ACITELLI

FERNANDO ACITELLI, CANTORE DI ROMA E DEL CALCIO

 

Nato a Roma nel 1957, laureato in Lettere Moderne e in Filosofia, ha pubblicato opere in versi e in prosa. Tra le raccolte poetiche: Gli amplessi di Saint Just (1994); La solitudine dell’ala destra (1998); Il bacio dei coniugi Arnolfini (2001), Hogarth (2008), Cantos Romani (2012), Accattone ((2015). In narrativa: I vecchi esultano la sera (2007), Miagola Jane Birkin (2009).

  • Ci può parlare in breve dell’ambiente familiare e culturale in cui è cresciuto e si è formato?

È la Roma degli anni ’60, ariosa, gioiosa, spontanea, in certi scorci ancora belliana sui gradini di certe chiese a Trastevere; una città composta da tante piccole drammaturgie che, tutte insieme, formavano un affresco prezioso. È stata la Roma popolare, colorata e vociante, post bellica; quella dei cortili silenziosi con ballatoi e cessi arrampicati, ricoperti di muschio. Lo stupore all’ascolto di melodie degli anni ’30: qualche superstite disco di Rabagliati da un grammofono. Il timore nei cortili era mandare ariette degli anni ’30. Il giovanotto in canottiera sul balcone, muscoloso per natura. Lei signorina guizzante, già impiegata, puntuale al mattino alla fermata del tram. Una Roma di sguardi sinceri anche nella stentatezza del vivere, anzi, ancor più votati alla sincerità proprio in virtù di tale condizione. Una Roma di strade sgombre, di spazi ampi; una Roma “del quartiere”, che pareva fosse cinto da mura se tutto si svolgeva al suo interno: il panettiere, lo stagnaro, il barbiere, il bar, il cinema di seconda visione, il Due Allori, l’Impero, l’Alfieri, l’Arena Flora e poi il Diana; quindi la sala biliardi, la merceria, la bustaia, la sarta in un negozio sulla strada, le osterie con pergolato dove i vecchi si stordivano con litri di Frascati; un quartiere con le sue eleganze se nelle cartolerie, a Natale, vendevano anche le statuine del presepe. E poi l’universo del mercato dove ogni paura sembrava attenuarsi per l’umanità che grondava dai venditori. Lo sentivo con mia madre, per mano. E tutt’attorno, accanto ad una edilizia economica e popolare con casette basse e giardinetto sul davanti, incominciavano a vedersi i primi palazzoni, proprio come quelli di Don Bosco, a Cinecittà, in certi scorci di Mamma Roma. Anche quei silenzi all’inizio de Il sorpasso di Dino Risi li ho sentiti molto anche se il mio quartiere non era quello alto borghese della Balduina. Ricordo i silenzi d’agosto con la città vuota: uno spettacolo ammirare quella desolazione rovente. Girare da solo nel quartiere era un’avventura entusiasmante. Una Roma umana, non ancora oltraggiata. Una Roma bellissima perché prima del genocidio, della mutazione antropologica come avrebbe sottolineato Pasolini pochi mesi prima di essere ucciso, riferendosi alla nuova dittatura del consumismo. Una Roma in cui la famiglia era al centro di tutto. Eccola in sequenza quella che mi riguardava: mio padre, reduce di guerra ed ex internato nei campi di concentramento e mia madre, l’angelo del perimetro sacro della casa. Io e mia sorella a stupirci che fosse tutto vero dinanzi a noi.

  • Quando e come si è avvicinato alla letteratura, e quali sono stati gli autori che più hanno influenzato la sua scrittura?

Sono nato in mezzo ai libri. Ogni sera mio padre rientrava con un libro o più fascicoli delle varie enciclopedie che iniziava e portava a termine. Il ricordo vivo è che lui apre la porta e in mano ha quel tesoro. Dopo cena a me e mia sorella dedicava molto tempo e ci insegnava il disegno in cui lui era bravissimo. Con i pastelli specialmente. Lo ammiravamo come fosse un eroe. Da subito amai  le enciclopedie, ci rimanevo pomeriggi interi e rimandavo alla sera i compiti. Ero colpito subito dai nomi e dai volti dei personaggi storici. Vedevo immediatamente la loro data di nascita e di morte. M’interessava molto sapere quanto avevano vissuto e cosa avevano combinato. Le illustrazioni e le fotografie aiutavano moltissimo. È ad esse che devo molto. La mia passione per i volti, gli sguardi e quindi l’interpretazione dei tipi umani, credo che sia iniziata in quelle sere alla metà degli anni ’60 insieme a mio padre. Mia madre ci lesse tutto il libro Cuore: io e mia sorella avevamo quattro e cinque anni. Quando mia madre arrivava al racconto Dagli Appennini alle Ande io e mia sorella iniziavamo a piangere. Mio padre leggeva prima di coricarsi: abatjour accesa e vai con le biografie, i libri suoi preferiti. Antichi e moderni faceva lo stesso. Lo imitai: con fatica avanzavo nelle Vite parallele e, come terminavo un’esistenza, mi sentivo grande. Il primo romanzo che lessi fu Capitani coraggiosi di Kipling. Poi vennero Tom Sawyer, I ragazzi della via Pal e L’isola del tesoro, Zanna bianca nelle edizioni a fascicoli della Fabbri Editori con copertina di pelle blu e dorature sul dorso.

  • Lei è stato definito “cantore di Roma e del calcio”. In che modo queste due passioni hanno nutrito la sua produzione letteraria, e insieme a quali altre espressioni artistiche o esperienze esistenziali (cinema, arte, teatro, lavoro, politica…)?

L’altra passione di mio padre era il calcio. Negli anni ’30 era stato bravo nei Boys della Lazio. Aveva smesso subito perché il tempo spensierato mancava. La Roma – frattanto era il 1927 – iniziò la sua storia al Campo Appio, a poca distanza da casa nostra. Mio padre non si perdeva una partita. Giocò per un breve periodo nella Lazio ma tifava Roma perché il primo campo dei giallorossi era vicino casa e lui, fanciullo, stava sempre lì. Giocò a calcio anche durante la guerra: mio padre partì per il servizio di leva nel 1937 e, terminata il periodo canonico di ferma, tornò per un breve periodo a casa; poi nel 1940 fu richiamato alle armi e tornò in Italia nel febbraio del 1946: fronte greco-albanese, Africa settentrionale, fatto prigioniero a Tunisi, poi condotto a Casablanca; da lì in nave fino a New York, poi a Washington, quindi in treno prima nei campi di concentramento di Lordsburg (New Mexico) e poi a Hereford (Texas). Le sue lettere dagli scenari di guerra – a parte il VERIFICATO PER CENSURA – sono delle lezioni di stile e descrivono un animo nobile. Questi fatti devo narrarli, magari di volo, perché hanno influenzato tutta la mia vita. Quanto al sentirsi definire “cantore di Roma e del calcio”, è un onore: se lo sapesse mio padre! A lui devo tutto. Le antichità di Roma erano le nostre traiettorie quando lui era libero: musei, Foro romano, chiese, marmi, scheggiature, busti d’imperatori. E poi gli anfiteatri. La via Appia Antica, la regina viarum, la posso vedere ad ogni ora del giorno salendo al terrazzo condominiale. Le tombe romane, sulla via Latina, la via arcaica dell’Urbe, sono a cento metri da casa. Sto tra le rovine, nella Storia. Sono un reperto anch’io. Succedeva questo quando ero piccolo: giocavo a pallone all’oratorio che stava proprio lungo la via Latina e lì, dopo le varie partite, scambiavo le figurine Panini giocando pure “a soffietto” per vincere. Quindi avevo degli eroi in mano, i calciatori appunto. Uscendo dall’oratorio c’era un infinito verde ondulato, quello che oggi è il più grande parco archeologico d’Italia, quello della Caffarella: lì, dopo la pioggia, la terra faceva riemergere monete romane, corniole, lacrimatoi, ampolle. Ogni moneta mostrava il profilo d’un imperatore. Una fortuna per me girovagare in cerca dei reperti. Il cortocircuito in me avvenne allora: figurine Panini in una mano e profili d’imperatori romani nell’altra. Il gioco era fatto. La solitudine dell’ala destra, si può dire con certezza, nacque quando non avevo nemmeno dieci anni, lungo la via Latina. Dovevo soltanto aspettare e accumulare dolore e trovare la forma. Passare alla parola scritta è stato abbastanza facile: sono stato e sono un instancabile camminatore e Roma l’ho attraversata a piedi in lungo e in largo; tutto questo non poteva che lasciare un segno in me. Camminando, superando quartieri, sentendo conversazioni, vedendo le case antiche accanto alle costruzioni moderne, comunicandomi con il passato, ecco che la parola, almeno agli animi sensibili, sopraggiunge. Inoltre: soprattutto il cinema mi affascinava ma intendo per lo più il luogo: era un miracolo vedere l’umanità che si sbracava lì dentro, nei cinema di 2° e 3° visione. Mi perdevo ad osservare tutti gli individui presenti in platea quasi tralasciando la pellicola che scorreva sullo schermo. Che miracolo erano i cinema di 2° e 3° visione a Roma tra la fine degli anni ’60 e tutti li anni ’70!… Avrei anche dormito lì dentro, insieme a chi mi aveva colpito tra perdigiorno, vagabondi, poveri che forse erano finiti là dentro per non pensare alla loro magra esistenza. Avevo il mito della cassiera ma non perché bella o provocante ma perché lei in un cinema di periferia era uno scrigno d’immagini per me, come pure l’uomo che strappava i biglietti. Lei stava al suo posto fino all’ultimo spettacolo e prendeva l’autobus per tornare a casa, l’ultima corsa. Bellissimo! Quasi sempre, nel raccontare, finisco in un cinema. Quanto all’arte, devo dire che la pittura mi è sempre stata accanto: anche lì, fondamentali sono state le visite con mio padre in chiesa e musei: ricordo soprattutto la Galleria Doria-Pamphilj e poi la Galleria Spada. Sono traiettorie che ancora m’appartengono. Per chi come me pensa per immagini e tiene a distanza i concetti, la pittura è amica fedele.

