SPARAPAN

GIANNI SPARAPAN, GRAN DE ROŞARI – IL PONTE DEL SALE, ROVIGO 2021

Studioso di storia, cultura, costumi e linguaggio del Veneto, Gianni Sparapan (Villadose 1944), insegnante, pubblicista e autore teatrale, ha pubblicato un libro di poesie dedicate al suo Polesine, Gran de roşari. Centoquaranta composizioni in lingua rodigina, con testo italiano in calce e glossario conclusivo, che attraversano un secolo di vicende sociali e familiari, sporgendosi oltre i confini ristretti del paese nativo, con uno sguardo che si allarga su pianure, monti e fiumi della regione (“El se intristisse solo, / el Po, / cô cala la fumara, / pan e companàdego de la vita nostra”), lambendo anche la Venezia Giulia (“Zità de gloria / Trieste ventana / scanpana felizità”).

Appunto come i grani del rosario cui allude il titolo, si inanellano episodi tragici della storia e della cronaca veneta, dalle vicende migratorie del primo ’900, alle guerre mondiali, alla Resistenza con i giovani partigiani impiccati a Bassano: “Jera el so silenzio, Bassan, / fin che drento i buschi de nogara / i s-ciopetava / e fóje e żoventù cascava”. Ma è soprattutto la terribile alluvione del ’51 che campeggia come un incubo nella memoria del poeta, allora bambino testimone impaurito dello straripamento di un fiume vorticoso e travolgente, che provocò lutti, evacuazioni, povertà: “spaventi somenando / e canpane a martèlo / e desperazión: aqua alta – aqua forta – aqua marza – aqua morta / aqua sassina da strada! / aqua sporca – aqua negra – aqua tròja…”.

Il borgo di Villadose rivive in una galleria di personaggi tipici, bozzetti disegnati con complice nostalgia (il barbiere, l’orbo, il calzolaio, il cappellano, il pescatore), o con la pietà di chi visita il cimitero di una Spoon River domestica, prendendo nota di suicidi e omicidi, morti infantili e lunghe agonie, compendiando in pochi versi il percorso terrestre di medici becchini prostitute fioraie maestri: a nessuna creatura sepolta viene negata la grazia di un ricordo, di una preghiera laica, che la ripaghi dal “vivare male”.

Le prove più convincenti del volume sono quelle in cui Sparapan racconta la sofferenza che lega animali e piante nello stare al mondo, come in El lamento de le creature, in cui un ciliegio, un asino, un maiale e un merlo sembrano invidiare a vicenda l’uno la sorte dell’altro, per concludere infine che nessuno di loro può dichiararsi felice della propria, nell’amara constatazione della pena che accomuna ogni esistenza. In particolare, sembra essere proprio il porcellino a patire di più l’oltraggio della crudeltà umana, nella ferocia della macellazione descritta dalla poesia iniziale, La morte del boşegato: “I xe ’ndà driti in te’l so caşón / i ghe ga messo la mordécia in boca, / i lo ga tirà fòra de pèşo. // I so zighi i’ndava in zhièlo” (La sua disperazione arrivava al cielo. // L’hanno rovesciato sull’aia / accoltellato sotto la gola / scottato con l’acqua bollente / ripulito con le raspe della setola / alzato con corde e pali fino alla trave del porticato / sventrato da sopra a sotto / tenuto aperto da paletti appuntiti / come un povero crocefisso).

Il trascorrere di mesi e stagioni, l’avvicendarsi di realtà differenti a livello spazio-temporale, ma uguali nell’eco emotivo suscitato in chi scrive, induce la stessa trepidazione vissuta nell’infanzia: Natale con la neve, l’attesa sempre delusa dei regali della Befana, il risveglio di un’innocenza primaverile a Pasqua, e poi l’estate tormentata dalle zanzare e da temporali violenti, rinfrescata dalle angurie e da frutti succosi, per tornare infine a un autunno nebbioso e grigio di paludi. Il Polesine rivisitato di Gianni Sparapan, benché maledetto dal lavoro duro dei campi e da una miseria atavica, torna a pungere proprio perché morto. Irrecuperabile, se non scavando nella memoria: “A scarpiè de ricordi / a xe tacàle beate imàjini” (A ragnatele di ricordi / restano appese le immagini care).

 

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20 gennaio 2022