ACITELLI

FERNANDO ACITELLI, CANTORE DI ROMA E DEL CALCIO

 

Nato a Roma nel 1957, laureato in Lettere Moderne e in Filosofia, ha pubblicato opere in versi e in prosa. Tra le raccolte poetiche: Gli amplessi di Saint Just (1994); La solitudine dell’ala destra (1998); Il bacio dei coniugi Arnolfini (2001), Hogarth (2008), Cantos Romani (2012), Accattone ((2015). In narrativa: I vecchi esultano la sera (2007), Miagola Jane Birkin (2009).

  • Ci può parlare in breve dell’ambiente familiare e culturale in cui è cresciuto e si è formato?

È la Roma degli anni ’60, ariosa, gioiosa, spontanea, in certi scorci ancora belliana sui gradini di certe chiese a Trastevere; una città composta da tante piccole drammaturgie che, tutte insieme, formavano un affresco prezioso. È stata la Roma popolare, colorata e vociante, post bellica; quella dei cortili silenziosi con ballatoi e cessi arrampicati, ricoperti di muschio. Lo stupore all’ascolto di melodie degli anni ’30: qualche superstite disco di Rabagliati da un grammofono. Il timore nei cortili era mandare ariette degli anni ’30. Il giovanotto in canottiera sul balcone, muscoloso per natura. Lei signorina guizzante, già impiegata, puntuale al mattino alla fermata del tram. Una Roma di sguardi sinceri anche nella stentatezza del vivere, anzi, ancor più votati alla sincerità proprio in virtù di tale condizione. Una Roma di strade sgombre, di spazi ampi; una Roma “del quartiere”, che pareva fosse cinto da mura se tutto si svolgeva al suo interno: il panettiere, lo stagnaro, il barbiere, il bar, il cinema di seconda visione, il Due Allori, l’Impero, l’Alfieri, l’Arena Flora e poi il Diana; quindi la sala biliardi, la merceria, la bustaia, la sarta in un negozio sulla strada, le osterie con pergolato dove i vecchi si stordivano con litri di Frascati; un quartiere con le sue eleganze se nelle cartolerie, a Natale, vendevano anche le statuine del presepe. E poi l’universo del mercato dove ogni paura sembrava attenuarsi per l’umanità che grondava dai venditori. Lo sentivo con mia madre, per mano. E tutt’attorno, accanto ad una edilizia economica e popolare con casette basse e giardinetto sul davanti, incominciavano a vedersi i primi palazzoni, proprio come quelli di Don Bosco, a Cinecittà, in certi scorci di Mamma Roma. Anche quei silenzi all’inizio de Il sorpasso di Dino Risi li ho sentiti molto anche se il mio quartiere non era quello alto borghese della Balduina. Ricordo i silenzi d’agosto con la città vuota: uno spettacolo ammirare quella desolazione rovente. Girare da solo nel quartiere era un’avventura entusiasmante. Una Roma umana, non ancora oltraggiata. Una Roma bellissima perché prima del genocidio, della mutazione antropologica come avrebbe sottolineato Pasolini pochi mesi prima di essere ucciso, riferendosi alla nuova dittatura del consumismo. Una Roma in cui la famiglia era al centro di tutto. Eccola in sequenza quella che mi riguardava: mio padre, reduce di guerra ed ex internato nei campi di concentramento e mia madre, l’angelo del perimetro sacro della casa. Io e mia sorella a stupirci che fosse tutto vero dinanzi a noi.

  • Quando e come si è avvicinato alla letteratura, e quali sono stati gli autori che più hanno influenzato la sua scrittura?

Sono nato in mezzo ai libri. Ogni sera mio padre rientrava con un libro o più fascicoli delle varie enciclopedie che iniziava e portava a termine. Il ricordo vivo è che lui apre la porta e in mano ha quel tesoro. Dopo cena a me e mia sorella dedicava molto tempo e ci insegnava il disegno in cui lui era bravissimo. Con i pastelli specialmente. Lo ammiravamo come fosse un eroe. Da subito amai  le enciclopedie, ci rimanevo pomeriggi interi e rimandavo alla sera i compiti. Ero colpito subito dai nomi e dai volti dei personaggi storici. Vedevo immediatamente la loro data di nascita e di morte. M’interessava molto sapere quanto avevano vissuto e cosa avevano combinato. Le illustrazioni e le fotografie aiutavano moltissimo. È ad esse che devo molto. La mia passione per i volti, gli sguardi e quindi l’interpretazione dei tipi umani, credo che sia iniziata in quelle sere alla metà degli anni ’60 insieme a mio padre. Mia madre ci lesse tutto il libro Cuore: io e mia sorella avevamo quattro e cinque anni. Quando mia madre arrivava al racconto Dagli Appennini alle Ande io e mia sorella iniziavamo a piangere. Mio padre leggeva prima di coricarsi: abatjour accesa e vai con le biografie, i libri suoi preferiti. Antichi e moderni faceva lo stesso. Lo imitai: con fatica avanzavo nelle Vite parallele e, come terminavo un’esistenza, mi sentivo grande. Il primo romanzo che lessi fu Capitani coraggiosi di Kipling. Poi vennero Tom Sawyer, I ragazzi della via Pal e L’isola del tesoro, Zanna bianca nelle edizioni a fascicoli della Fabbri Editori con copertina di pelle blu e dorature sul dorso.

  • Lei è stato definito “cantore di Roma e del calcio”. In che modo queste due passioni hanno nutrito la sua produzione letteraria, e insieme a quali altre espressioni artistiche o esperienze esistenziali (cinema, arte, teatro, lavoro, politica…)?