  • La Roma del passato e quella presente, lo sport nobile e quello corrotto: un confronto sempre deludente e insanabile?

Non è più tempo per le poesie scritte con il lapis o i foglietti ritrovati  di Kavafis. Quel tempo l’ho amato e pendo ancora verso di esso ma s’è dissolto: la mia inattualità è una certezza. Ho scritto tanto con i mozziconi di matita e ancora lo faccio per resistere: m’accantuccio da qualche parte – chiesa, vicolo, piazzola, ufficio postale – e sogno che la favola bella sia ancora nel paesaggio; in verità davanti ho tutte quinte sceniche che crollano. Il linguaggio s’è fatto acrilico e le vite inautentiche sono ovunque. La schedatura della società tecnologica ha tolto ogni mistero: ovunque si vada c’è una telecamera e l’essere rintracciabile con un codice è spaventoso. Dov’è finito l’uomo? La verità è che non credo negli individui e non ho speranze.

  • Dai suoi versi si intuisce una sensibilità attenta nei riguardi della fede e della spiritualità, della solidarietà verso gli ultimi e del rispetto per l’ambiente e la cultura. Sono valori trasmissibili, secondo lei, anche attraverso la poesia, o risultano obsoleti e indifferenti per il pubblico dei lettori?

Il mio mondo è quello dove s’innalzano gli ultimi e dove si stenta a vivere: questo lo vede benissimo e lo introietta soltanto il camminatore solitario. C’è una vicinanza ad essi perché anch’io vivo con poco e oggi la possibilità di finire sotto le arcate della Stazione Termini è possibile per tutti. Quanto allo scrivere, le disperazioni non si cercano e non si trovano nel computer, semplicemente si vivono. I reduci da qualcosa sono i miei compagni di strada: la loro chioma arruffata, il cappottone, la fragilità nello sguardo, gli improvvisi sorrisi, l’assenza d’una busta paga, d’un libretto sanitario. Possono contare soltanto su se stessi. E poi non sono in contatto. Per me sono queste figure a mandare in onda filmati d’un privato Ancien Régime dove anche Dio era presente. I disperati, i monologanti, i dormienti dentro vecchi vagoni sono l’idea del “senza orario”, del giorno pieno veramente, dell’abbandonata ossessione del tempo. Esistenze uscite dalla vita. E poi stravedo per le camere ammobiliate dove il sogno si solleva: lì dentro non si sarà mai raggiunti da messi comunali, da raccomandate e neppure da quegli ultimatum propri della Tecnica. La vera poesia nasce dalla disperazione e non nei salotti o nel tepore senza fine del benessere. La poesia (che si sente anche quando scrivo in prosa) mi sostiene; è l’unico puntello vero, ma non credo serva a mutare le tante crudeltà che s’allestiscono ogni giorno in gran silenzio.

 

© Riproduzione riservata        www.sololibri.net/intervista-FernandoAcitelli.html      29 novembre 2016

   

 

 

 

AIRAGHI

Mamma seria 1

ALIDA AIRAGHI

  • Raccontaci qualcosa di te. Che tipo di lettore sei?

Essendo di indole piuttosto riservata e silenziosa, già da bambina dedicavo molte ore delle mie giornate alla lettura. Le fiabe di Andersen, “I ragazzi della Via Pal”, “Pattini d’argento” erano i libri che preferivo. E invece non ho mai sopportato la narrativa “rosa”, per signorine. Nell’adolescenza poi, sulla spinta del mio amore per i cantautori italiani e francesi, mi sono avvicinata alla poesia, in specie a quella del nostro novecento. Durante gli anni universitari a Milano, i miei interessi si sono rivolti soprattutto alla filosofia, alla teologia, e alla letteratura: e lì tuttora rimangono incardinati. Leggo molte ore al giorno, soprattutto il pomeriggio, mai prima di addormentarmi perché ho la fortuna di piombare in un sonno profondo non appena mi metto a letto. Sottolineo i testi, prendo appunti, se mi imbatto in qualcosa che non conosco o non capisco cerco di approfondire l’argomento su internet o in una enciclopedia.

  • Quali sono i tuoi generi letterari preferiti?

Tra i libri di filosofia, mi oriento soprattutto verso la filosofia antica (materia in cui mi sono laureata) e quella del novecento: René Girard, Pierre Hadot, l’esistenzialismo, Simone Weil, Pareyson. Non amo né la psicanalisi né lo strutturalismo. Leggo libri di teologia, anche se (ahimè!) non posso definirmi credente: Mounier, Heschel, Buber, Quinzio, Mancuso, Vannini. Da qualche anno mi sto appassionando anche alla scienza, ma solo da dilettante volonterosa. E poi divoro tanta poesia, spesso corretta e guidata da testi di critica letteraria. Sono invece abbastanza restia ad affrontare la narrativa italiana contemporanea, che trovo alquanto deludente.

  • Di quali scrittori per nessun motivo al mondo perderesti una nuova uscita editoriale?

Non presto molta attenzione alle novità librarie, né alle classifiche delle vendite. Anzi, in genere sono un po’ prevenuta nei riguardi dei best-seller, perché penso che il successo di un titolo dipenda frequentemente – più che dalla qualità della scrittura – da precise strategie editoriali, da campagne mediatiche che poco hanno a che vedere con il valore letterario. E poiché sono tardigrada (non solo fisicamente, ma anche mentalmente) mi capita di soffermarmi a lungo sulle stesse pagine, o di tornare a rileggerle più volte, nei mesi e negli anni; perciò non seguo le mode, né Fabio Fazio.

  • Se ti chiedessero una lista di libri da leggere assolutamente nella vita, quali consiglieresti?

In narrativa, amo i grandi romanzieri russi, e poi Mann (I Buddenbrok, La montagna incantata); gli scrittori di cultura ebraica (Singer, Schulz, Malamud, Yehoshua); i francesi: Camus, Bernanos, Céline. Di recente ho riscoperto con ammirazione Garcia Marquez. Tra gli italiani Moravia, Sciascia, Calvino, Ortese, e tra i più giovani mi pare originale Giuseppe Genna. E i poeti? Eliot (il più grande…) e Rilke; Saba, Penna, ovviamente Montale, Caproni, Luzi, Giudici. I giovani mi sembrano poco innovativi, abbastanza estemporanei nello stile e spesso intercambiabili tra di loro. Più interessati a festival, performance ed esibizioni varie che alla poesia stessa.

  • Come hai conosciuto Sololibri e cosa ti piace del nostro sito?

In passato ho collaborato a diversi quotidiani e riviste, italiani e svizzeri, avendo insegnato a lungo a Zurigo. Da qualche anno pubblico le mie recensioni su alcuni blog, e così mi sono imbattuta in Sololibri, che mi piace perché presta attenzione anche ai volumi datati, alle riletture, e spazia tra generi differenti. Inoltre mi sembra più “democratico” di altri siti letterari, spesso ristretti a circoli elitari, in cui ci si scambiano complimenti vicendevoli, o stroncature illividite e ingiustificate. Ho provato a mandare un mio articolo, è stato subito accolto: grazie!

  • Qual è il libro sul tuo comodino al momento?

Sto leggendo, in colpevole ritardo, Benito Cereno di Melville. Me l’ha raccomandato mia figlia Daria, anglista. L’altra mia ragazza, Silvia, dottoranda in storia del cinema a Londra, mi consiglia invece i film. Mi fido molto del loro giudizio.

  • Tra le tante novità uscite (o che usciranno) nel 2015, c’è un libro che ancora non hai letto ma che non ti lascerai sfuggire?

