AIRAGHI

Poesia e musica: intervista ad Alida Airaghi

Poesia e musica: intervista ad Alida Airaghi, in libreria con “Rime e varianti per i miei musicanti”

Alida Airaghi è nata a Verona nel 1953. Laureata a Milano in Lettere classiche, ha insegnato a Zurigo per il Ministero Affari Esteri tra il 1978 e il 1992. Collabora oggi con riviste, quotidiani e blog.
Le sue pubblicazioni, in prosa e in versi, sono numerose. Ricordiamo, tra le seconde, Litania periferica (Manni, 2000), Un diverso lontano (Manni 2003), Frontiere del tempo (Manni 2006), Elegie del risveglio (Sigismundus, 2016), Omaggi (Einaudi, 2017) e L’attesa (Marco Saya edizioni). È stata inoltre inserita nelle antologie Einaudi dedicate ai Nuovi poeti italiani (1984 e 2012).

Lo scorso 13 ottobre, per Marco Saya edizioni, è uscito Rime e varianti per i miei musicanti, una raccolta dedicata ai testi di diciotto dei più amati interpreti italiani, da Battisti a Martini, da Gaber a Tenco, da Endrigo a Vanoni.
In questa intervista raccolta dalla nostra redattrice Eleonora Daniel, Alida Airaghi ci racconta del suo ultimo libro e del rapporto tra poesia e musica.

  • La sua nuova raccolta poetica è stata definita un omaggio alle canzoni della sua giovinezza. Può raccontare com’è nato Rime e varianti per i miei musicanti?

Nel 2017 avevo pubblicato da Einaudi un volume di poesie intitolato Omaggi, in cui accompagnavo versi miei a quelli di tredici poeti italiani del ’900. Ho pensato poi di ripetere l’esperimento con le canzoni d’amore che ascoltavo da ragazza, una sorta di divertissement più leggero, lontano da particolari ambizioni letterarie. Un “amarcord” un po’ nostalgico un po’ ironico, in uno stile diverso da quello che utilizzo di solito, molto giocato sulle rime, in modo da avvicinarmi all’intenzione musicale sottesa alla raccolta.

  • I diciotto interpreti ricordati sono tra i più amati del panorama musicale italiano di fine Novecento. Quando ha iniziato a scrivere aveva già chiara la rosa finale degli artisti a cui avrebbe dedicato un componimento?

Inizialmente ho composto alcune poesie dedicate a Sergio Endrigo, che nell’adolescenza ha avuto un ruolo fondamentale nell’avvicinarmi emotivamente al mondo delle canzoni d’autore. In seguito ho scritto dieci testi per ricordare Luigi Tenco, altro interprete che negli anni ho continuato a seguire con grande commozione. Poi mi sono trovata a recuperare nella memoria molte canzoni, di cui ancora dopo tanto tempo ricordavo esattamente le parole. Estrapolavo frasi intere, ricostruendo e inventando situazioni sentimentali nuove, perlopiù del tutto estranee al mio vissuto, ma suggerite dall’atmosfera creata da voci, armonie, associazioni spontanee. E quindi ho iniziato a scrivere relazionandomi ad altri cantanti, magari meno “miei”, ma comunque in vetta alle Hit Parade che ascoltavo al liceo: MorandiCelentanoMina. E ne ho tralasciati altri, che mi ritrovo tuttora ad ascoltare e imitare con un’adesione incurante della mia età: Bobby Solo, Little Tony, Anna Identici, Nada, Dino, i New Trolls, i Rokes, l’Equipe 84, i Pooh… La colonna sonora di una ragazzina di provincia, poco esperta di avanguardie musicali internazionali.

  • Per sentirsi legati a una canzone non serve conoscere l’intera produzione discografica del suo interprete. È vero anche per i cantanti che compaiono in queste pagine?

Certamente. Di alcuni di loro conosco pressoché tutta la discografia, di altri solo i motivi più famosi. La mia era una famiglia canterina, cantavamo sempre, in casa, nelle gite in macchina. I nostri genitori ci avevano insegnato i pezzi più in voga negli anni ’30 e ’40, poi anche i canti di guerra, degli alpini, o regionali. Io suonavo la chitarra, avvicinandomi lentamente anche alla musica classica, dal barocco di De Visée, a Carulli e Giuliani, fino a Villa Lobos e Tàrrega. Anzi, mi piace qui ricordare la mia cara maestra Gianna Creston, che è mancata recentemente e da cui ho preso lezioni fino a qualche anno fa. Credo che la musica abbia avuto un ruolo fondamentale nell’avvicinarmi alla poesia e oggi ascolto un po’ di tutto, Schubert, Mahler, Sibelius, Bartok, Pärt, Jarrett, Glass, Eno…

  • Le poesie partono direttamente dalle suggestioni dei testi, penso ai versi dedicati a Mia Martini e alla canzone Minuetto. Mi incuriosisce il rapporto tra musica e scrittura: era simultaneo? Scriveva durante l’ascolto o l’intuizione arrivava in un successivo momento di riflessione?

Mi capitava di pensare a canzoni che mi avevano colpito in passato, alcune quasi sconosciute, o completamente dimenticate oggi: lo Jannacci di Vincenzina, il Gaber di Così felice, il Tenco di Ti ricorderai. Le riascoltavo e mi scattava dentro il desiderio di ricamare su quei testi altre parole, di penetrarvi più profondamente, o magari di alterarne il senso, addirittura trasformandolo nell’occasione da cui aveva tratto spunto. È successo con Rimmel di De Gregori, con Che cosa c’è di Paoli. L’ha intuito molto bene Ranieri Polese nell’introduzione del libro.

  • Il legame tra canzone e poesia è inscindibile e spesso dibattuto (basti pensare al Nobel assegnato a Dylan nel 2016). Parlare di musica nei versi è un modo di portare questo legame su un piano altro, ancora più stretto?

Per quello che mi riguarda forse non intenzionalmente, ma in maniera istintiva sì. Credo che la musica pop-rock-rap abbia del tutto soppiantato l’importanza della poesia nella cultura popolare di tutto il mondo. Ha la funzione fondamentale di veicolare sensazioni, emozioni, messaggi e anche ideologie, ruolo che la poesia ha perso completamente, chiusa com’è in un suo piccolo spazio elitario, d’essai, quasi in bacheca. Quindi, ben vengano le commistioni, gli scambi, gli arricchimenti reciproci: sono positive sia per i poeti sia per i cantanti. Perciò ritengo sacrosanto il Nobel a Bob Dylan e altrettanto giusto quello di quest’anno a Louise Glück: ma chi dei due avrà più peso nella formazione e nella memoria individuale e collettiva?


© Riproduzione riservata SoloLibri.net    18 novembre 2020

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