L’altra passione di mio padre era il calcio. Negli anni ’30 era stato bravo nei Boys della Lazio. Aveva smesso subito perché il tempo spensierato mancava. La Roma – frattanto era il 1927 – iniziò la sua storia al Campo Appio, a poca distanza da casa nostra. Mio padre non si perdeva una partita. Giocò per un breve periodo nella Lazio ma tifava Roma perché il primo campo dei giallorossi era vicino casa e lui, fanciullo, stava sempre lì. Giocò a calcio anche durante la guerra: mio padre partì per il servizio di leva nel 1937 e, terminata il periodo canonico di ferma, tornò per un breve periodo a casa; poi nel 1940 fu richiamato alle armi e tornò in Italia nel febbraio del 1946: fronte greco-albanese, Africa settentrionale, fatto prigioniero a Tunisi, poi condotto a Casablanca; da lì in nave fino a New York, poi a Washington, quindi in treno prima nei campi di concentramento di Lordsburg (New Mexico) e poi a Hereford (Texas). Le sue lettere dagli scenari di guerra – a parte il VERIFICATO PER CENSURA – sono delle lezioni di stile e descrivono un animo nobile. Questi fatti devo narrarli, magari di volo, perché hanno influenzato tutta la mia vita. Quanto al sentirsi definire “cantore di Roma e del calcio”, è un onore: se lo sapesse mio padre! A lui devo tutto. Le antichità di Roma erano le nostre traiettorie quando lui era libero: musei, Foro romano, chiese, marmi, scheggiature, busti d’imperatori. E poi gli anfiteatri. La via Appia Antica, la regina viarum, la posso vedere ad ogni ora del giorno salendo al terrazzo condominiale. Le tombe romane, sulla via Latina, la via arcaica dell’Urbe, sono a cento metri da casa. Sto tra le rovine, nella Storia. Sono un reperto anch’io. Succedeva questo quando ero piccolo: giocavo a pallone all’oratorio che stava proprio lungo la via Latina e lì, dopo le varie partite, scambiavo le figurine Panini giocando pure “a soffietto” per vincere. Quindi avevo degli eroi in mano, i calciatori appunto. Uscendo dall’oratorio c’era un infinito verde ondulato, quello che oggi è il più grande parco archeologico d’Italia, quello della Caffarella: lì, dopo la pioggia, la terra faceva riemergere monete romane, corniole, lacrimatoi, ampolle. Ogni moneta mostrava il profilo d’un imperatore. Una fortuna per me girovagare in cerca dei reperti. Il cortocircuito in me avvenne allora: figurine Panini in una mano e profili d’imperatori romani nell’altra. Il gioco era fatto. La solitudine dell’ala destra, si può dire con certezza, nacque quando non avevo nemmeno dieci anni, lungo la via Latina. Dovevo soltanto aspettare e accumulare dolore e trovare la forma. Passare alla parola scritta è stato abbastanza facile: sono stato e sono un instancabile camminatore e Roma l’ho attraversata a piedi in lungo e in largo; tutto questo non poteva che lasciare un segno in me. Camminando, superando quartieri, sentendo conversazioni, vedendo le case antiche accanto alle costruzioni moderne, comunicandomi con il passato, ecco che la parola, almeno agli animi sensibili, sopraggiunge. Inoltre: soprattutto il cinema mi affascinava ma intendo per lo più il luogo: era un miracolo vedere l’umanità che si sbracava lì dentro, nei cinema di 2° e 3° visione. Mi perdevo ad osservare tutti gli individui presenti in platea quasi tralasciando la pellicola che scorreva sullo schermo. Che miracolo erano i cinema di 2° e 3° visione a Roma tra la fine degli anni ’60 e tutti li anni ’70!… Avrei anche dormito lì dentro, insieme a chi mi aveva colpito tra perdigiorno, vagabondi, poveri che forse erano finiti là dentro per non pensare alla loro magra esistenza. Avevo il mito della cassiera ma non perché bella o provocante ma perché lei in un cinema di periferia era uno scrigno d’immagini per me, come pure l’uomo che strappava i biglietti. Lei stava al suo posto fino all’ultimo spettacolo e prendeva l’autobus per tornare a casa, l’ultima corsa. Bellissimo! Quasi sempre, nel raccontare, finisco in un cinema. Quanto all’arte, devo dire che la pittura mi è sempre stata accanto: anche lì, fondamentali sono state le visite con mio padre in chiesa e musei: ricordo soprattutto la Galleria Doria-Pamphilj e poi la Galleria Spada. Sono traiettorie che ancora m’appartengono. Per chi come me pensa per immagini e tiene a distanza i concetti, la pittura è amica fedele.

  • La Roma del passato e quella presente, lo sport nobile e quello corrotto: un confronto sempre deludente e insanabile?

Non è più tempo per le poesie scritte con il lapis o i foglietti ritrovati  di Kavafis. Quel tempo l’ho amato e pendo ancora verso di esso ma s’è dissolto: la mia inattualità è una certezza. Ho scritto tanto con i mozziconi di matita e ancora lo faccio per resistere: m’accantuccio da qualche parte – chiesa, vicolo, piazzola, ufficio postale – e sogno che la favola bella sia ancora nel paesaggio; in verità davanti ho tutte quinte sceniche che crollano. Il linguaggio s’è fatto acrilico e le vite inautentiche sono ovunque. La schedatura della società tecnologica ha tolto ogni mistero: ovunque si vada c’è una telecamera e l’essere rintracciabile con un codice è spaventoso. Dov’è finito l’uomo? La verità è che non credo negli individui e non ho speranze.

  • Dai suoi versi si intuisce una sensibilità attenta nei riguardi della fede e della spiritualità, della solidarietà verso gli ultimi e del rispetto per l’ambiente e la cultura. Sono valori trasmissibili, secondo lei, anche attraverso la poesia, o risultano obsoleti e indifferenti per il pubblico dei lettori?

Il mio mondo è quello dove s’innalzano gli ultimi e dove si stenta a vivere: questo lo vede benissimo e lo introietta soltanto il camminatore solitario. C’è una vicinanza ad essi perché anch’io vivo con poco e oggi la possibilità di finire sotto le arcate della Stazione Termini è possibile per tutti. Quanto allo scrivere, le disperazioni non si cercano e non si trovano nel computer, semplicemente si vivono. I reduci da qualcosa sono i miei compagni di strada: la loro chioma arruffata, il cappottone, la fragilità nello sguardo, gli improvvisi sorrisi, l’assenza d’una busta paga, d’un libretto sanitario. Possono contare soltanto su se stessi. E poi non sono in contatto. Per me sono queste figure a mandare in onda filmati d’un privato Ancien Régime dove anche Dio era presente. I disperati, i monologanti, i dormienti dentro vecchi vagoni sono l’idea del “senza orario”, del giorno pieno veramente, dell’abbandonata ossessione del tempo. Esistenze uscite dalla vita. E poi stravedo per le camere ammobiliate dove il sogno si solleva: lì dentro non si sarà mai raggiunti da messi comunali, da raccomandate e neppure da quegli ultimatum propri della Tecnica. La vera poesia nasce dalla disperazione e non nei salotti o nel tepore senza fine del benessere. La poesia (che si sente anche quando scrivo in prosa) mi sostiene; è l’unico puntello vero, ma non credo serva a mutare le tante crudeltà che s’allestiscono ogni giorno in gran silenzio.