Non saprei cosa dire, vista appunto la mia refrattarietà alle novità. Forse il nuovo, atteso romanzo di Harper Lee, o l’ultimo Yehoshua…

 

© Riproduzione riservata    www.sololibri.net/Intervista-ad-AlidaAiraghi.html     24 novembre 2015

AIRAGHI

Ma da dove gli viene / quest’amore per la vita, questa / disperata passione di essere nel mondo? // In fondo al cuore crede / che domani sarà meglio, / che qualcosa accadrà, di grandioso. // Il riposo arriva la sera. Respira la spenta / trepidazione della notte, / e si addormenta come un bambino: // come dopo aver detto una preghiera.». Uno stralcio di versi da Tarcisius, scritta rileggendo Le ceneri di Gramsci e Il pianto della scavatrice, poesia folgorante in Omaggi, nuova (singolare) raccolta di Alida Airaghi, edizioni Einaudi. I versi di tredici poeti (Gozzano, Saba, Ungaretti, Montale, Penna, Pavese, Caproni, Angeli, Luzi, Zanzotto, Pasolini, Giudici, Pagliarani) rivivono nei versi della poetessa veronese che «traendoli» dalle relative composizioni li ha «confusi» con i propri. Ciascun “omaggio”, scrive Jean-Jacques Marchand nella postfazione, presenta una prospettiva nuova della percezione dei sentimenti e dei ricordi dell’autrice. «Nella carne dei giorni», la Airaghi «sceglie l’eletta poesia», indaga «l’incredibile», destandoci ai bagliori dell’amore. E «tutto è vivo» anche nella sezione “Il viaggio”, «tardivo omaggio al passato», all’amata Zurigo.

“Ma un cuore vero trema di una strana / gioia di vivere anche nel dolore”. Con i suoi versi chiedo: di fronte al dolore del mondo la funzione “riparatrice” della poesia è sempre viva?

La poesia aiuta, di certo, a superare il dolore. Esattamente come la musica, un’amicizia, un amore, o qualsiasi altra esperienza vivificante, può riuscire a curare le ferite, ad alleviare i momenti di infelicità. Ciascuno di noi si aggrappa a una zattera per salvarsi nella burrasca. Per me è sempre stato difficile giustificare la sofferenza, soprattutto quella innocente, immeritata. E più quella degli altri che la mia, al punto che spesso non riesco nemmeno a guardare un tg per intero, e mi accontento di leggere i titoli di testa. In questo senso, la voce dei poeti mi è servita, già dall’adolescenza, come un rifugio, un porto sicuro cui approdare. Se abbia la stessa funzione riparatrice, consolatrice, ma anche di supporto e rafforzamento a livello collettivo, sociale e politico, non sono sicura di poterlo affermare. In passato abbiamo avuto una poesia civile capace di catalizzare entusiasmi e ribellioni, una sorta di collante comune: dalla metà del secolo scorso credo che questa funzione venga svolta con più verità e successo dalle canzoni. La poesia più che mai rimane un’arte di nicchia, con scarsa capacità di pungolo e traino nella società.

Qual è l’incarico (odierno) della poesia?

Terribile pensare, o anche solo sperare, che la poesia debba avere qualche incarico. Oggi, poi… Basta la sua gratuità, il suo non essere a servizio d’altro che della sua stessa parola, a renderla rivoluzionaria. Non asservirsi, e non servire, nel senso di non essere serva. Mi pare già moltissimo, in una società che utilizza tutto e tutti per affermare la sua inscalfibile potenza masticatoria e omogeneizzante. Il rifiuto di “servire” scardina.

La poesia, necessita più di ascoltare o di essere ascoltata?

Presumo che la poesia necessiti di silenzio, come la preghiera. Ma temo che questa mia convinzione derivi soprattutto da un mio tratto caratteriale. Nutro dei dubbi riguardo alla necessità e alla moda dei festival, delle letture ad alta voce, della spettacolarizzazione: mi sembra che il pubblico che assiste a queste manifestazioni sia interessato all’evento sociale, a conoscere il personaggio-autore, più che a fare risuonare dentro di sé l’eco della poesia. Tanto è vero che alla fine i libri di versi non si vendono, non li legge quasi nessuno. Anche il Vangelo lo leggono in pochi, persino tra i praticanti.

Per Brodskij la poesia è “straordinario acceleratore mentale”, per Airaghi?

Mah. Mi piace moltissimo fruire della poesia, quasi più che scriverla. Siccome però sono tardigrada, mentalmente e fisicamente, in genere un bel verso non mi accelera un bel niente! Semmai mi stordisce, mi immobilizza: quasi come una paralisi improvvisa. È una rivelazione.

È corretto dire, come scrisse Andrea Emo, che “la vera poesia è quella che dice assai più di quello che dice”?

Credo che Andrea Emo, di cui sono grande ammiratrice, avesse ragione. Una poesia non deve mai dire tutto, deve nascondere la sua intenzione più segreta: altrimenti diventa una pagina di diario, che è altra cosa. Spetta poi al lettore scoprire significati suppletivi, magari anche illusori, falsi, che il poeta nemmeno conosceva o celava addirittura a sé stesso. Ci sono poesie a cui io davo un determinato significato, e poi leggendo diverse interpretazioni critiche, mi accorgevo di essere completamente fuori strada. O magari si sbagliavano i critici, chi può dirlo? Una splendida composizione di Clemente Rebora, ad esempio, recita così: “Nell’ombra accesa / Spio il campanello / Che impercettibile spande / Un polline di suono – / E non aspetto nessuno”. Ho sempre pensato che Rebora alludesse al raccoglimento del fedele al momento dell’elevazione eucaristica, e che il trillo fosse quello del campanello che accompagna tale momento. Poi ho letto invece che l’attesa riguardava l’arrivo della donna amata. Forse? Chissà. Harold Bloom ha scritto che “L’arte di leggere una poesia inizia dalla comprensione dell’allusività”.

“La dolcezza è cosa rara. / Chiara e lieve se accarezza.”, ancora i suoi versi per chiedere: quando una poesia può dirsi compiuta?

Non so se riesco a rispondere in maniera appropriata a questa difficile domanda. Perché io ho tempi di incubazione lunghissimi, e poi scrivo di getto, in genere con poche correzioni. Anche per i poemetti più estesi degli “Omaggi” (Luzi, Caproni, Pasolini, Zanzotto, Pagliarani…) è stato così: preparazione meticolosa e stesura veloce, quasi in trance. Alla fine mi accontento se arrivo almeno parzialmente a raggiungere il risultato che mi ero prefissa; comunque il giudizio finale spetta al lettore, credo.

La forma quanto incide sull’essenzialità della parola poetica? Quest’ultima per preservare la propria efficacia comunicativa deve “esprimersi” usando il linguaggio del tempo in cui nasce e vive?

Non vorrei arrivare alla rigidità di Valéry, per cui in poesia il contenuto “è” la forma, ma non riesco ad apprezzare la casualità, l’esibito disordine, il pressapochismo e l’improvvisazione di molta poesia contemporanea. Non sono mai stata una fan nemmeno della beat generation. Temo che a volte l’eccesso di disinvoltura linguistica, un’esasperata trasgressività sintattica, l’incomprensibilità lessicale o il gioco fine a sé stesso cerchi di sopperire a una reale mancanza di ispirazione o di effettiva capacità costruttiva del verso. Non basta scrivere quello che passa per la testa andando a capo spesso, esagerando nei puntini di sospensione o negli spazi bianchi, involgarendo il messaggio con termini scurrili, per pensare di aver prodotto qualcosa di originale, disturbante, sovversivo, nuovo. Ogni poeta vive il suo tempo, scrive con la lingua del suo tempo; non c’è nessun bisogno di inventarsene una futuribile. Alla mia età purtroppo non so trovare arricchente il rap, il poetry slam, né la canzonetta di San Remo: mi sembra un livellamento pericoloso del gusto, una banalizzazione troppo facile e scontata. Dopo il Gruppo 63, di cui rimangono ormai solo stanchi e inefficaci epigoni, abbiamo imparato che il mondo (l’economia, la politica, il potere mediatico) non viene nemmeno lontanamente scalfito dall’insubordinazione letteraria.

Quale (e per quali ragioni) poeta e i relativi versi non dovremmo mai dimenticare?

Non dobbiamo dimenticare mai, proprio mai, nessun poeta che sia tale. Né i suoi versi. Ricordo spesso le parole di Montale al momento del conferimento del Nobel: “Ho scritto poesie, un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo e questo è uno dei suoi titoli di nobiltà”. Se la poesia non salva il mondo, tuttavia può aiutare a conservarlo, a dargli coraggio. Tutti i corollari che circondano oggi la scrittura poetica (editori, premi, classifiche, rivalità) sono inessenziali, una leggera foschia che l’appanna per breve tempo. E il poeta è un temerario che risveglia in noi qualcosa di assopito, di svogliato, di poco attento: gli dobbiamo gratitudine. Io sento una riconoscenza infinita verso i Maestri.

