo al giovane imperatore Francesco Giuseppe. Il titolo nobiliare era rimasto ai Trotta come segno distintivo di prestigio, eccellenza e dignità, di cui si fregiava anche il protagonista e voce narrante del romanzo, il ventitreenne Franz Ferdinand. Figlio unico di madre vedova, il rampollo dei Trotta godeva della sua privilegiata esistenza in un sontuoso palazzo del centro di Vienna: “Ero giovane e sciocco, per non dire sconsiderato. Frivolo, in ogni caso. Vivevo allora per così dire alla giornata. No! Non è esatto: io vivevo alla nottata; di giorno dormivo”. Frequentava il bel mondo della capitale, caffè, teatri, gallerie, dame eleganti e avventuriere, accompagnandosi a una cerchia di coetanei aristocratici: “Ne condividevo la scettica leggerezza, la malinconica presunzione, la colpevole ignavia, l’arrogante dissipazione, tutti sintomi della rovina, di cui non intuivamo l’approssimarsi”.

L’inaspettato incontro con il cugino sloveno Joseph Branco, contadino e caldarrostaio, produce in lui una svolta improvvisa: attratto dal comportamento genuino, grezzo ma esuberante del parente appena ritrovato, Franz Ferdinand mette in discussione il proprio stile di vita artificioso e improduttivo: deciso a sperimentare un’esistenza più autentica, lascia la capitale per trasferirsi in Galizia, ospite di un semplice vetturino ebreo, Manes Reisiger. Lo scoppio della guerra lo sorprende in uno sperduto villaggio orientale, convincendolo a lasciare il reparto del Ventunesimo Dragoni presso cui era alfiere della riserva, insieme ai raffinati amici dell’aristocrazia viennese, per arruolarsi nel più ordinario e plebeo reggimento della milizia territoriale in cui militano i nuovi compagni: “Volevo morire insieme con mio cugino Joseph Branco, il caldarrostaio, e con Manes Reisiger, il vetturino di Zlotogrod, e non con dei ballerini di valzer”, convinto che “una morte assurda era preferibile a una vita assurda”. Prende quindi congedo dall’alta società viennese e dalla severa madre, redige il testamento e decide senza alcun indugio di sposare la fidanzata Elizabeth, con cui tuttavia per una serie di contrattempi non riesce a trascorrere nemmeno la prima notte di nozze. Subito spedito al fronte, nel corso di una sanguinosa battaglia contro l’esercito russo viene fatto prigioniero, portato in Siberia insieme agli altri due commilitoni, e lì rimane per quattro anni.

Definisce la guerra “mondiale non già perché l’ha combattuta tutto il mondo, ma perché tutti noi, in seguito ad essa, abbiamo perduto un mondo, il nostro mondo”. Distrutto nel morale e nella voglia di tornare a vivere, quando finalmente torna a casa trova la giovane sposa completamente trasformata, in totale dipendenza sentimentale, sessuale e culturale da un’artista ungherese che l’ha convinta ad aderire a iniziative sperimentali di artigianato applicato. L’incontro commovente con la vecchia madre, ormai sorda e malata, visibilmente estranea alla storia collettiva e però esperta di cose umane, lo aiuta a riscoprirsi figlio, più che marito e in seguito involontario padre.

La generazione di Franz Ferdinand, votata alla morte ma sdegnata dalla morte, assuefatta alla disperazione, era stata capace di sopportare meglio la sciagura devastatrice del conflitto rispetto agli affanni e alle disgrazie particolari. Risucchiato nell’abisso dei debiti creati dall’attività della moglie e della sua amica, il barone Von Trotta è costretto a trasformare il suo palazzo in una pensione per una decina di pigionanti impoveriti e rancorosi. La sua disfatta umana è racchiusa tutta tra l’incipit e la frase conclusiva del romanzo, tra l’altera asserzione iniziale e la sconfortata ammissione finale: “Il nostro nome è Trotta”, “Dove devo andare, ora, io, un Trotta?”

La  sensibilità cristiano-ebraica attenta alla situazione degli umili e degli sconfitti di Joseph Roth, così perspicace ne cogliere la psicologia dei personaggi e profonda nelle intuizioni etiche e sociali, il suo stile conciso e puntuale, originalmente creativo nelle metafore (il solitario lampione diventa un orfano lacrimevole, l’abete una vedova livida, la piccola stazione un gatto pigro sdraiato sulla neve…) e poetico nella descrizione intenerita della natura e degli sfondi urbani, fanno di questo romanzo non solo una fondamentale testimonianza storica della dissoluzione dell’Impero austroungarico, ma soprattutto un gioiello della narrativa europea del ’900.

 

© Riproduzione riservata          «Gli Stati Generali», 16 maggio 2022