 

© Riproduzione riservata        www.sololibri.net/intervista-FernandoAcitelli.html      29 novembre 2016

   

 

 

 

AIRAGHI

Mamma seria 1

ALIDA AIRAGHI

  • Raccontaci qualcosa di te. Che tipo di lettore sei?

Essendo di indole piuttosto riservata e silenziosa, già da bambina dedicavo molte ore delle mie giornate alla lettura. Le fiabe di Andersen, “I ragazzi della Via Pal”, “Pattini d’argento” erano i libri che preferivo. E invece non ho mai sopportato la narrativa “rosa”, per signorine. Nell’adolescenza poi, sulla spinta del mio amore per i cantautori italiani e francesi, mi sono avvicinata alla poesia, in specie a quella del nostro novecento. Durante gli anni universitari a Milano, i miei interessi si sono rivolti soprattutto alla filosofia, alla teologia, e alla letteratura: e lì tuttora rimangono incardinati. Leggo molte ore al giorno, soprattutto il pomeriggio, mai prima di addormentarmi perché ho la fortuna di piombare in un sonno profondo non appena mi metto a letto. Sottolineo i testi, prendo appunti, se mi imbatto in qualcosa che non conosco o non capisco cerco di approfondire l’argomento su internet o in una enciclopedia.

  • Quali sono i tuoi generi letterari preferiti?

Tra i libri di filosofia, mi oriento soprattutto verso la filosofia antica (materia in cui mi sono laureata) e quella del novecento: René Girard, Pierre Hadot, l’esistenzialismo, Simone Weil, Pareyson. Non amo né la psicanalisi né lo strutturalismo. Leggo libri di teologia, anche se (ahimè!) non posso definirmi credente: Mounier, Heschel, Buber, Quinzio, Mancuso, Vannini. Da qualche anno mi sto appassionando anche alla scienza, ma solo da dilettante volonterosa. E poi divoro tanta poesia, spesso corretta e guidata da testi di critica letteraria. Sono invece abbastanza restia ad affrontare la narrativa italiana contemporanea, che trovo alquanto deludente.

  • Di quali scrittori per nessun motivo al mondo perderesti una nuova uscita editoriale?

Non presto molta attenzione alle novità librarie, né alle classifiche delle vendite. Anzi, in genere sono un po’ prevenuta nei riguardi dei best-seller, perché penso che il successo di un titolo dipenda frequentemente – più che dalla qualità della scrittura – da precise strategie editoriali, da campagne mediatiche che poco hanno a che vedere con il valore letterario. E poiché sono tardigrada (non solo fisicamente, ma anche mentalmente) mi capita di soffermarmi a lungo sulle stesse pagine, o di tornare a rileggerle più volte, nei mesi e negli anni; perciò non seguo le mode, né Fabio Fazio.

  • Se ti chiedessero una lista di libri da leggere assolutamente nella vita, quali consiglieresti?

In narrativa, amo i grandi romanzieri russi, e poi Mann (I Buddenbrok, La montagna incantata); gli scrittori di cultura ebraica (Singer, Schulz, Malamud, Yehoshua); i francesi: Camus, Bernanos, Céline. Di recente ho riscoperto con ammirazione Garcia Marquez. Tra gli italiani Moravia, Sciascia, Calvino, Ortese, e tra i più giovani mi pare originale Giuseppe Genna. E i poeti? Eliot (il più grande…) e Rilke; Saba, Penna, ovviamente Montale, Caproni, Luzi, Giudici. I giovani mi sembrano poco innovativi, abbastanza estemporanei nello stile e spesso intercambiabili tra di loro. Più interessati a festival, performance ed esibizioni varie che alla poesia stessa.

  • Come hai conosciuto Sololibri e cosa ti piace del nostro sito?

In passato ho collaborato a diversi quotidiani e riviste, italiani e svizzeri, avendo insegnato a lungo a Zurigo. Da qualche anno pubblico le mie recensioni su alcuni blog, e così mi sono imbattuta in Sololibri, che mi piace perché presta attenzione anche ai volumi datati, alle riletture, e spazia tra generi differenti. Inoltre mi sembra più “democratico” di altri siti letterari, spesso ristretti a circoli elitari, in cui ci si scambiano complimenti vicendevoli, o stroncature illividite e ingiustificate. Ho provato a mandare un mio articolo, è stato subito accolto: grazie!

  • Qual è il libro sul tuo comodino al momento?

Sto leggendo, in colpevole ritardo, Benito Cereno di Melville. Me l’ha raccomandato mia figlia Daria, anglista. L’altra mia ragazza, Silvia, dottoranda in storia del cinema a Londra, mi consiglia invece i film. Mi fido molto del loro giudizio.

  • Tra le tante novità uscite (o che usciranno) nel 2015, c’è un libro che ancora non hai letto ma che non ti lascerai sfuggire?

Non saprei cosa dire, vista appunto la mia refrattarietà alle novità. Forse il nuovo, atteso romanzo di Harper Lee, o l’ultimo Yehoshua…

 

© Riproduzione riservata    www.sololibri.net/Intervista-ad-AlidaAiraghi.html     24 novembre 2015

ANELLI

Organizzare la cultura: poesia e critica secondo Amedeo Anelli

 

ORGANIZZARE LA CULTURA: POESIA E CRITICA SECONDO AMEDEO ANELLI

ATMOSPHERE LIBRI

Intervista a Mauro Di Leo, editore di Atmosphere Libri

INTERVISTA A MAURO DI LEO, EDITORE DI ATMOSPHERE LIBRI

  • Quando e dove è nata la vostra casa editrice e con quali motivazioni e scopi?