Pensando al suo “Omaggi” le chiedo: com’è nata l’esigenza (il “dettato”) di questo “libro profondamente autobiografico” dal “taglio” originalissimo?

La prima silloge degli “Omaggi” l’ho composta nel 1995, su invito di Eugenio De Signoribus che stava preparando un numero speciale di Hortus in onore di Giovanni Giudici. Io già dagli anni universitari provavo un’ammirazione sconfinata per La Bovary c’est moi, e in quel periodo stavo leggendo un libro che secondo me è tra i più grandi della letteratura novecentesca: La montagna incantata. Mi è venuto naturale fondere insieme gli amori sofferti e delusi della protagonista di Giudici e di Hans Castorp, e in tal modo è nato il primo dei miei “Omaggi”. In seguito ho scritto la lirica iniziale su Montale, e poi per anni più niente. Ho provato a inviare a Einaudi il dattiloscritto completo nel 2013, con l’aggiunta di un capitolo inedito che rielaborava i miei ricordi elvetici (ho vissuto e insegnato a Zurigo per molti anni, e le mie due figlie sono nate lì), e Mauro Bersani mi ha proposto di farlo uscire nel 2017. E così è stato. Vorrei aggiungere che non frequento il mondo letterario, e non ritengo sia necessario conoscere personalmente editori e scrittori per poter pubblicare. L’omaggio a mio marito Siro Angeli, e alla sua Approssimazioni all’arte poetica, mi è parso doveroso e giusto, sia perché penso che la sua figura intellettuale sia colpevolmente dimenticata, sia perché da quando gli scrissi a sedici anni avendolo trovato in un’antologia scolastica, fino alla sua morte, mi ha insegnato tantissimo, con l’esempio severo della sua moralità e del rispetto che si deve alla parola.

Riporterebbe tre poesie dal suo “Omaggi” per salutare i nostri lettori?

Ecco tre poesie tratte da “Omaggi” con cui desidero salutare e ringraziare chi mi legge o vorrà leggermi. Rivivono versi di Montale, Penna, Giudici.

 

Molti anni, e uno più duro sopra il lago
su cui s’illuminano aurore e attese.
Arrivasti improvviso, a diradare
la mia nebbia di sempre.

Imprimerli potessi, ridestarli
in uno schermo d’immagini
schiarite… E con te cancellare il vissuto
per niente, azzerarlo.

Con il cielo coperto, l’erba ormai alta
(la panchina azzoppata,
e cartacce e lattine). Ero sola
in un’ora di quasi pomeriggio
a tentare nel vuoto un pensiero di bene.
L’ amore era lontano o era in ogni cosa?

Dove sarai, mi chiedo, in quale tempo
e spazio fuggita, nascosta al mio bene
divenuto insopportabile? Partita senza dirmelo,
che era l’ultima volta e davvero, stavolta.
Se l’avessi saputo, avrei preparato un addio
come si deve, e non il saluto di sempre:
e ti avrei imparato a memoria, il vestito,
le scarpe, le parole taciute. Storia
della mia vita, non può essere che senza
preavviso, senza ripensamenti, tu sia finita.

 

© Riproduzione riservata                Grazia Calanna, L’estroVerso, 2 marzo 2018

 

ANELLI

Organizzare la cultura: poesia e critica secondo Amedeo Anelli

 

ORGANIZZARE LA CULTURA: POESIA E CRITICA SECONDO AMEDEO ANELLI

ATMOSPHERE LIBRI

Intervista a Mauro Di Leo, editore di Atmosphere Libri

INTERVISTA A MAURO DI LEO, EDITORE DI ATMOSPHERE LIBRI

  • Quando e dove è nata la vostra casa editrice e con quali motivazioni e scopi?

Atmosphere libri è nata nel 2010 con l’intento di pubblicare soprattutto letteratura straniera che non fosse quella scritta nelle maggiori lingue, cioè l’inglese, il francese e lo spagnolo. È pur vero che nel corso di questi anni (abbiamo pubblicato oltre cento romanzi), nel nostro catalogo sono presenti, seppure in numero esiguo, anche alcuni scrittori francesi, americani e spagnoli (tuttavia la maggior parte sono di lingua catalana), ma la nostra visione spazia verso mondi culturalmente lontani dal nostro, come l’Estremo Oriente e l’Europa dell’Est, in particolare la letteratura russa, o il mondo del Medio Oriente, senza preclusioni religiose, linguistiche e culturali tra arabi ed ebrei. Nel nostro catalogo ospitiamo scrittori israeliani e arabi in una comune visione, benché solo virtuale, di un mondo di pace. Forse, almeno la letteratura può mettere d’accordo mondi che sono in perenne conflitto tra loro. Cerchiamo di dare una visione obiettiva ai nostri lettori, tramite la scrittura romanzata, di come sono e come vivono le persone in un certo luogo. Molte volte si scopre che le problematiche di un giapponese sono le stesse che quotidianamente vivono un egiziano, un israeliano o un russo. Crediamo di essere diversi ma lo siamo sono nel colore della pelle e di altri particolari somatici ma non nella testa. Siamo sempre stati convinti che non si possa fare a meno della forza culturale di società lontane ideologicamente dalla nostra società. Non esistono maggiori libertà e progresso nello scambio interculturale tra i popoli.

  • Quante persone collaborano al vostro progetto?

Ci sono redattori, un grafico e altri soggetti che ci aiutano nel nostro percorso di crescita. Soprattutto, abbiamo lettori che ci stimano e ci leggono condividendo le nostre scelte.

  • Che genere di narrativa proponete e quante collane avete in catalogo?

Proponiamo una letteratura colta che proviene dal Giappone, Corea, Cina in una collana curata dal professor Gianluca Coci, dalla Russia (agiamo in collaborazione con il professor Mario Caramitti), Egitto e altri paesi di lingua araba in una nuova collana denominata biblioteca araba. Pubblichiamo anche letteratura più commerciale ma pur sempre valida che proviene dai paesi scandinavi. In questo caso, riteniamo che la lettura di un thriller norvegese o finlandese non sia solo di svago, ma rappresenti un modo per conoscere dei luoghi tanto diversi dai nostri, soprattutto dal punto di vista climatico, che tanto accuratamente sanno descrivere gli scrittori nordici. Inoltre, abbiamo una forte presenza di letteratura per ragazzi e adolescenti perché crediamo nel processo di crescita delle generazioni più giovani.

  • Qual è stato il vostro libro che ha riscosso più successo, di pubblico e di critica?

Abbiamo alcuni libri che hanno riscontrato il successo della critica e dei lettori (seppur sempre in numero esiguo): La giornata di un opricnik del russo Vladimir Sorokin, vincitore del Premio Von Rezzori come migliore romanzo straniero pubblicato in Italia nel 2014 e il romanzo per ragazzi Amici della giapponese Yumoto Kazumi, finalista in vari premi letterari, tra cui l’Andersen. Abbiamo anche ottenuto un buon riscontro con un classico autore giapponese, Akutagawa Ryunosuke, di cui recentemente abbiamo pubblicato dei racconti, tra cui diversi inediti, dal titolo La scena dell’inferno e altri racconti. Stiamo parlando del maggior autore nipponico dei primi anni Trenta del Novecento, il maestro del racconto breve.

  • Che tipo di difficoltà incontrate nel diffondere la vostra attività e cosa vi augurate per il vostro futuro di editori?

Abbiamo le difficoltà di tutti i piccoli editori che sono legate soprattutto alla scarsa visibilità nelle librerie. È impossibile contrastare la strapotere dei grandi gruppi editoriali e, se il libro non è presente in una libreria, il lettore è difficile che ti venga a cercare se non ti conosce. È assurdo che stiamo morendo le librerie indipendenti, le uniche che riservano un po’ di spazio agli editori indipendenti, anche quelli piccoli come noi. Le librerie del genere supermercato del compra-libri ormai rappresentano la maggioranza e vendono solo ciò che è commerciale e sia prodotto dai propri editori di cui fanno parte. Purtroppo, l’Italia non è un paese che dedica le proprie energie anche alla cultura. Ci sono pochi lettori perché non ci sono biblioteche scolastiche, non ci sono librerie con librai competenti, non ci sono aiuti e fondi per tutelare i librai e gli editori indipendenti, non ci sono associazioni di editori e librai indipendenti che sappiano dialogare. Speriamo di crescere tutti insieme e la speranza di Atmosphere libri è quella di farci conoscere da più lettori per confermare la nostra presenza culturale perché siamo consapevoli di offrire un prodotto diverso e interessante con cui confrontarsi. Nel nostro futuro, ci sarà una maggiore caratterizzazione come casa editrice che guarda ai romanzi per ragazzi e alla fiction dell’Estremo Oriente e della Russia. A breve, nel nostro catalogo, avremo scrittori già famosi in gran parte del mondo come Raja Alem, Abdo Khal, Viktor Pelevin, ancora Vladimir Sorokin, Murakami Ryu, Abe Kobo e diversi coreani.

