VIRGINIA WOOLF, SE TI IMMAGINO QUI SONO FELICE – GARZANTI, MILANO 2022

ùIl primo incontro tra Virginia Woolf (1882-1941) e Vita Sackville-West avvenne alla fine del 1922, segnando l’inizio di una passione amorosa e di un sodalizio culturale testimoniato da un fitto epistolario sparso nell’arco di un ventennio. Vita aveva trent’anni, Virginia dieci in più. La prima godeva già di vasta notorietà, la seconda aveva appena iniziato a pubblicare. Entrambe sposate, non facevano mistero del loro rapporto con i mariti, che non se ne scandalizzavano, esattamente come la società aristocratica, mondana e intellettuale che le accoglieva con stima e cordialità, lontana da condanne e pregiudizi a cui comunque le due scrittrici erano del tutto indifferenti. Il piccolo volume pubblicato da Garzanti, Se ti immagino qui sono felice, raccoglie una selezione delle lettere e dei biglietti di Virginia, insieme ai suoi appunti di diario riportati in corsivo: decisamente più limitata rispetto ad altre ampie proposte editoriali del carteggio uscite recentemente.

La rassegna si apre su una nota della scrittrice londinese (mai stata tenera nei suoi giudizi sul prossimo) che riferisce la prima impressione poco positiva tratta nel corso della cena del 15 dicembre 1922 in cui ebbe a conoscere Vita: “Non corrisponde granché ai miei gusti più severi: florida, baffuta, colorata come un pappagallo, con tutta l’agile disinvoltura dell’aristocratica, ma senza l’arguzia dell’artista… è un granatiere: dura, piacente, mascolina, tendente al doppio mento”. E ancora, in una nota del 15 settembre 1924: “è una perfetta signora, con tutto lo slancio e il coraggio dell’aristocrazia, e meno puerilità di quanta ne aspettassi. È come un chicco d’uva troppo maturo nei lineamenti, baffuta, imbronciata, destinata a diventare un po’ pesante; nel frattempo, cammina su belle gambe, in una gonna ben tagliata, e anche se è imbarazzante a colazione, ha in sé un buon senso e una semplicità … Oh sì, mi piace, potrei includerla per sempre nel mio equipaggio, e se per ipotesi la vita lo permettesse, potrebbe essere una specie di amicizia”. Di nuovo, nel 1926: “Non è intelligente, ma generosa e feconda; e anche sincera”.

L’intimità tra le due donne crebbe nel corso degli anni successivi, in un altalenarsi di emozioni e sentimenti contrastanti, dall’esaltazione alla malinconia, dalla reciproca stima alla rivalità letteraria, dalla gelosia all’esibita e provocatoria indifferenza. Impulsi istintivi alleggeriti comunque da ricche dosi di ironia e spontanea ilarità (“A maggio mi arrufferai i capelli, Tesoro: sono corti come il sedere di una pernice”). Leggono e commentano vicendevolmente i loro scritti, sia nel carteggio privato sia attraverso recensioni, interviste, interventi radiofonici: la casa editrice dei Woolf pubblica i libri della Sackville-West, incoraggiandone la diffusione presso il pubblico britannico. Le prime versioni di Gita al Faro e di Orlando, insieme a bozze di articoli, vengono sottoposti con ansia da Virginia al giudizio critico dell’aristocratica e puntuta corrispondente.

Ma soprattutto nello scambio epistolare diretto si esprime la reciproca dipendenza affettiva e sessuale. Virginia lusinga l’amante con un profluvio di lodi e complimenti: “Come diavolo hai imparato l’arte di essere sottile, profonda, umoristica, arcigna, schiva, satirica, calorosa, intima, profana, colloquiale, solenne, sensibile, poetica e un caro vecchio sciatto cane da pastore…” Pretende da lei dichiarazioni d’amore: “Aggiungi una frase concisa ma esaustiva in cui dici che Virginia è la persona che ami di più dopo tuo marito e i tuoi figli”, “Non sono niente per te, fisicamente, moralmente o intellettualmente?” Ammette i propri dubbi riguardo alla fedeltà dell’amica, che vanta apertamente le proprie conquiste maschili e femminili: “Non c’è più spazio, altrimenti ti proporrei una storia molto malinconica sulla mia gelosia per tutti i tuoi nuovi amori. E quando ti vedrò? Perché sai, adesso ami diversa gente, donne intendo, fisicamente intendo, meglio, più spesso, più carnalmente di quanto ami me”, “Ma tu non mi vuoi. Stai ammaliando, soprattutto con il fascino del tuo titolo e il bagliore delle tue perle, tutti i procioni del Canada”, “La percentuale di lesbiche è in aumento negli Stati Uniti, tutto grazie a te”. Si vendica delle lunghe assenze e dei continui viaggi di Vita (“Tesoro caro, non andare in Egitto per favore. Resta in Inghilterra. Ama Virginia. Prendila tra le tue braccia”), millantando incontri e avventure durante una breve vacanza in Grecia. E confessa candidamente di provare per lei un “affetto infantile e cieco: “Sì sì sì mi piaci. Usare una parola più forte mi fa paura”, “Sono piena di invidia e disperazione”, “Sono la tua interamente devota ma indifesa e inutile creatura”, “Per tutti questi mesi ho vissuto dentro di te – e ora che ne esco, come sei veramente? Esisti? Ti ho inventata?”, “Mi ami davvero? Tanto? Appassionatamente e irrazionalmente?”

Da questa pubblicazione garzantiana non conosciamo come Vera rispondesse all’esibito trasporto della Woolf. Possiamo immaginarla meno coinvolta di lei nella relazione, senz’altro più disponibile ad altre piacevoli esperienze, se diamo credito a una famosa e spesso citata metafora di Virginia: “Be’, da qualche parte ho visto una pallina che continuava a saltare su e giù nello spruzzo di una fontana: la fontana sei tu, io la pallina. È una sensazione che mi scateni solo tu. È fisicamente stimolante e al tempo stesso riposante”. Un’inquietudine sofferta che alla conclusione dell’amicizia la porterà a scegliere di abbandonarsi all’abbraccio acquietante dell’acqua.

 

© Riproduzione riservata        «Gli Stati Generali», 18 maggio 2022