Atmosphere libri è nata nel 2010 con l’intento di pubblicare soprattutto letteratura straniera che non fosse quella scritta nelle maggiori lingue, cioè l’inglese, il francese e lo spagnolo. È pur vero che nel corso di questi anni (abbiamo pubblicato oltre cento romanzi), nel nostro catalogo sono presenti, seppure in numero esiguo, anche alcuni scrittori francesi, americani e spagnoli (tuttavia la maggior parte sono di lingua catalana), ma la nostra visione spazia verso mondi culturalmente lontani dal nostro, come l’Estremo Oriente e l’Europa dell’Est, in particolare la letteratura russa, o il mondo del Medio Oriente, senza preclusioni religiose, linguistiche e culturali tra arabi ed ebrei. Nel nostro catalogo ospitiamo scrittori israeliani e arabi in una comune visione, benché solo virtuale, di un mondo di pace. Forse, almeno la letteratura può mettere d’accordo mondi che sono in perenne conflitto tra loro. Cerchiamo di dare una visione obiettiva ai nostri lettori, tramite la scrittura romanzata, di come sono e come vivono le persone in un certo luogo. Molte volte si scopre che le problematiche di un giapponese sono le stesse che quotidianamente vivono un egiziano, un israeliano o un russo. Crediamo di essere diversi ma lo siamo sono nel colore della pelle e di altri particolari somatici ma non nella testa. Siamo sempre stati convinti che non si possa fare a meno della forza culturale di società lontane ideologicamente dalla nostra società. Non esistono maggiori libertà e progresso nello scambio interculturale tra i popoli.

  • Quante persone collaborano al vostro progetto?

Ci sono redattori, un grafico e altri soggetti che ci aiutano nel nostro percorso di crescita. Soprattutto, abbiamo lettori che ci stimano e ci leggono condividendo le nostre scelte.

  • Che genere di narrativa proponete e quante collane avete in catalogo?

Proponiamo una letteratura colta che proviene dal Giappone, Corea, Cina in una collana curata dal professor Gianluca Coci, dalla Russia (agiamo in collaborazione con il professor Mario Caramitti), Egitto e altri paesi di lingua araba in una nuova collana denominata biblioteca araba. Pubblichiamo anche letteratura più commerciale ma pur sempre valida che proviene dai paesi scandinavi. In questo caso, riteniamo che la lettura di un thriller norvegese o finlandese non sia solo di svago, ma rappresenti un modo per conoscere dei luoghi tanto diversi dai nostri, soprattutto dal punto di vista climatico, che tanto accuratamente sanno descrivere gli scrittori nordici. Inoltre, abbiamo una forte presenza di letteratura per ragazzi e adolescenti perché crediamo nel processo di crescita delle generazioni più giovani.

  • Qual è stato il vostro libro che ha riscosso più successo, di pubblico e di critica?

Abbiamo alcuni libri che hanno riscontrato il successo della critica e dei lettori (seppur sempre in numero esiguo): La giornata di un opricnik del russo Vladimir Sorokin, vincitore del Premio Von Rezzori come migliore romanzo straniero pubblicato in Italia nel 2014 e il romanzo per ragazzi Amici della giapponese Yumoto Kazumi, finalista in vari premi letterari, tra cui l’Andersen. Abbiamo anche ottenuto un buon riscontro con un classico autore giapponese, Akutagawa Ryunosuke, di cui recentemente abbiamo pubblicato dei racconti, tra cui diversi inediti, dal titolo La scena dell’inferno e altri racconti. Stiamo parlando del maggior autore nipponico dei primi anni Trenta del Novecento, il maestro del racconto breve.

  • Che tipo di difficoltà incontrate nel diffondere la vostra attività e cosa vi augurate per il vostro futuro di editori?

Abbiamo le difficoltà di tutti i piccoli editori che sono legate soprattutto alla scarsa visibilità nelle librerie. È impossibile contrastare la strapotere dei grandi gruppi editoriali e, se il libro non è presente in una libreria, il lettore è difficile che ti venga a cercare se non ti conosce. È assurdo che stiamo morendo le librerie indipendenti, le uniche che riservano un po’ di spazio agli editori indipendenti, anche quelli piccoli come noi. Le librerie del genere supermercato del compra-libri ormai rappresentano la maggioranza e vendono solo ciò che è commerciale e sia prodotto dai propri editori di cui fanno parte. Purtroppo, l’Italia non è un paese che dedica le proprie energie anche alla cultura. Ci sono pochi lettori perché non ci sono biblioteche scolastiche, non ci sono librerie con librai competenti, non ci sono aiuti e fondi per tutelare i librai e gli editori indipendenti, non ci sono associazioni di editori e librai indipendenti che sappiano dialogare. Speriamo di crescere tutti insieme e la speranza di Atmosphere libri è quella di farci conoscere da più lettori per confermare la nostra presenza culturale perché siamo consapevoli di offrire un prodotto diverso e interessante con cui confrontarsi. Nel nostro futuro, ci sarà una maggiore caratterizzazione come casa editrice che guarda ai romanzi per ragazzi e alla fiction dell’Estremo Oriente e della Russia. A breve, nel nostro catalogo, avremo scrittori già famosi in gran parte del mondo come Raja Alem, Abdo Khal, Viktor Pelevin, ancora Vladimir Sorokin, Murakami Ryu, Abe Kobo e diversi coreani.

 

© Riproduzione riservata     www.sololibri.net/Intervista-html     29 marzo 2016

 

BARBERA

GIUSEPPE BARBERA: AGRONOMO, DOCENTE UNIVERSITARIO, SCRITTORE
Cinque domande al professor Giuseppe Barbera

 

Giuseppe Barbera è professore ordinario di Colture Arboree all’Università di Palermo. Si occupa di alberi, sistemi e paesaggi agrari. Tra i suoi libri, “Tuttifrutti. Viaggio tra gli alberi da frutto mediterranei, fra scienza e letteratura” (Oscar Mondadori, Premio Giardini Hanbury, Grinzane Cavour. 2007) e il più recente “Abbracciare gli alberi” (Il Saggiatore, 2017).
Per il FAI ha curato il recupero della Kolymbetra nella Valle dei Templi e del giardino Donnafugata nell’isola di Pantelleria. È socio onorario AIAPP.