 

© Riproduzione riservata     www.sololibri.net/Intervista-html     29 marzo 2016

 

BARBERA

GIUSEPPE BARBERA: AGRONOMO, DOCENTE UNIVERSITARIO, SCRITTORE
Cinque domande al professor Giuseppe Barbera

 

Giuseppe Barbera è professore ordinario di Colture Arboree all’Università di Palermo. Si occupa di alberi, sistemi e paesaggi agrari. Tra i suoi libri, “Tuttifrutti. Viaggio tra gli alberi da frutto mediterranei, fra scienza e letteratura” (Oscar Mondadori, Premio Giardini Hanbury, Grinzane Cavour. 2007) e il più recente “Abbracciare gli alberi” (Il Saggiatore, 2017).
Per il FAI ha curato il recupero della Kolymbetra nella Valle dei Templi e del giardino Donnafugata nell’isola di Pantelleria. È socio onorario AIAPP.

  • Ci può introdurre all’ambiente in cui è nato, cresciuto e ha studiato, raccontandoci quanto il suo milieu formativo ha contato nelle sue scelte professionali e culturali?

La famiglia di mio padre possedeva una vecchia villa nella Conca d’oro, circondata da limoni e mandarini. Ai tempi della scuola vivevamo però in città per trasferirci per le lunghe vacanze estive in quella che consideravamo una lontana campagna. Adesso e dagli anni del sacco edilizio di Palermo è circondata da orrendi palazzi di cemento ma il ricordo delle estati passate nel giardino, rimane indimenticabile. E certo ha contribuito ad orientarmi verso gli studi agrari in università. A quel tempo fu una scelta nata dal desiderio di sfuggire al destino che voleva che prendessi il posto del padre nell’azienda (una centrale del latte) paterna. Era il Sessantotto e volevo guadagnare tempo.

  • Nella sua attività di docente universitario, rileva una particolare sensibilità ai problemi ambientali tra gli studenti, i collaboratori e i colleghi?

Ormai la mia attività dura da molti anni e l’interesse degli studenti va e viene con le passioni politiche e culturali dei tempi. Diversa l’attenzione dei colleghi. In genere incapaci di andare oltre i saperi ristretti dell’agricoltura intensiva e incapaci di una visione sistemica. Per loro l’irrompere delle scienze ecologiche ha rappresentato un incomodo e nel migliore dei casi è stato strumentalmente colto per avanzamenti di carriera o pingui finanziamenti per attività di ricerca

  • Ritiene che le istituzioni, regionali e statali, siano sufficientemente attente alla salvaguardia della natura che ci circonda? Nel suo ultimo libro “Abbracciare gli alberi” sono evidenti i toni polemici e indignati riguardo alla corruzione e al disinteresse politico su questo argomento.

Certo che no! I loro interessi non vanno oltre ravvicinati orizzonti elettorali, ovviamente con qualche eccezione. La salvaguardia della natura, ma più ancora la necessità di perseguire un rapporto di collaborazione tra uomini, piante e animali e di non considerare l’umanità centro e misura del pianeta è a loro sconosciuta. Guardiamo al caso dei cambiamenti climatici. Tra non molti anni il clima sarà definitivamente sconvolto, molte aree diventeranno sterili e masse di disperati saranno in viaggio verso luoghi di sopravvivenza. Questo dovrebbe portare a politiche di grande respiro e lungo periodo e invece il tempo passa a vuoto.

  • Oltre alle numerose pubblicazioni accademiche, quali sono stati i suoi libri diretti a un pubblico non specialistico, e che riscontro hanno avuto tra i lettori e i critici?

Tuttifrutti” è stato il primo importante ed è stato giocoso scriverlo. “Conca d’oro” parla di me, del posto dove vivo e del mio lavoro d’agronomo e del mio impegno ecologista. Sono fiero di averlo scritto. “Abbracciare gli alberi”, in questa seconda edizione, è finalmente il libro che pensavo di scrivere.

  • Quali scrittori e poeti, antichi e contemporanei, ha trovato più affascinati e vigili rispetto al mondo naturale?

Sono un lettore onnivoro ma, essendo fortemente legato agli alberi e ai paesaggi mediterranei amo particolarmente gli scrittori siciliani. Mi viene da dire: tutti. Da Vittorini a Tomasi di Lampedusa, Pirandello, Sciascia, Verga e Brancati…

 

© Riproduzione riservata         www.sololibri.net/intervista-Giuseppe-Barbera.html       6 settembre 2017

 

BORSO

DARIO BORSO, FILOSOFO E TRADUTTORE

 
Nato a Cartigliano l’8/12/1949, si è laureato in storia della filosofia alla Statale di Milano con una tesi su Hegel, uscita poi da Feltrinelli. Dopo anni di precariato (correttore di bozze e giornalista a L’Unità, insegnante 150 ore, bibliotecario a Crema, coordinatore delle attività seminariali per Fondazione Feltrinelli), nel 1981 diviene ricercatore confermato e si conferma tale sino a fine carriera (senza partecipare più a un concorso ma tenendo per anni una cattedra di estetica a contratto al Politecnico). Appassionato di traduzione, si prova inizialmente con Hegel, Bloch e Diderot, finché l’interesse per Kierkegaard lo assorbe negli anni 90 come curatore di numerose sue opere.

Il suo basso continuo è rimasto comunque la filosofia tedesca, con slittamenti progressivi verso la letteratura. Microeditore all’alba del millennio (edizioni de Il Ragazzo Innocuo poi Ubiquo), nel 2007 fonda il Premio Baghetta, alla sesta edizione, cui partecipano importanti poeti contemporanei e un folto pubblico. Impegnato da sempre a decifrare la modernità, interviene sulla carta stampata e online, spaziando in vari ambiti culturali e di costume.

Partendo dall’ambiente veneto di nascita, passando poi agli studi universitari fino al lavoro di docente: quali eredità affettive e culturali le ha lasciato questo percorso?
In paese (2.700 anime) parlavano italiano il maestro, il parroco e il sindaco, e tutti solo in ambito istituzionale. Iniziai l’apprendimento dell’idioma a sette anni, in ritardo rispetto ai compagni per via di una tbc che m’inchiodò per un biennio a letto, dov’ebbi modo di affinare certe doti, prima fra tutte la capacità d’ascolto: dalla camera sentivo le voci dei clienti giù in bottega (padre fruttivendolo e madre ex-ostessa, lui frequentava il mercato notturno a Bassano, lei serviva di giorno, io vegliavo da solo salvo rare irruzioni genitoriali compatibili col commercio). Altre voci, di cui ero meno curioso che nostalgico, venivano dalla corte comune, dove amichetti chiassosi giocavano. Da lì, penso, la passione per le varie lingue (italiano dalle elementari, più latino e francese dalle medie, più greco al liceo) e per le varie inflessioni individuali entro la stessa lingua. Passione, mentre l’amore andava e va al mio veneto, l’unica lingua che considero viva sebben morente, mentre le altre considero morte ma riportabili in vita traducendole – amore che ha cementato per oltre mezzo secolo l’amicizia infrangibile con pochi eletti pressoché coetanei, una specie di academiuta a sede mobile (= osterie).
Quanto all’odio (seconda superpassione secondo Spinoza), andò così. Giusto mentre mi ammalavo, mio padre ebbe a subire un inatteso linciaggio democristo, lui ch’era il giusto del villaggio. Risultato: cadde in depressione e ammutolì letteralmente. Il clima in famiglia (allargata: genitori, fratelli, zii, nonna e amica sua di filanda) divenne in breve irrespirabile. Catastrofica fu per me la scoperta in granaio di rotoli cartonati su cui a pennello nero s’inveiva (Andrea B. della Mano Nera mi occupò ermeneuticamente in modo particolare, specie la notte) e di cui era vietato parlare.
Salto di decenni: in comune ho preteso (impiegati leghisti allibiti) di esaminare le scartoffie locali, con due risultati definitivi: mio padre fu partigiano, il linciaggio concordato tra sindaco e parroco totalmente vile (a secondaria conferma, don Casto agonizzante invocò perdono).
Divenni comunista a diciassette anni e formammo una cellula, poi sez. Pablo Neruda. Lo dico per giustificare la mia vena polemica, che straborda in tutti i campi, culturale compreso. (Diversamente da Democrito, con mezza faccia rido e con l’altra mezza ringhio). Essa si sviluppò investendo pure i miei che, schiantati da quella tragedia, tremavano all’idea che mi schiantassi anch’io. Risultato: lasciai in malo modo la famiglia e m’iscrissi a Filosofia a Milano. E la pagai: rinchiuso alla Casa dello Studente di Viale Romagna, ogni fine-settimana in treno piangevo (come Democrito stavolta), all’andata per il dissidio in famiglia, al ritorno perché lasciavo gli amici.
Su questo versante, il libro fondamentale fu Lettera a una professoressa, divorato nell’estate 1967: in autunno uscimmo al liceo di Bassano con il numero unico FOGLI, nel cui editoriale Quelli (mia prima pubblicazione!) attaccavo i signorini della A: quelli che vanno a sciare, quelli che parlano italiano, quelli coi pantaloni a mezza gamba ecc. Noi della B eravamo allocati in cortile (una baracca su cui spruzzammo presto Che Guevara); entravamo dal portone delle bici e calcavamo i marmi secenteschi del Brocchi solo quando convocati dal preside. Stranamente uscii con la media più alta di tutti i tempi senza mai studiare, eccetto il trimestre prima degli esami. Stavo attento a scuola, il resto era osteria o campo sportivo; passavo sempre i compiti a tutti (alla maturità pure a quelli della A, essendo segretamente invaghito dell’angelica Luisella); tenevo un controregistro delle interrogazioni a scopo statistico, i compagni entrando in aula chiedevano: “Quando m’interrogano?”; se finita l’ora uno/a si avvicinava al prof per chiedere qualcosa, veniva isolato in quanto leccaculo/a. Prof tutti e sempre supplenti (cinque di filosofia in tre anni di liceo), nessuno stimolo se non la sferza di due zitelle, in matematica e latino-greco. Iniziai a leggere per conto mio a diciassette anni, prima credo di non aver letto un romanzo, neanche metà. Poi a valanga.
Consigliere comunale PCI nei primi anni 70 con mio cugino Roberto (sedici democristi e due lacché socialdemocratici), femmo saltare la giunta a furor di populo (non chiedetemi come: dico solo che il sindaco dimissionario in lacrime esordì in consiglio davanti a un pubblico straripante con la mitica frase: “Siamo in un veicolo [sic] cieco…”).