  • Ci può introdurre all’ambiente in cui è nato, cresciuto e ha studiato, raccontandoci quanto il suo milieu formativo ha contato nelle sue scelte professionali e culturali?

La famiglia di mio padre possedeva una vecchia villa nella Conca d’oro, circondata da limoni e mandarini. Ai tempi della scuola vivevamo però in città per trasferirci per le lunghe vacanze estive in quella che consideravamo una lontana campagna. Adesso e dagli anni del sacco edilizio di Palermo è circondata da orrendi palazzi di cemento ma il ricordo delle estati passate nel giardino, rimane indimenticabile. E certo ha contribuito ad orientarmi verso gli studi agrari in università. A quel tempo fu una scelta nata dal desiderio di sfuggire al destino che voleva che prendessi il posto del padre nell’azienda (una centrale del latte) paterna. Era il Sessantotto e volevo guadagnare tempo.

  • Nella sua attività di docente universitario, rileva una particolare sensibilità ai problemi ambientali tra gli studenti, i collaboratori e i colleghi?

Ormai la mia attività dura da molti anni e l’interesse degli studenti va e viene con le passioni politiche e culturali dei tempi. Diversa l’attenzione dei colleghi. In genere incapaci di andare oltre i saperi ristretti dell’agricoltura intensiva e incapaci di una visione sistemica. Per loro l’irrompere delle scienze ecologiche ha rappresentato un incomodo e nel migliore dei casi è stato strumentalmente colto per avanzamenti di carriera o pingui finanziamenti per attività di ricerca

  • Ritiene che le istituzioni, regionali e statali, siano sufficientemente attente alla salvaguardia della natura che ci circonda? Nel suo ultimo libro “Abbracciare gli alberi” sono evidenti i toni polemici e indignati riguardo alla corruzione e al disinteresse politico su questo argomento.

Certo che no! I loro interessi non vanno oltre ravvicinati orizzonti elettorali, ovviamente con qualche eccezione. La salvaguardia della natura, ma più ancora la necessità di perseguire un rapporto di collaborazione tra uomini, piante e animali e di non considerare l’umanità centro e misura del pianeta è a loro sconosciuta. Guardiamo al caso dei cambiamenti climatici. Tra non molti anni il clima sarà definitivamente sconvolto, molte aree diventeranno sterili e masse di disperati saranno in viaggio verso luoghi di sopravvivenza. Questo dovrebbe portare a politiche di grande respiro e lungo periodo e invece il tempo passa a vuoto.

  • Oltre alle numerose pubblicazioni accademiche, quali sono stati i suoi libri diretti a un pubblico non specialistico, e che riscontro hanno avuto tra i lettori e i critici?

Tuttifrutti” è stato il primo importante ed è stato giocoso scriverlo. “Conca d’oro” parla di me, del posto dove vivo e del mio lavoro d’agronomo e del mio impegno ecologista. Sono fiero di averlo scritto. “Abbracciare gli alberi”, in questa seconda edizione, è finalmente il libro che pensavo di scrivere.

  • Quali scrittori e poeti, antichi e contemporanei, ha trovato più affascinati e vigili rispetto al mondo naturale?

Sono un lettore onnivoro ma, essendo fortemente legato agli alberi e ai paesaggi mediterranei amo particolarmente gli scrittori siciliani. Mi viene da dire: tutti. Da Vittorini a Tomasi di Lampedusa, Pirandello, Sciascia, Verga e Brancati…

 

© Riproduzione riservata         www.sololibri.net/intervista-Giuseppe-Barbera.html       6 settembre 2017

 

CAMON

camon         

FERDINANDO CAMON:

ROMANZIERE, POETA, OPINIONISTA

 

  • La materia di Un altare per la madre è la stessa de Il Quinto Stato e de La vita eterna: il mondo contadino. Eppure qui il modo di raccontare è diverso; c’è per esempio un uso meno esplicito del dialetto.

Si tratta infatti di una traduzione da un tipo di dialetto padano a un italiano molto dimesso e scarnificato. Ho fatto questa scelta perché credo sia ora di disilluderci sul fatto che i romanzi possano avere come destinatari un pubblico contadino o proletario. L’arte è un prodotto borghese fatto da dei borghesi che ha per consumatori dei borghesi: l’argomento trattato può anche essere di ambientazione proletaria, ma rimane comunque destinato a dei borghesi. L’importante è non offrire questo argomento al lettore borghese per tranquillizzarlo, per ottenere complicità; bensì si deve, attraverso queste documentazioni, cercare di offenderlo, di insultarlo, di oltraggiarlo, dimostrandogli le sue responsabilità.

  • Quindi, non esiste un pubblico proletario?

No, non c’è. Non si scrive, né si dipinge, né si fa alcuna altra operazione artistica per un tale pubblico, che non recepisce, se ne frega, e ha ragione, dell’arte borghese.

  • Politicamente questa affermazione cosa comporta? Se la classe contadina non è destinataria di alcun messaggio da parte della classe culturalmente dominante, avrà un’evoluzione interna o rimarrà immobile

La classe contadina non ha alcun rapporto con la sinistra, né col PCI né con le altre organizzazioni. Non rimarrà immobile né si evolverà, semplicemente scomparirà. La cultura contadina sta morendo. Morirà, sarà sostituita da un’agricoltura industrializzata, da borghesi che abiteranno in campagna e letterariamente non si potranno più scrivere romanzi su questo mondo, se non per un’operazione “archeologica”, di documentazione colta.

  • Rispetto all’esperienza narrata da Gavino Ledda, di proletario approdato alla cultura borghese, l’esperienza del personaggio di Un altare per la madre è molto differente?

Artisticamente i libri di Ledda mi sono piaciuti, politicamente no. Perché il bersaglio, il nemico di Ledda è il padre, che è a sua volta una vittima, l’ultimo anello di una catena di vinti. Bisogna invece colpire più in alto, dove inizia la violenza e il potere.

  • Se il bersaglio deve essere ciò che sta sopra, non il mondo che subisce la violenza, questo suo ultimo romanzo è coerente in quanto non esprime la minima riserva verso quel mondo di vinti (il padre, la madre). Però, è davvero un’offesa per i borghesi?

I precedenti miei romanzi sul mondo contadino erano libri sulla miseria di quel mondo, sulla sua condizione sfruttata, sottoumana, animale. Questo ultimo romanzo scopre una certa forma di grandezza di quel mondo che sa inventare una forma salvifica, di vittoria sulla morte: perciò è raccontato in maniera epica; ho lasciato perdere i toni sarcastici, parodistici, aggressivi degli altri romanzi. Questo però non significa che qui ci sia una riappacificazione tra sfruttati e sfruttatori: questo è un romanzo interno al mondo contadino, perché la cultura di questo mondo è estranea al mondo dominante. Non è nemmeno una cultura cattolica, perché il cattolicesimo non funziona secondo la morale cristiana. Questo libro è rivolto a lettori borghesi per metterli a parte di qualcosa che essi non conoscono, è una ricognizione dettagliata di una classe “inferiore”: non c’è però solidarietà con quei lettori, anzi è esplicita l’accusa di tradimento di alcuni valori, che invece la cultura contadina conserva. Sono valori pre-cristiani, barbarico-primitivi, morali nel senso naturale del termine: valori che gli sfruttatori cattolici hanno tradito. Il dio di cui parlo non si incarna cattolicamente nella Chiesa, ma pre-cristianamente nel popolo, nella comunità contadina. Questi valori non vanno scherniti, ma devono essere raccontati col massimo di adesione, dall’interno.

  • In questo modo però non c’è opposizione nel senso di ribellione alla cultura borghese. L’indifferenza può diventare accettazione.

No, è rifiuto, è non-collaborazione. E’ un “mettersi di traverso” come dice Benjamin. Non è aperta ribellione perché non è in grado di esserlo.

  • Ma se questa classe contadina, depositaria di rifiuto, sta scomparendo, a chi rimane nella società di oggi il compito di ribellarsi? Nel libro c’è anche una polemica verso l’imborghesimento degli operai.

Noi abbiamo molta cultura e letteratura operaistica, eppure la cultura operaia non esiste. Invece c’è una ricca cultura contadina, che però politicamente si esprime in termini conservatori. La situazione in Italia è contraddittoria: la grossa e media borghesia si schierano al centro, gli operai sono PCI, i contadini ancora DC. Il “movimento” politicamente non ha alcuna rilevanza. La cultura contadina, non il suo voto, è anti-borghese e di questa cultura che scompare io ho parlato nel mio libro. E’ un libro sulla morte privata, quella di mia madre, che per me ha coinciso con quella di un mondo, freudianamente, quindi ha assunto un significato collettivo. Non mi interessava parlare della morte in sé, ma di ciò che avviene dopo, della salvezza del morto e di chi rappresenta. E’ un’invenzione, non un recupero: per salvare dalla morte si inventa prima un monumento simbolico (l’altare costruito da mio padre) e poi un altare simbolico, quello fatto da me, con le parole.

«Quotidiano dei Lavoratori», 13 aprile 1978

CARAFOLI

ernesto

ERNESTO CARAFOLI,

CHIMICO E DOCENTE UNIVERSITARIO

 

  •  Attraverso quali percorsi – di studio e di vita – è arrivato a occuparsi di biochimica e a insegnare al Politecnico Federale di Zurigo?

Ho studiato medicina, e a dire il vero l’ho fatto senza possedere una vocazione vera e propria, per una sorta di imperativo interno: vengo da una famiglia di medici, mio padre aveva dovuto abbandonare la ricerca in ambiente clinico universitario per dedicarsi alla professione, e si sentiva (e io lo sentivo) un po’ sprecato. Quindi ho scelto di frequentare medicina per fargli piacere, offrendogli quasi la possibilità di una rivincita morale. Allora ero forse più interessato a studi letterari o filologici, d’altra parte non ho vissuto questa decisione come un sacrificio o un’imposizione, conscio com’ero e come sono che vi è del positivo nel fare qualcosa che magari piace meno di altro ma è più gradito (serve di più) a chi ci sta intorno. Un discorso difficile da accettare oggi; comunque per me è stato così. Mi sono quindi laureato in medicina, scegliendo di lavorare nell’Istituto di Patologia generale di Modena, affascinato anche dalla figura morale e scientifica di Massimo Aloisi, un vero maestro, per me e per la cultura italiana dell’epoca. Un uomo di grande cultura, direi un uomo rinascimentale, e mi considero fortunato, molto fortunato, per averlo conosciuto. Non mi ha solo insegnato il mestiere, mi ha insegnato a vivere. Ho passato poi alcuni anni in Psichiatria, sentendo il richiamo un po’ misterioso un po’ romantico della malattia mentale; allora tuttavia questa scienza era insieme primitiva e violenta, non aveva tutti i supporti farmacologici che ha oggi e quindi mi ha stancato presto. Ero assistente universitario, e vinsi una borsa di studio del CNR per specializzarmi a Baltimora, all’Università John Hopkins: rimasi in America tre anni, e ne uscii biochimico. Per tutti gli anni ’60 feci la spola tra Modena e Baltimora, approfondendo sempre di più i miei interessi in campo biochimico: tornato definitivamente in Italia nel ’68, vissi con disagio sempre maggiore la difficoltà di fare ricerca nel nostro paese, e quando dovetti scegliere tra la cattedra di biochimica che mi veniva offerta da Politecnico di Zurigo e la cattedra di Patologia Generale che avevo nel frattempo vinto a Padova, optai per Zurigo, nel ’73. E non me ne pento.

  • Come si svolge la sua attività di ricerca e quella didattica?

In pratica si devono distinguere tre momenti fondamentali: c’è la lezione su un argomento di biochimica, poi l’attività didattica con i laureandi e gli specializzandi, e infine il lavoro di ricerca e di laboratorio su cui ovviamente non subisco controlli di nessun genere, ma che è fondamentale e scontato dover proseguire ai più alti livelli, visti anche i mezzi che mette a disposizione il Politecnico. Il nostro primo corso di biochimica – al terzo semestre – è seguito da circa 150 studenti delle facoltà di farmacia, e delle diverse suddivisioni della Facoltà di scienze naturali. Di questi, una trentina scelgono di laurearsi in biochimica e 5-6 fanno la tesi con me.