Dalla razionalità hegeliana alla spiritualità di Kierkegaard, dal cripticismo di Paul Celan al funambolismo di Arno Schmidt: come riesce a conciliare queste diverse esperienze intellettuali?
La mia risposta consegue da quanto detto: sentivo le voci → traduco le voci, le più disparate in una specie di grand guignol o di barufa ciosota, dove la regia è affidata a monna ironia (grande lezione di Kierkegaard, imitatore massimo di voci dal prete al gagà, nonché polemista di natura).

Quali lingue conosce, e da quale di esse sente di trarre maggiore arricchimento?
Conoscere è un termine vago, va dal biblico al renziano (v. i suoi speeches). Restringendo alle lingue da cui ho tradotto: il veneto, nel quale ragiono mentalmente tuttora; il francese (Diderot); il tedesco (parecchio), imparato in più estati institut-goethiane via borsa-di-studio e un anno all’università di Bonn grazie al consiglio di Mario Dal Pra, che mi ha insegnato il mestiere e l’onestà filologica (ho tentato di sdebitarmi in mortem curandone il manoscritto inedito 1947 Storia della guerra partigiana in Italia, immolato il 19 aprile 1948 da Raffaele Cadorna sull’altare della madonna piangente dopo che Dal Pra, già responsabile dell’ufficio stampa & propaganda del CLNAI per il Pd’A, aveva creato materialmente dal nulla l’Istituto della Resistenza); il danese, in mesi e mesi al S.K. Forskningscenteret; l’inglese da sempre, come lingua del mondo (Sasha Dugdale); il russo (Šestov e Blok) per ultimo.
Due mie costanti di metodo: porre l’asticella più in alto possibile (come difficoltà oggettiva e interesse soggettivo); sostanziare l’esercizio di rapporti umani, nell’ordine: francese in anni di convivenza con Nadine Celotti (ora ordinaria di traduzione dal francese a Trieste); tedesco in un rapporto imperituro col mio primo amore Vivetta Vivarelli (ora germanista all’Università di Firenze); danese in un abbaino di via Bramante con Michelle Mafille che di francese ha solo il nome; russo grazie all’arguzia stacanovista della slavista Valentina Parisi; inglese via Beatles.

Oltre alla filosofia, alla letteratura, all’architettura, nutre qualche interesse anche per il cinema, la fotografia e la pittura? Occorrono troppe vite per farne una, scriveva Montale…
Anche qui, interesse per tutto e niente. Di concreto – cinema: la collaborazione con mia moglie Giulia Ciniselli in diversi mediometraggi su Via Padova (l’ultimo, Prossima fermata via Padova sui migranti del ’900, terroni e polentoni); architettura: il saggio Disegnology che sta per uscire in SAFT (cofanetto con nove fanzine di ex-laureandi del Poli che mi hanno ripescato dopo vent’anni, grati di esperienze scolastiche esaltanti); fotografia: zero assoluto da quando nel 1973 fui derubato della mia Olympus OM-1, rullini e tutto il resto da due negroni strafatti che mi tirarono su a St. Louis dopo quasi tre mesi di autostop (fortunatamente mio figlio Dogui ha preso la staffetta, mentre io curo ogni tanto foto altrui, v. Ugo Mulas, Danimarca 1961, uscito mesi fa dalla Humboldt).

Che giudizio dà del panorama poetico attuale in Italia, così ricco di esperienze e iniziative editoriali (festival, blog, premi…)? Ritiene che tutto ciò sia utile o produca in realtà confusione e qualche dilettantismo?
Seguo quanto circola in rete, dove anche vale la massima di De André: “Dal letame nascono i fior”. A me interessano entrambi: i fior va da sé, il letame in quanto sintomo ulteriore del carattere degli italiani: furbi come servi, leccaculi come pochi (v. parecchi sedicenti litblog).

Nei riguardi del nuovo corso politico cui sembra avviarsi il nostro Paese, è più o meno ottimista?
Anch’esso seguo con interesse, soprattutto linguistico. Ad es., il fatto che Di Maio negli ultimi mesi non abbia sbagliato un congiuntivo, mi fa essere moderatamente ottimista.

A cosa sta lavorando attualmente, e quale progetto sogna di portare a termine in futuro?
Ho sempre fatto quel che volevo, conscio delle conseguenze. In questo senso a non piacermi del mio lavoro è il dopolavoro, ossia piazzarne i frutti sul mercato (nemesi familiare?). Ci ho fatto il callo, limando entusiasmi e frustrazioni con un moderato pessimismo. La cosa che più mi secca è che, essendo io disordinato, tendo a perdere o dimenticare file di lavori che nessuno ha voluto, ad es.: l’edizione critica di un racconto di Parise; il diario di un artigliere semianalfabeta della Prima guerra; i racconti di un Brera giovanissimo che nemmeno gli eredi conoscono; la curatela di un romanzetto ironico di Jean Paul sul coraggio ecc. A me sembrano fior, ma evidentemente per gli editori son letame (“per” pleonastico?).
Ora sto vivendo en souplesse l’ennesima odissea riguardo a un testo che come le mie traduzioni è mio e non è mio, ma in un altro senso: è mio, ma del 1974. Ripescato in condizioni rocambolesche grazie al compagno anarchico di viaggio Pietro Spica che, tornato dagli USA ad abitare in via Padova come me, ha ritrovato le sue foto di allora innestando una reazioncina a catenina, è piaciuto a Valerio Magrelli che lo ha prefato e a Chandra Candiani che lo ha quartacopertinato. Nel giro di un mese ha collezionato tre rifiuti; si chiama Piccolo diario indiano e contiene foto di Spica, che lì mi liberò dei lacci catto-comunisti residui favorendo un situazionismo mentale già covato di mio. Come accennato infatti, sentivo le voci, e ora sto editando per Museo del Novecento, Fondazione Empatia e Coop Lotta contro l’Emarginazione un libro di racconti scritti da persone con disagio psichico (una sente le voci, per l’esattezza dieci, e ciò me lo fa ancor più fratello).
P.S.: Per la prima volta in vita sto traducendo sotto contratto – si fa per dire, ché l’autrice l’avevo scoperta da me e tradotta su L’Internazionale. Così mi sento un po’ più protetto, grazie anche a una clausola in auge in Germania, secondo cui il traduttore scelto dalla casa editrice d’arrivo deve passare il vaglio dell’autore. Bene, lei ha scritto: “Es geht, db ist legendär”.

© Riproduzione riservata         «Il Pickwick», 24 aprile 2018

CAMON

camon         

FERDINANDO CAMON:

ROMANZIERE, POETA, OPINIONISTA

 

  • La materia di Un altare per la madre è la stessa de Il Quinto Stato e de La vita eterna: il mondo contadino. Eppure qui il modo di raccontare è diverso; c’è per esempio un uso meno esplicito del dialetto.