  • A quali rami della ricerca biochimica si interessa di più, e di cosa si occupa attualmente?

Per alcuni anni mi sono occupato di bioenergetica, cioè dei meccanismi di produzione di energia nelle cellule; in seguito ho studiato il controllo della biochimica cellulare, cioè i segnali che le cellule ricevono e decodificano; questi segnali sono trasmessi da tanti elementi diversi, il più importante dei quali è sicuramente il calcio. Mi occupo quindi di calcio, come elemento chimico “veicolo”, diciamo così, trasportatore di segnali.

  • So che lei è un’autorità a livello mondiale su questo argomento.

C’è un po’ di retorica su questo: il fatto stesso di occupare una cattedra al Politecnico di Zurigo crea questa fama di autorità, non so poi quanto reale. Senz’altro molto comoda però, perché permette di ottenere riconoscimenti, di svolgere una funzione traente nell’organizzazione della ricerca internazionale, di avere finanziamenti molto più facilmente di quanto può accadere a un professore di un’università italiana.

  • In quale lingua tiene le sue lezioni?

Per i primi due anni in inglese, oggi, dopo aver rinfrescato il tedesco con cui avevo familiarità da bambino, faccio lezione in questa lingua. In realtà, essendo il Politecnico un’istituzione federale, potrei esprimermi in una qualsiasi delle quattro lingue ufficiali in Svizzera (sì, anche in romancio che, essendo io friulano, mi è particolarmente vicino). Non ho mai accettato il dialetto svizzero come lingua di comunicazione, sia perché lavoro in un ambiente internazionale (una notevole proporzione dei docenti è straniera), sia perché lo svizzero è una lingua priva di tradizioni culturali vere, soprattutto una lingua che non si può scrivere, e con un vocabolario molto limitato, quindi sostanzialmente inadatta alla comunicazione scientifica. Piaccia o non piaccia, la lingua della scienza è oggi l’inglese: i nostri libri, i seminari, i congressi sono tenuti in inglese. E quindi uso soprattutto questa lingua.

  • Quali sono le risposte più innovative che possiamo aspettarci dalla biochimica, oggi, nelle sue applicazioni concrete?

Di regola, la gente si aspetta risposte e applicazioni concrete in ambito medico: e infatti già possiamo fornire indicazioni precise su meccanismi di malattia che possono aprire la porta alla scoperta di interventi curativi, per esempio nella lotta al cancro. Ma ci sono altri campi di ricerca in cui la biochimica offre possibilità enormi di ricadute pratiche: la biochimica delle piante può essere utilizzata nello studio dei pesticidi, nel controllo dei raccolti, eccetera. La biochimica sta facendo progressi enormi e soprattutto progressi rapidi: si scoprono cose nuove ogni giorno, si ampliano orizzonti, scostandosi magari sempre più dalla chimica per avvicinarsi alla biologia, cioè ai processi della vita affrontati con metodiche genetiche, tossicologiche e così via.

  • E a proposito di applicazioni pratiche della scienza, le recenti polemiche sull’ingegneria genetica la vedono ottimista o pessimista, riguardo al senso di responsabilità degli scienziati?

La coscienza collettiva è turbata dal problema etico, filosofico, posto dalle ricerche dell’ingegneria genetica: teme ad esempio che si possano sviluppare ceppi batterici nuovi e non debellabili, e che per dolo o per errore possano diffondersi tra gli uomini; oppure teme la creazione in laboratorio di mostri, o esperimenti su cavie umane. C’è, in questi timori, qualcosa di fantascientifico, un misto di demagogia e ignoranza; il compito più prossimo dell’ingegneria genetica è quello di intervenire su errori esistenti nei geni, e ancora non è pronta a fare ciò. Figuriamoci se si riesce a creare la vita in provetta! Le previsioni su questi punti che si leggono periodicamente nella grande stampa fanno sorridere.

  • È indubbio però che il potere nella mani degli scienziati è enormemente aumentato; sono loro, oggi, i nuovi chierici? A loro è demandata l’interpretazione critica del reale, e magari anche la proposta di interventi correttivi? In altre parole, sono gli scienziati a guidare le regole del gioco oggi, o sono “guidati”?

Ci sono senz’altro scienziati “guidati”, che lavorano al servizio di grandi industrie, o di potenze militari. Il pericolo più diffuso è tuttavia un altro: quello cioè che l’uomo di scienza sia talmente affascinato dalla propria ricerca da non occuparsi di ciò che ne deriva, che insomma “veda i rami ma non la foresta”, e si chiuda nella classica torre d’avorio. C’è forse un peccato di presunzione, o di orgoglio, insito nell’animo umano: ed è quello di voler a tutti i costi aumentare la conoscenza, raggiungendo sempre nuovi obiettivi, ma disinteressandosi delle finalità ultime, della motivazione della propria ricerca. Fare lo scienziato “puro” è quindi cosa rischiosa ma sempre meno di quanto non sia fare lo scienziato “manager”, affarista; in questo senso anche la biochimica si è “corrotta”, e molti uomini di studio sono attirati dal miraggio di guadagni facili. Non vedo nulla di male nel collaborare con l’industria, ad esempio con la grande industria farmaceutica, per risolvere problemi di mutuo interesse, anzi. Vedo però molto di male, molto di corrompente, nell’adattare i propri piani di lavoro alle domande industriali, nel decidere il tipo di ricerca che si fa, in base alle domande dell’industria. Domande che ovviamente hanno una contropartita per il ricercatore che vi si adatta. Il punto di incontro deve essere diverso, e cioè basato sull’avanzamento della conoscenza, senza condizionamenti da parte del ricercatore universitario e sull’uso di questo avanzamento da parte di chi si rivolge alle applicazioni pratiche. Che queste poi siano fonte di guadagno mi pare del tutto normale.