Si tratta infatti di una traduzione da un tipo di dialetto padano a un italiano molto dimesso e scarnificato. Ho fatto questa scelta perché credo sia ora di disilluderci sul fatto che i romanzi possano avere come destinatari un pubblico contadino o proletario. L’arte è un prodotto borghese fatto da dei borghesi che ha per consumatori dei borghesi: l’argomento trattato può anche essere di ambientazione proletaria, ma rimane comunque destinato a dei borghesi. L’importante è non offrire questo argomento al lettore borghese per tranquillizzarlo, per ottenere complicità; bensì si deve, attraverso queste documentazioni, cercare di offenderlo, di insultarlo, di oltraggiarlo, dimostrandogli le sue responsabilità.

  • Quindi, non esiste un pubblico proletario?

No, non c’è. Non si scrive, né si dipinge, né si fa alcuna altra operazione artistica per un tale pubblico, che non recepisce, se ne frega, e ha ragione, dell’arte borghese.

  • Politicamente questa affermazione cosa comporta? Se la classe contadina non è destinataria di alcun messaggio da parte della classe culturalmente dominante, avrà un’evoluzione interna o rimarrà immobile

La classe contadina non ha alcun rapporto con la sinistra, né col PCI né con le altre organizzazioni. Non rimarrà immobile né si evolverà, semplicemente scomparirà. La cultura contadina sta morendo. Morirà, sarà sostituita da un’agricoltura industrializzata, da borghesi che abiteranno in campagna e letterariamente non si potranno più scrivere romanzi su questo mondo, se non per un’operazione “archeologica”, di documentazione colta.

  • Rispetto all’esperienza narrata da Gavino Ledda, di proletario approdato alla cultura borghese, l’esperienza del personaggio di Un altare per la madre è molto differente?

Artisticamente i libri di Ledda mi sono piaciuti, politicamente no. Perché il bersaglio, il nemico di Ledda è il padre, che è a sua volta una vittima, l’ultimo anello di una catena di vinti. Bisogna invece colpire più in alto, dove inizia la violenza e il potere.

  • Se il bersaglio deve essere ciò che sta sopra, non il mondo che subisce la violenza, questo suo ultimo romanzo è coerente in quanto non esprime la minima riserva verso quel mondo di vinti (il padre, la madre). Però, è davvero un’offesa per i borghesi?

I precedenti miei romanzi sul mondo contadino erano libri sulla miseria di quel mondo, sulla sua condizione sfruttata, sottoumana, animale. Questo ultimo romanzo scopre una certa forma di grandezza di quel mondo che sa inventare una forma salvifica, di vittoria sulla morte: perciò è raccontato in maniera epica; ho lasciato perdere i toni sarcastici, parodistici, aggressivi degli altri romanzi. Questo però non significa che qui ci sia una riappacificazione tra sfruttati e sfruttatori: questo è un romanzo interno al mondo contadino, perché la cultura di questo mondo è estranea al mondo dominante. Non è nemmeno una cultura cattolica, perché il cattolicesimo non funziona secondo la morale cristiana. Questo libro è rivolto a lettori borghesi per metterli a parte di qualcosa che essi non conoscono, è una ricognizione dettagliata di una classe “inferiore”: non c’è però solidarietà con quei lettori, anzi è esplicita l’accusa di tradimento di alcuni valori, che invece la cultura contadina conserva. Sono valori pre-cristiani, barbarico-primitivi, morali nel senso naturale del termine: valori che gli sfruttatori cattolici hanno tradito. Il dio di cui parlo non si incarna cattolicamente nella Chiesa, ma pre-cristianamente nel popolo, nella comunità contadina. Questi valori non vanno scherniti, ma devono essere raccontati col massimo di adesione, dall’interno.

  • In questo modo però non c’è opposizione nel senso di ribellione alla cultura borghese. L’indifferenza può diventare accettazione.

No, è rifiuto, è non-collaborazione. E’ un “mettersi di traverso” come dice Benjamin. Non è aperta ribellione perché non è in grado di esserlo.

  • Ma se questa classe contadina, depositaria di rifiuto, sta scomparendo, a chi rimane nella società di oggi il compito di ribellarsi? Nel libro c’è anche una polemica verso l’imborghesimento degli operai.

Noi abbiamo molta cultura e letteratura operaistica, eppure la cultura operaia non esiste. Invece c’è una ricca cultura contadina, che però politicamente si esprime in termini conservatori. La situazione in Italia è contraddittoria: la grossa e media borghesia si schierano al centro, gli operai sono PCI, i contadini ancora DC. Il “movimento” politicamente non ha alcuna rilevanza. La cultura contadina, non il suo voto, è anti-borghese e di questa cultura che scompare io ho parlato nel mio libro. E’ un libro sulla morte privata, quella di mia madre, che per me ha coinciso con quella di un mondo, freudianamente, quindi ha assunto un significato collettivo. Non mi interessava parlare della morte in sé, ma di ciò che avviene dopo, della salvezza del morto e di chi rappresenta. E’ un’invenzione, non un recupero: per salvare dalla morte si inventa prima un monumento simbolico (l’altare costruito da mio padre) e poi un altare simbolico, quello fatto da me, con le parole.

«Quotidiano dei Lavoratori», 13 aprile 1978

CAMPETTI

LORIS CAMPETTI, GIORNALISTA E SCRITTORE


In quest’intervista Loris Campetti racconta la sua formazione e il suo apprendistato politico, intellettuale e professionale, senza trascurare di offrirci una sottile analisi dei cambiamenti configuratisi negli ultimi decenni nella società italiana e alcuni interessanti spunti di riflessione sul futuro prossimo di quel che resta della sinistra.

Nato a Macerata nel 1948, consegue la laurea in Chimica nel 1972, insegnando poi a lungo nella scuola media. Entra nel mondo del giornalismo sul finire degli anni Settanta, dirigendo per circa dieci anni la redazione torinese de Il Manifesto, e in seguito occupandosi di economia, lavoro e sindacato come capo-redattore. Tra i suoi libri: “Non Fiat” (Castelvecchi, 2002), “Ilva connection” (Manni, 2013), “Non ho l’età” (Manni, 2015), “Ma come fanno gli operai” (Manni, 2018).

  • In quale ambiente familiare e culturale si è formato?

Sono figlio di un sarto, ex partigiano, comunista (eretico) in una città bianca. Sul muro del municipio è scolpita in pietra la scritta “Civitas Mariae” anche se sotto c’è una lapide dedicata a Giordano Bruno, “vittima della tirannide sacerdotale”. Mio padre è morto quando io avevo appena dieci anni, il suo è stato il primo funerale laico nella storia della città con tanto di bandiere rosse e di porte delle chiese che venivano chiuse al passaggio del feretro e del corteo. Mia madre, anche lei sarta, ha lavorato a testa bassa per consentire a mia sorella e a me di studiare e laurearci. Era la stagione del mito del riscatto sociale (e della cultura), era il tempo oggi scaduto in cui si sapeva che i figli avrebbero vissuto meglio dei loro genitori.

  • La sua scelta politica di schierarsi dichiaratamente e con coerenza a sinistra in che anni è maturata, e seguendo quali Inclinazioni o suggestioni caratteriali e intellettuali?

La mia scelta di campo, con gli ultimi, i più deboli, forse l’avevo già impressa nel DNA, o più probabilmente è maturata negli anni intorno al ’68 e alla rivolta contro tutti gli autoritarismi. All’università occupata di Camerino portavamo a parlare i primi delegati operai eletti e alla notte noi studenti andavamo ai presidi operai davanti alla Lebole e alla Merloni. La laurea in Chimica mi è servita, dopo un periodo in cui ho fatto il collaudatore di automobili, per andare a lavorare in una multinazionale farmaceutica per pochi mesi, il tempo necessario a capire che con un uso puramente speculativo degli ormoni si poteva rovinare la vita di un sacco di persone. Poi la scuola, otto anni di insegnamento accompagnati da lavoro giornalistico volontario, meglio dire militante, e infine Il Manifesto oltre che per piacere per lavoro. Era un giornale dalla parte del torto, il mio giornale.

  • Quali sono stati gli autori e le esperienze esistenziali che hanno inciso più profondamente nella costruzione della sua identità umana e professionale?

Leopardi (tutto), Richard Wright (“Ragazzo negro”), Steinbeck (“Furore”), Che Guevara (“Il diario in Bolivia”), Tex Willer, Pasolini, Brecht, Rosa Luxemburg….

  • Quarant’anni di collaborazione attiva con Il Manifesto che eredità di pensiero e sentimenti le ha lasciato? Ritiene che questo quotidiano abbia ancora una sua funzione di stimolo e critica nella società italiana, o pensa che abbia perso parte della sua capacità propulsiva e propositiva?