  • So dei suoi vasti interessi letterari, della sua conoscenza non superficiale del mondo dell’arte. Esistono ancora, secondo lei, “le due culture”? Capita spesso di conoscere umanisti interessati alla scienza e viceversa?

Le due culture esistono, eccome, e questa è un po’ la maledizione che incombe sulla cultura italiana dai tempi di Croce, la convinzione cioè che per essere colto non sia necessario conoscere il significato della parola neutrino o quale sia il principio di Pauli, mentre è fondamentale conoscere Montale. Io ritengo invece, con buona pace di don Benedetto, che nel XX secolo anche la scienza si debba considerare parte essenziale della cultura che nobilita l’uomo. Mi addolora il fatto che quando si parla di “fuga dei cervelli” dall’Italia, non si dia abbastanza peso all’enorme perdita che il nostro paese ha subito con la partenza di schiere di specialisti di scienza del calibro di Dulbecco o di Luria, di Segre, o di Rossetti, mentre si scatena un pandemonio per commentare l’annunciato (solo annunciato, naturalmente) esilio di storici o peggio di tuttologi di cui noi abbiamo ben poco bisogno. Certo, il linguaggio della scienza è un linguaggio difficile, che scoraggia chi non vi è preparato: ma anche gli altri linguaggi specifici (quello della musica come quello della poesia) non sono facili, eppure molti riescono a spacciarsi per intenditori, magari barando; invece nella scienza non si può barare: o uno sa o non sa. Nessuno può improvvisarsi esperto, e ciò scoraggia i mistificatori, i parolai.

  • Lei fa la spola tra diverse università: USA, Svizzera, Giappone, Italia. Quali le sembrano le differenze sostanziali tra i vari metodi di ricerca? Come giudica la preparazione scolastica dei giovani universitari di questi paesi? Davvero l’Italia è tanto indietro nella preparazione scientifica dei suoi studenti?

Sono paesi molto diversi per tradizione culturale e per organizzazione sociale; direi poi che il Giappone costituisce una realtà a sé, non confrontabile con quelle occidentali. E’ un paese oggi all’avanguardia nel lavoro scientifico, soprattutto nel mio campo di studi, ed è sostenuto da un’etica professionale rigorosa, che lo imparenta un po’ alla Svizzera, ma forse ancora più esasperata che qui. Negli Stati Uniti si assiste a un fenomeno preoccupante e di tendenza opposta: per più di un decennio ormai le amministrazioni di governo hanno demotivato i giovani brillanti intenzionati ad abbracciare la carriera scientifica. Di fatto, questo paese sta perdendo il ruolo faro della ricerca mondiale, anzi negli ultimi anni, con il taglio ai fondi per l’università, la situazione è notevolmente peggiorata, e finirà per aggravarsi ulteriormente alle soglie del duemila; al punto che noi europei abbiamo concrete possibilità di superare i nostri maestri. La Svizzera è un paese ben organizzato, che dà condizioni di lavoro ottimali e sfrutta qualsiasi possibilità di migliorare il suo livello scientifico, per esempio servendosi anche di ricercatori stranieri o affidando i vertici della sue università a docenti non svizzeri: quale sia l’apporto originario svizzero a questa rosea situazione scientifica è difficile dire, perché appunto ricorre molto spesso a persone che sono state preparate altrove. Non bisogna sottovalutare però il materiale umano su cui noi possiamo lavorare al Politecnico: gli studenti, che al Politecnico di Zurigo sono eccezionali, molto ben preparati, anche perché la selezione – drastica e traumatizzante per i ragazzi – si fa a monte, e all’università arrivano effettivamente solo i migliori. In Italia, invece, è tutto molto diverso: c’è dell’ottimo materiale umano, sia tra i docenti sia tra gli studenti, un enorme entusiasmo, direi quasi un’eccitazione per ogni “avventura” scientifica. Però nei ragazzi trovo delle lacune culturali spaventose, frutto della demagogia e dell’approssimazione che sono state la regola nella nostra università da circa un ventennio. Il ’68 è stata un’esperienza importante, una grossa ventata di aria fresca che ha spazzato via l’accademismo feudale in cui ci dibattevamo, ma ha segnato anche l’inizio di uno sfascio a cui le forze politiche e culturali non hanno saputo porre rimedio. Temo che per lungo tempo si sia voluto tentare di cavalcare la tigre, e i nodi, come d’altronde era ovvio prevedere, ora arrivano puntualmente al pettine. Un grosso problema consiste nella struttura dell’università, che garantisce un posto a vita a ricercatori poco più che adolescenti che avrebbero assoluto bisogno di frequentare ambienti di lavoro diversi, anche e soprattutto all’estero, per imparare e per sprovincializzarsi. Si blocca così qualsiasi avvicendamento, ma anche ogni possibilità di premiare i meritevoli. E’ un malinteso senso di democrazia, quello che vuole assicurare il “nulla” a tutti. Purtroppo, per parafrasare Gobetti, “l’università è l’autobiografia di una nazione”, rispecchia bene i problemi che l’Italia ha laddove vince l’ottusità burocratica, il malcostume politico, la chiacchiera vuota. Ci sono alcune isole che si salvano, delle facoltà in cui si lavora e si produce, ma grazie al sacrificio personale e culturale dei professori che sono rimasti, e di cui ho il più grande rispetto. Mi è difficile non pensare per loro al tempo degli amanuensi.

  • Lei è anche membro del Consiglio Direttivo del Liceo Artistico Italo-Svizzero di Zurigo. Cosa pensa di questa iniziativa?

Raggiungerà senz’altro il suo obiettivo di fornire uno sbocco ai ragazzi svizzeri e agli italiani che vivono qui, spesso ingiustamente penalizzati da questo sistema scolastico che nella selezione è crudele e usa troppa poca elasticità. Avrebbe potuto essere, questo Liceo, qualcosa in più: aprirsi anche agli italiani che risiedono in Italia e costituire un momento d’incontro tra due culture diverse e complementari. Indipendentemente da ciò, è fondamentale il fatto che una istituzione svizzera si serva di personale italiano per fornire un servizio culturale ai suoi cittadini: questa è una novità che speriamo tutti gravida di implicazioni e suggerimenti per il futuro.

«Agorà»» (Svizzera), 17 gennaio 1990