Potrei rispondere “sono un comunista non ho altro da dichiarare”, non lo farò. Al manifesto ho dato tanto e ricevuto ancora di più: il pensiero critico, la cultura del dubbio. Credo che ogni cosa abbia un inizio e debba avere una fine una volta esaurita la sua spinta propulsiva; se il nuovo manifesto, quello che si è emancipato dai suoi fondatori e da qualche fondamento, va ancora in edicola credo dipenda da due fattori: il vuoto editoriale a sinistra e la legge sull’editoria.

  • Esiste ancora, ideologicamente e politicamente, un futuro per la sinistra in Europa e nel mondo? Integralismi e populismi troveranno un argine nella coscienza civile internazionale? A molti commentatori sembra che il capitalismo, con le sue feroci leggi del mercato, abbia trionfato ovunque, e il comunismo sia ormai relegato in un ruolo di irrealizzabile utopia egualitaria.

Se sapessi rispondere a queste domande potrei aspirare a guidare la rivoluzione mondiale. Finché ci sarà sfruttamento dell’uomo sull’uomo, finché cresceranno le diseguaglianze, ci sarà bisogno di conflitto e utopia, chiamiamola sinistra o come ci pare. Se un altro mondo sul piano morale, politico, ambientale, umano è desiderabile – e non serve essere comunisti per desiderarlo – e necessario – chiedetelo ai migranti, agli operai e all’orso polare – dovrà pure essere possibile. Il comunismo è un fantasma, se non lo vediamo aleggiare nei cieli d’Europa, sarà per colpa dell’inquinamento? O magari dobbiamo cambiare gli occhiali? Chi si batte per un ideale può essere sconfitto, chi rinuncia a battersi ha perso in partenza.

© Riproduzione riservata   https://www.sololibri.net/Intervista-a-Loris-Campetti.html     18 aprile 2018

CANDIANI

CHANDRA LIVIA CANDIANI: RESPIRO, ASCOLTO, SPAZIO VUOTO
5 domande alla poetessa Chandra Livia Candiani

Chandra Livia Candiani (Milano 1952) è poetessa e traduttrice di testi buddhisti; tiene corsi di meditazione e conduce seminari di poesia nelle scuole elementari, nelle case alloggio per malati e per i senza casa. I suoi libri più noti sono «Io con vestito leggero» (Campanotto 2005); La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore (Einaudi 2014); «Bevendo il tè con i morti» (Interlinea 2015); «Ma dove sono le parole?» (Effigie, 2015); «Fatti vivo» (Einaudi 2017); Il silenzio è cosa viva (Einaudi 2018).

Ci puoi raccontare brevemente delle tue origini familiari e degli studi che ti hanno plasmato come poeta?

Sono la quarta e ultima figlia di una famiglia dolorosa, genitori difficili da definire senza usare parole gravi e figli segnati dall’abbandono a se stessi e da quella che Herta Muller chiama ‘la sottrazione quotidiana dell’ovvietà delle cose’. Un’infanzia in cui inventarsi la vita e un modo di stare al mondo senza essere troppo scherniti ed esclusi non è stata facile da sostenere ma è stata un buon terreno per la poesia. Mi ha insegnato la solitudine del lavoro, la gratuità del dono, l’attesa della parola vera. Ho fatto con fatica gli studi classici, troppi pesi sulle spalle per andare bene a scuola, troppa estraneità a un sapere che non si collegava alla vita interiore e descriveva un mondo per me difficile da abitare. Mi sono iscritta a filosofia, mi sembrava più adatta per coltivare il pensiero che veglia sotto ogni poesia che non lettere. Ma non ho terminato gli studi. Ci mettevo tantissimo tempo a preparare un esame, avevo bisogno di riflettere su ogni cosa che leggevo, e poi sono andata via di casa giovanissima e lavorare e studiare era troppo faticoso per me. Ho lavorato tanto con i bambini e anche questo ha formato la mia poesia. Raggiungere i bambini senza infantilizzazioni è un traguardo forse irraggiungibile e mi dà tuttora devozione per la parola.
Ho letto tanto fin da piccola, senza un metodo, cercando chi cerca. I poeti russi più di tutti, oltre a Rilke, mi hanno impresso una direzione poetica della trasfigurazione dei fatti della vita privata in segni da decifrare e in parola per rispondere all’esistenza che scorre con noi.

A quando risale il tuo incontro con il buddhismo e come ha nutrito e continua a nutrire il tuo rapporto con la spiritualità?

Verso i trent’anni ho incontrato in India la pratica della meditazione. In India, che pure è il paese della materia per eccellenza, tutto irradia energia dell’anima, anima individuale e anima del mondo, denso silenzio che fa da sfondo al traffico quotidiano. In India, si sta a casa, una casa ancestrale, eppure i disagi fisici sono spesso estremi. Meditare è significato per me nascere nel corpo, prima ero un’astrazione senziente. Mi ha dato un contenitore e una sensibilità non più alla mercé degli altri, ma collegata a un centro di silenzio dentro di me e dentro gli alberi e gli animali, le rocce e le acque, dentro il mondo della vita, quel mondo che in città è quasi sepolto dal mondo dei ruoli e delle personalità, delle prepotenze.
Il Buddhismo non è una religione a cui aderire, non ha dogmi, né verità rivelate. Nella mia scuola, il Theravada, si dice che il Dharma, l’insegnamento, la realtà, è ehipassiko, che alla lettera significa ‘vieni e vedi’, cioè si tratta di esplorare in prima persona, non si eredita alcun sapere che non sia vagliato dall’esperienza individuale. Nessuna visione in cui dover forzatamente entrare ma percorrere un sentiero per risvegliarsi e guardare con i propri occhi ripuliti dalla polvere del pre-giudizio.
Grazie dell’ampiezza di questa domanda che sottintende che la spiritualità è un percorso proprio che può nutrirsi degli affluenti delle religioni e delle visioni ma deve poi sfociare in una vastità senza separazioni, nomi, definizioni, muri.
Praticare l’essere vivi e vulnerabili, incontrare la vita partendo da un cuore pulsante e da una mente e un corpo svegli significa anche sapersi proteggere e agire con giustizia. Non è difficile per me sentire l’unità e la bellezza commovente del cosmo, quello che ho da imparare è lo stare al mondo, avere una vita quieta e attenta, dormire, mangiare, abitare, lavorare.

Secondo te, quali sono le parole che salvano, nel rapporto con sé stessi e con gli altri?

Respiro, silenzio, ascolto, tenera follia, poesia, spazio, mistero, bontà schietta, vero, sogno.

La tua è una poesia gentile, attenta alle cose, ai gesti, agli esseri viventi più umili e in qualche modo indifesi. Ritieni che questa tua disposizione empatica all’ascolto sia più una dote caratteriale o una precisa scelta etica e ideologica?

Penso che ci sia un’attenzione alle creature mute o ammutolite che è nata dalle esplorazioni infantili. Sono stata una bambina e un’adolescente molto silenziosa e vedevo tutto ed è arrivato presto il desiderio di offrire la voce a chi non ce l’ha. Era una simpatia, in senso elementare, una risonanza con gli invisibili e gli inascoltati perché ero un’invisibile e un’inascoltata e non volevo cambiare condizione, volevo ‘parlare’ questa.
Poi, certamente il Buddhismo ha contribuito a farne un atteggiamento consapevole, non rivendicativo o ostile verso chi non è umile o indifeso, ma un essere al fianco di chi lo è, perché tra indifesi ci si può intendere, ogni tanto, e perché è bello fare spazio e imprestare la voce.
E poi mi sembra che la poesia sia la quintessenza dell’ascolto e forse è quindi venuta prima l’attitudine al mettersi in ascolto e dopo la ricezione delle parole.

In una recente intervista hai definito la poesia “un contatto con le ferite, ma anche con la luce che le attraversa”. Più ferite o più luce, nel mondo e nella tua esperienza esistenziale? Da chi o cosa attendere salvezza?

Mi sembra che ferite e luce siano insieme, quando le ferite sono accolte, ospitate con rispetto, allora la luce ci passa attraverso e possiamo vedere e far trasparire qualcosa che va oltre il male, perché una ferita è una crepa nelle certezze, è un varco verso l’insondabile. Forse ci sono state molte più ferite che luce nella prima parte della mia vita, anzi diciamo fino ai cinquant’anni. Poi mi sono affrancata dal farmi male senza saperlo attraverso gli altri e ho percorso la Via che porta a se stessi e all’abbandono alla vastità. Sto camminando e c’è luce, c’è anche tanto buio, ma se lo abito, lo respiro, lo ‘attendo’ , si riempie di lucciole.
L’ho attesa tanto dall’esterno la salvezza, da un incontro, da un libro, da una religione, da un pensiero. Non è arrivata così. Quando ti lasci andare senza alcuna sicurezza, ma solo perché non hai più altra scelta, allora… Non so, c’è un soffio, una mano, quando non pretendi più l’aiuto esterno e ti tuffi, c’è proprio la sensazione di una smisurata mano.

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